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Alcuni dei lavori poetici di Luca Gini

Racconto “La Guardia Giurata”

“Era una notte buia e tempestosa”.
Francesco era una persona ridicola, ma non si rendeva conto nemmeno di questo. Se perlomeno si fosse reso conto che era ridicolo, sicuramente avrebbe fatto qualcosa per migliorare.
Ma no. Non si rendeva conto assolutamente di niente, e continuava a parlare così, per luoghi comuni. Con una voce sempre agitata, come se qualcuno lo avesse appena contraddetto su una questione che gli stava a cuore.
Proseguì.
“Era una notte buia e tempestosa, quando dalla bruma vidi uscire due uomini con un passamontagna in testa”.
Era già pessimo l’incipit, e la storia non proseguiva in maniera migliore. Il suo interlocutore al pub lo guardava con disinteresse. Lui stava bevendo un Gin Tonic, Francesco una raffinata birra artigianale che sapeva di piscio ed aceto. Ovviamente ai palati che non la sapevano apprezzare, non al suo.
“Si sono avvicinati, ma non mi hanno visto. Io mi sono nascosto”.
Francesco era alto un metro e settanta, ed aveva i capelli grigi probabilmente da quando aveva sedici anni. Tutta la sua figura dava l’impressione di un uomo di cinquant’anni, da sempre. Era lievemente ingobbito dalla mancanza di attività fisica, con una pancetta malaticcia e prominente, due braccia prive di muscoli, le dita bianche, scheletriche nervose. Senza culo.
Mai avuto una donna. Una volta si era persino vantato di non aver mai visto un film porno. Tutti quelli intorno a lui avevano commentato con “ah” e “mmmh mmmh”.
Le sue battute sembravano sempre dettate dal nervosismo. Pessima cosa quando fai delle battute, il nervosismo. La parte più dolorosa è che sei il primo a provare imbarazzo per quello che hai detto, anche se è divertente.

“Ho visto che stavano armeggiando con la saracinesca dei parcheggi al piano terra. Cercavano di aprirla con dei grimaldelli, credo. Non credo siano serrature difficili quelle, perlomeno ad occhio”, aveva commentato.
Francesco nella sua vita si era fatto molti anni di disoccupazione. Studi scalcinati. Media e giornalismo, mai concluso, poi un paio di corsi da macellaio e contabile. Mai trovato lavoro prima.
Dopo anni ed anni era riuscito a farsi assumere, anche grazie ad una piccola raccomandazione, come guardia giurata. Ora aveva anche una pistola, una Beretta. In realtà gli faceva paura e non la toglieva mai dalla fondina, per sicurezza.
“A forza di armeggiare sono riusciti a forzare la serratura ed aprire la saracinesca. Non è stato un grande problema tirarla su, anche se hanno fatto un baccano diavolo. Per centinaia di metri, intorno al centro commerciale non c’è anima viva”, disse Francesco usando l’ennesima espressione ritrita.
Il suo interlocutore, un ubriacone di più di quarant’anni, sbadigliò.
“Insomma questi entrano dentro” – proseguì – “e si accorgono che in realtà sono entrati nel parcheggio. Li sento bestemmiare da fuori.”
“Ora proveranno a far irruzione all’interno del centro” – penso tra me e me – “Se non provo nemmeno a fermarli, perdo il lavoro”.
“Io non volevo entrare dentro. Di solito era un lavoro senza particolari sorprese il mio. A me piaceva così, stavi a passeggiare per qualche ora, ogni tanto ti mettevi a sedere, guardavi il cellulare, ed alla fine arrivava l’alba e te ne andavi. La guardia giurata è un lavoro facile.”
“Ma quella seria, dannata la miseria, mi toccava reagire di fronte a dei criminali! E pure due!”
L’ubriacone che lo stava a sentire si era un attimo destato, più che altro per la mancanza di spina dorsale del suo interlocutore. “E quindi cosa hai fatto?” – domandò –
“Eh, niente, sono entrato nel parcheggio ed ho urlato: FERMI!”
“E loro?”
“Eh, sono stati fermi”.
“E poi?”
“E poi boh, non sapevo più che fare. Ho estratto la pistola e gliel’ho puntata addosso”.
“E loro?”
“Loro a quel punto hanno tirato fuori una pistola.”
“E te…?”
“Al corso ci avevano detto che se minacciavano la nostra vita ci potevamo difendere. Quindi io ho chiuso gli occhi ed ho premuto il grilletto”.
“Perché hai chiuso gli occhi, scusa?”
“Non mi piace sparare, non lo faccio mai. Anche al poligono cercavo di farlo il meno possibile. Mi da fastidio il rumore.”
“Ok, e quindi ne hai stecchito uno”.
“No.”
“Ma non eri vicino?”
“Si, ma la pistola ha fatto ‘click’ “.
“Cioè?”
“Eh, io non la usavo mai, eh? E nulla, non c’erano munizioni dentro. Me le ero scordate.”
“Sei serio?”
“SI SI SI!” – si affretto a dire Francesco spostando la testa in avanti ed annuendo nervosamente e con ampi movimenti.
“E poi?” – domandò l’alcolizzato provando imbarazzo per lui –
“E poi mi hanno derubato”.
“Ah.”
“E…?”
“Mi hanno legato ad una colonna del parcheggio”
“Ah.”
“Con i pantaloni abbassati!” proseguì Francesco continuando ad annuire mostrando il bianco degli occhi.
“Deve aver fatto freddo tutta la notte così”
“Maiala!”

