La ragazza del ristorante


[Scritto a partire dalla prima frase di un utente Instagram]
[Mi sto allenando con questi racconti per scrivere il prossimo romanzo]

La ragazza del ristorante cinese conosceva il mio nome ed anche la mia professione. Mi aveva visto mangiare lì diverse volte, prendere quattro bastoncini primavera e quattro ravioli al vapore, ogni volta, tutte le volte. Se glielo avessero chiesto, non avrebbe sicuramente avuto problemi ad indicarmi in mezzo ad una folla. O in un’aula di un processo.

Ero nella merda. Mai avrei detto che sarebbe andata così. Una serata finita davvero male. Un coacervo di bassi istinti da sedare e ripugnanza verso se stessi, in primis.
La sua connazionale, che probabilmente lei conosceva, era al piano di sopra. Era di sopra quando io ho suonato il campanello all’ingresso, al piano sotto, e lei mi ha fatto salire. Delle scale scalcinate, addobbate con rampicanti fioriti, di plastica. Una cosa molto triste e kitsch. Nemmeno mi piacevano le asiatiche, ma ero arrapato come un bonobo, avevo trovato il numero su un giornale di annunci di roba usata che avevo comprato apposta. Tutto questo faceva parte di un’altra era, ed un po’ mi piaceva.
Salii le scale. Mi aprì una cinese, trucco pesantissimo, bassina, esile, con un appariscente vestito da notte che non trovai sexy, ma triste. Mi disse a malapena “ciao”. Mi accompagnò in un stanza. Lì accanto sentivo una collega che stava lavorando con un altro cliente. Mi sentii un po’ una merda. Mi fece entrare nella nostra stanza. C’era una luce debole, rossa, che illuminava appena un letto senza testata, con una coperta di un colore non identificabile per via della luce.
Sentii le mie pulsazioni che cominciavano a salire di colpo. Non era tanto eccitazione sessuale quanto un generico senso di pericolo legato al fare qualcosa di sbagliato. Cominciò a spogliarsi: seno quasi inesistente, gambe grosse quanto le mie braccia, niente fianchi. Come risposta automatica cominciai a sentirmi i pantaloni tesi. Dopo poco ero sul letto. Mi sentivo sempre più gretto e colpevole, sembrava di scopare una bambina.

Vedevo chiaramente che lei stava fingendo. Mi incitava con un italiano stentoreo. Il problema con certe fregature è che sai che sono fregature ma ci caschi lo stesso.
Lei che recitava, le scale coi fiori, lei che sembrava una bambina. Io che a quarant’anni pagavo perché non riuscivo a trovare una donna. Cominciai ad essere sopraffatto dallo schifo, dalla mia dignità da trenta euro. Avrei voluto sputarmi in faccia, prendermi a ceffoni. Presi invece per il collo lei e cominciai a batterle la testa nel muro. Lei all’inizio cercò di dimenarsi, o di urlare, ma aveva le mie mani al collo. Dopo poco smise di muoversi. Io venni, mi alzai in piedi e la guardai. C’era una macchia di sangue sul muro, dove le stavo sbattendo la testa. Lei era sul letto con gli occhi chiusi e non respirava. La fissai per due secondi, poi cominciai a rivestirmi con le mani che tremavano. Mi guardavo intorno con gli occhi da pazzo, il sudore che mi colava dalle tempie e il mio cuore che suonava come una grancassa.
Ero convinto che accanto mi avessero sentito, ma non venne nessuno e udivo ancora l’altro cliente che si dava da fare.

Scappai giù dalle scale facendo tanto rumore che sembrava le avessi ruzzolate tutte. Uscii in strada. Alla luce dei lampioni mi accorsi che la mia camicia era sporca di sangue. Alzai gli occhi e vidi la ragazza del ristorante cinese di fronte che mi guardava con gli occhi sbarrati, un sacchetto della spazzatura tra le braccia. Mi misi a correre, senza meta. Ero pazzo. Ero impazzito e tutto questo era un delirio. Arrivai al ponte. Salii sul corrimano. Delle auto mi suonarono. Mi lanciai di sotto. Vento. Buio.

Il giorno dopo uscì sul giornale locale l’articolo di una violenza su una prostituta cinese che era stata percossa e lasciata senza conoscenza sul suo letto. Il colpevole non era stato identificato.


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