Cap 1
Andrea, mentre parcheggiava l’auto, sentiva già i cani che abbaiavano. Aprì stancamente la portiera e scese, andando alla bauliera a prendere lo zaino. Vide i due quadrupedi, Oslo e Sissi, che balzavano ovunque mugolando. «Penseranno che ho qualcosa da mangiare» si disse tra sé, presagendo quello che sarebbe successo tra poco. Appena entrato nel vialetto i due irrequieti mammiferi gli balzarono addosso, annusandogli le mani alla ricerca del sentore di qualche cotenna. «Fermi! Buoni!», gli intimò. Ma sapeva che le sue recriminazioni erano inutili. I due pelosi inquilini continuavano a balzare, leccarlo, sbavare ovunque e sbattergli addosso. Cercò di entrare dalla porta di casa, ma i cani continuavano a entrare e uscire in una danza vorticosa, bloccandogli di fatto il passaggio.
«Per favore, mi fate entrare in casa, dannate bestie?»
Sissi, che era il cane più calmo, con un elegante pelo bianco, entrò dentro. Oslo continuò a guardare Andrea con sguardo irrequieto, passando velocemente il suo peso da una zampa all’altra, quindi uscì di casa. Andrea ne approfittò per entrare, in quel momento Oslo decise che era importante che entrasse pure lui, di nuovo, insieme ad Andrea, quindi gli sbatté sulle gambe e si infilò nella porta.
«Bestia del cazzo» ringhiò Andrea sottovoce.
Trovò ad accoglierlo Rebecca, in tuta. «Anche questa volta mi sa che pensavano tu avessi una cotenna»
«Si, vabbè»
La cena fu cucinata su un fornello a gas da campeggio, perché era finita la bombola dei fornelli della cucina. Andrea aiutò a sparecchiare. Poi rimasero seduti alla tavola, che al centro un vaso con tre calle.
«Com’è andata oggi al lavoro?» Chiese Andrea
«La solita merda. Te?»
«I soliti casini»
Seguì silenzio, che fu interrotto da Oslo, ansioso, che lì fissava con aria supplichevole: voleva uscir fuori.
Rebecca si alzò stancamente e andò alla porta a vetri, che dava sul giardino. La aprì, e non appena un piccolo pertugio fu disponibile si cacciò fuori.
«È andato a caccia di ricci»
«Meno male che lui ci protegge dai ricci»
«Come faremmo senza? Visto con che aria ansiosa voleva andare fuori? Sembrava davvero una cosa importante»
Risero.
Da lì a poco furono a letto, di nuovo in silenzio
«Anche se le cose vanno male, perlomeno Oslo ci protegge dai ricci»
«Davvero, un altro pericolo scampato»
«Ahahaha»
«Notte»
«Notte»
Cap 2
Era fine Aprile, e l’aria era fresca, in giardino; densa di odore d’erba e di fiori. Il bagliore di una timida lucciola compariva e scompariva a qualche metro di distanza, sotto il vecchio capanno in rovina.
Oslo era in mezzo al prato, che fissava verso la rete. Le luci della casa erano spente, e solo un lieve bagliore proveniva dai lampioni della strada. Il cane era immobile, testa alta, seduto, sguardo rivolto alla rete, in direzione dei campi.
In lontananza si sentivano i rumori delle macchine che passavano sullo stradone, a un centinaio di metri dietro di lui. Ma Oslo non si distraeva, non gli prestava attenzione. Continuava a fissare la rete, e i campi dietro, nell’oscurità.
Un grillo cominciò a cantare. Un orecchio del cane si mosse impercettibilmente, ma il resto della sua figura rimase completamente immobile.
Era lì da un’ora.
A un tratto vide due piccole luci, a brevissima distanza tra loro, così piccole e tenui che un uomo avrebbe faticato a vederle.
Oslo alzò entrambe le orecchie, e il suo sguardo si fece più attento.
