Racconto “Nuove leggi”


“… E quindi con il decreto legislativo numero 547, denominato “Legge Gender”, si rimuove da qui in avanti la denominazione di genere da tutti i documenti personali, come carta di identità, codice fiscale e patente. La legge sarà in vigore da stanotte alle ore 00:00 e tutti i cittadini hanno tempo fino al mese prossimo per recarsi presso gli uffici predisposti e far aggiornare i propri documenti. E’ anche vietato usare le parole “uomo” e “donna” nel parlato comune, in quanto offensive e discriminanti, il tutto sempre dalla mezzanotte di oggi ”.

Gianfranco era allibito.
Sospettava, ma non credeva, che si arrivasse a tanto. All’inizio c’era stata una battaglia perlopiù linguistica, che aveva causato non pochi problemi.
Definire qualcuno per il sesso era diventato tabù, ma ancora non esisteva una vera legge a riguardo.
Non si poteva più dire “Signor Rossi” o “Signora Rossi”, ma semplicemente “Rossi”.

Questo perché usare termini più specifici avrebbe discriminato chi era in una condizione di sessualità mista, come i transessuali, nati uomini o donne, ma ormai del sesso opposto.
Il problema diveniva più pesante in caso di uomini con aspetto femminile ma attributi maschili o viceversa.
Per ovviare al problema si era creata l’usanza, quasi imposta, di eliminare il prefisso “Signor” o “Signora” da tutti i documenti pubblici e le lettere.
Ma non era bastato.

Per un breve periodo c’era anche stato un tentativo di utilizzare sigle X od Y per fare chiarezza sul sesso di nascita, ma anche questo aveva dato adito a scalpore e proteste da parte di chi aveva effettuato un cambio di sesso o pianificava di effettuarlo.
Quindi mai più uomo o donna, ma solo “persona”.
Ciò creava dei discreti problemi linguistici nell’italiano comune.

Non era più possibile dire “ieri sono andato in discoteca e mi sono fatto questa tipa” perché il testo completo del decreto vietava qualsiasi discriminazione gender.
Quindi era necessario dire “ieri sono andato in discoteca e mi sono fatto questa persona”. Qualsiasi altra forma creava i presupposti per una denuncia.
Gli equivoci erano inevitabili e frequenti. Nessuno capiva più le preferenze sessuali di nessuno, con evidente confusione nelle relazioni interpersonali.
Il divieto valeva anche per le donne, o come si preferiva adesso chiamarle.
Non si poteva più affermare “sabato sono uscita col mio ragazzo”, ma occorreva usare la formula “sabato sono uscita con la mia persona”. Le implicazioni della cosiddetta “legge gender” erano dappertutto.

Divieto assoluto anche di usare i termini “bambino” o “bambina”. Sulle porte dei bagni delle elementari erano stati apposti degli adesivi, uno con un cerchio bianco in campo nero e l’altro nero in campo bianco per distinguere i sessi.
Ciò fu considerato sessista dalle associazioni sulla tutela del gender, inoltre quasi tutti i bambini facevano confusione con il simbolo ed entravano nel bagno opposto. Pure gli stessi bidelli sbagliavano porta, ed alla fine anche questa discriminazione cadde, e fu adottato un bagno unico per tutti: nessuna possibilità di sbagliarsi.
Stesso discorso per i bagni pubblici degli adulti.

Uno dei problemi maggiori coglieva tutti gli addetti di marketing. Non si poteva più scrivere sulle scatole delle vitamine “Formula per uomo” ne’ tanto meno “formula per donna”.
La soluzione, un po’ sbilenca, alla fine fu di scriverci “Chiedi al farmacista la confezione più adatta a te!”.
Ovviamente nemmeno il farmacista poteva chiedere il sesso perché moltissimi avrebbero storto la bocca ( se non direttamente denunciato il malcapitato ), e quindi stava all’abile farmacista capire chi aveva di fronte e fornire la scatola giusta, fondamentalmente a caso.

La situazione per il mondo della moda era persino peggiore.
Sui cataloghi delle varie firme non c’era assolutamente più la denominazione “abito da uomo” ne’ “abito da donna”, ma semplicemente “abito”.
Dato che la moda gender vedeva di cattivo occhio le discriminazioni nell’abbigliamento, tutti gli abiti “da uomo” ( che andavano comunque riconosciuti con occhio esperto ) assomigliavano ad abiti da donna, e viceversa.
Stesso discorso per i capelli, niente parrucchieri da “donna”. Quindi finiva che la gente si vestiva e acconciava un po’ a caso per paura di denunce varie.

Resistevano dei piccoli gruppi clandestini, che si ritrovavano perlopiù di notte in qualche oscura cantina, dove uomini e donne praticavano ancora la discriminazione di genere.
Non era raro sentire qualcuno urlare, nella buia notte di qualche scalcinata periferia “ieri ho trombato un tipo, cazzo!”.
Ma di lì a poco c’era la retata e scattava l’arresto di massa.

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