Seguì un breve silenzio –
“Ti hanno licenziato?”
“Eccerto!” Disse, testa protesa in avanti, occhi come due fari.

Altro silenzio, più lungo. Sorseggiò la sua birra artigianale –
“Senti, mica hai un lavoro per me?”
“Direi proprio di no” – disse l’ubriacone.

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Racconto “La Ricerca”

“Ci devo pensare”.

Questo rispose Gianni ad Andrea quando lui gli chiese il fumo a credito. “Ma come, ci conosciamo da 15 anni!” – si lamentò.

“Non mi interessa, io non mischio mai gli affari con l’amicizia. sono un professionista serio.”

“Gianni porco il cazzo, è un decino di fumo, non mezzo chilo di bamba!”-ma non cl fu niente da fare-.

Andrea aveva esplorato tutte le possibilità per incentiva­ re l’emisfero creativo del suo cervello a produrre qualcosa, ma niente. Era andato a camminare. Era andato a giocare a tennis. Nei locali. Aveva bevuto.

Aveva telefonato ad un amico. Pure ad un parente. Niente.

Andrea era il creativo di una grossa azienda che vendeva bombole di Butano. Ogni settimana doveva po­ durre un racconto con protagonista Bombo, la bombola  di butano mascotte dell’azienda.

Solo che ultimamente le idee, per dirla con un eufemismo, scarseggiavano. “Che stracazzo gli vuoi far fare ad una minchia di bombola di butano porco il clero?” butano

Aveva salvato la grigliata dei boy scout. Aveva reso possibile il compleanno di nonna Ida nel suo casolare a Treggiaia. Aveva vagliato ogni possibilità che poteva comprendere una bombola di Butano, ma ora era al capolinea. Gli serviva qualche input creativo eccellente o il lavoro era perso. Ma come fare?

In realtà conosceva un altro spacciatore dal quale non  andava mai. Lo aveva visto nel locale, stava a sedere ad un tavolo da solo. Lo avvicinò. Spiegò di nuovo la  storia. “Non ho un euro”, aggiunse. “Fammi fare una telefonata.” -prese in mano il telefono-

Ok, ho un tizio che può aiutarti. Scriviti l’indirizzo, vacci a parlare”.

Era una zona residenziale piuttosto squallida. Suonò il  citofono sporco. “Mi avevano a avvertito, vieni su.”

Quando Andrea arrivò al piano suonò il campanello.

Era rotto. Bussò. Gli apri un uomo di statura media, , di circa trent’anni, dai capelli lunghi e unticci, e una calvizie pronunciata. “Vuoi un panetto ma non hai una lira eh?”. Andrea annuì, timoroso.”Ragazzi?!” -urlò l’uomo-, e da una porta uscirono tre gentiluomini completamente nudi. Adesso ti insegniamo che i vizi hanno sempre un prezzo”.

E mentre Andrea, in ginocchio, non riusciva più a protestare per via di occlusioni carnose nel suo orifi­ zio orale, ma non solo, pensò che forse sarebbe stato meglio se si fosse trovato un lavoro onesto invece del social & media manager.

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La vera storia di Tobias Moretti – racconto


Premessa. Eravamo in un bar con un’amica, in tv c’era “Il Commissario Rex”. Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se in realtà l’attore avesse un profondo odio verso i cani. E poi ho scritto questo.


Espirò il fumo di quella fetente Gauloises verso il soffitto, che produsse una piccola nube con la forma di un’esplosione. Gli occhi, stanchi e riflessivi, fissavano il vuoto da una testa china.
Tobias Moretti, in arte Richard Moser. Questo era il suo nome, o i suoni nomi per meglio dire.