Le luci si mossero, spostandosi qualche centimetro nell’oscurità. Il cane si alzò su tutte e quattro le zampe.
Le piccole luci si avvicinarono alla rete. Il tenue bagliore dei lampioni illuminò pian piano due piedi di colore rosa, pelosi, che terminavano con degli artigli, sormontati da gambe secche, rosa anche loro, che si congiungevano su una figura massiccia, di forma rotondeggiante, il ventre e il petto bianchi, le spalle ricoperte da un fitto strato di spine. Tra le spalle un muso appuntito, e due occhi rotondi, debolmente luminosi. In testa aveva altre spine, come sul resto del contorno della sua figura.
Lentamente, la cosa afferrò la rete con le mani, e protese il muso in avanti mostrando con un ghigno i denti acuminati.
Con un balzo l’uomo riccio fu dentro il giardino, atterrando sulle zampe posteriori, e rimanendo eretto, sempre sorridendo.
«Così ci incontriamo di nuovo, Oslo.»
Il cane reagì impercettibilmente, stringendo gli occhi e allungando leggermente indietro le orecchie.
«Basterà poco altro DNA umano per completare la mia trasformazione. I fanghi delle conce hanno trasformato in poco tempo i miei antenati. Adesso mancano solo poche gocce di sangue sapiens e la specie dominante di questo pianeta diverrà quella dei ricci»
Detto questo, l’uomo-riccio flesse le gambe, e spalancò le braccia mostrando i lunghi artigli neri. Il suo sorriso malvagio si era persino allargato, e gli occhi lucevano di un bagliore che sembrava più intenso.
Oslo divaricò le zampe ed espose la sua robusta dentatura.
In un attimo l’uomo riccio balzò sul cane, che però con un agile spostamento lo evitò.
Il riccio tornò alla carica cercando di afferrare Oslo alla gola, ma ancora una volta il cane schivò di lato. Oslo immediatamente approfittò dello sbilanciamento dell’avversario per azzannare il collo pieno di aculei.
L’uomo riccio non aveva accantonato i suoi propositi di attaccare la famiglia nel silenzio, e si sforzò di non urlare.
Il cane a questo punto ringhiava, e pendeva con tutto il suo peso dal collo del contendente spinoso.
L’uomo-riccio fece una capriola e si divincolò. Era in ginocchio, una delle zampe anteriori a terra, che fissava Oslo carico di odio.
In quel momento con la coda dell’occhio la creatura vide Sissi, che si era svegliata e stava osservando la scena.
Oslo approfittò della distrazione dell’uomo riccio per balzargli al volto. Esso non riuscì a soffocare completamente dei grugniti di dolore, e con una possente zampata fece volare Oslo, che atterrò a metri di distanza, immobile.
L’uomo riccio si toccò il volto e vide le sue mani completamente insanguinate. Poi il sangue gli ricoprì completamente il volto, oscurandogli la vista.
«Anche questa volta hai vinto tu, Oslo» – sussurrò al cane, che ansimava per lo sforzo e il dolore – «ma la prossima volta otterrò il mio DNA umano e per la specie dei tuoi padroni sarà finita!»
Detto questo, con un salto fulmineo scavalcò di nuovo la rete
Cap 3
Andrea si svegliò, e andò in cucina a prepararsi un caffè. Vide Oslo che dormiva sullo stipite della portafinestra.
«Questo dorme sempre», disse. «Bella vita che fai, mangi e dormi. Deve essere faticoso!»
Oslo non reagì, e continuò a dormire.
Dopo poco entrò anche Rebecca
«Buongiorno» disse. «Il nostro piccolo eroe si sta riposando. È molto affaticato, ci deve aver protetti dai ricci stanotte.»
«Ahahah»
«Ahahah»
A sentire quella parola Oslo si svegliò un attimo, e rivolse ai due uno sguardo deciso, amareggiato, che li fece ridere ancora di più.
Egli si voltò, e tornò a dormire.