“Io li ho sempre odiati i pastori tedeschi”, irruppe rompendo il silenzio acre delle sigarette senza filtro.
“Sempre…quando ero piccolo vivevamo in una villetta al limite della foresta nera… I miei genitori erano immigrati italiani, venuti dal sud per trovare condizioni migliori. Mio padre lavorava in una fabbrica della BMW, mia madre in una di scarpe. Non avevano molto tempo per me, ma mi hanno sempre trattato con gentilezza.
Ricordo… ero a giocare in giardino, era domenica… Mio padre stava tagliando la siepe, e mia madre stendeva i panni… Io armeggiavo con una piccola ruspa che mi avevano regalato da poco. Il cancello era aperto, e sentimmo un cane abbaiare. Io guardai in quella direzione, perché di lì non passava mai nessuno ed i nostri unici vicini non avevano cani.
Da lì a poco entro’ un pastore tedesco. Era sporco, sembrava che lo avessero investito. Sentivo il suo odore arrivare fino a me. Mio padre, sempre gentile, si avvicinò a lui con cautela. Tese la mano. “Come va cucciolone, tutto bene?”.
Non so cosa avesse quella bestia, ma improvvisamente scattò, ed approfittò della figura protesa di mio padre per azzannarlo in faccia. In una frazione di secondo il volto di mio padre diventò una maschera di sangue.

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28/04/2021

Quando cammino per strada
a volte alzo gli occhi
al cielo striato della sera
e mi sembra una fortuna
che il cielo sia ancora così bello
che il fiume sotto così limpido
che l’aria della primavera
abbia un odore così intenso
e penso
che tutto questo
potrebbe sparire in un secondo
ma io invece
sono ancora così fortunato.

I commenti adesso funzionano di nuovo.

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cut up poetry

Meccanica Quantistica: spoken word con accompagnamento

Da qualche settimana collaboro con il progetto solista Polvere per musicare alcune poesie tratte dal mio libro inedito “Il Calibano ed Altri Frammenti”.

Il progetto comprende una decina di brani, realizzati con la mia voce (spoken word), la chitarra di Polvere e le sue numerose pedaliere, più qualche percussione abbastanza creativa.

Ho deciso di condividere una traccia di demo del progetto, i vostri feedback saranno molto apprezzati. C’è anche un video.

Spero vi piaccia

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Valdarno Post Nucleare – La Genesi

Visto che me lo hanno chiesto in diversi, in questo articolo voglio parlare della nascita (e gestazione) del mio ultimo libro, Valdarno Post Nucleare.

Tutto iniziò, se non erro, circa 6 anni fa, quando dei miei amici, proprietari al tempo del Tesla Science Bar di Montelupo, indissero un concorso di racconti di fantascienza. Subito l’idea mi parve buona, ed acconsentii ad essere nell’organizzazione.

Il problema fu che dopo pochissimo mi accorsi che l’idea di partecipare ad un concorso di racconti di fantascienza era veramente ghiotta, ma ormai ero nell’organizzazione… come fare quindi…

Mentre pensavo mi passò davanti mia nonna. Sicché chiesi a mia nonna quando era nata.  Nel 1927. Bene. Città di nascita? Continua a leggere

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Cappuccetto Rosso Nike

“… E quindi mi raccomando, portali a Nonna, che sennò finisce male”.
Nonna stava nel quartiere degli immigrati dall’altra parte della città, e la cosa poteva non essere facile.
Era tutto nascosto nell’imbottitura dello zaino. Sudava, un po’ per il passo veloce, un po’ perché andare in giro in tardo pomeriggio con quasi un chilo di panetti di hashish le dava da pensare.

Quando aveva accettato di fare da corriere aveva undici anni, adesso ne aveva tredici e voleva smettere prima possibile.
Non le piaceva quel lavoro, ma le piacevano i soldi. Per esempio i soldi per la felpa rossa della Nike con cappuccio venivano da lì.
Ci si strinse, mentre cominciava a tirare un vento freddo, invernale. Iniziava a fare buio in città.

Nonna non era la sua vera nonna. Con ogni probabilità non era la nonna di nessuno. Quello che sapeva di per certo è che faceva le storie.
Prendi la roba da quello, la rivendi a quell’altro… quel tipo di storie.

Nonna non stava bene. Era diventata smunta, magra da far paura, bianca allampanata. Forse fumava troppa ero. Il problema principale era che non poteva passare a prendere il fumo da sola, e quindi qualcuno glielo doveva portare.
E qui entrava in gioco Cappuccetto Rosso, come era stata soprannominata di recente.

Quello che la preoccupava maggiormente erano gli sbirri, che quel giorno erano a qualsiasi angolo della città. C’era la partita.
Ma forse non avrebbero fatto caso a lei, alla fine non erano lì per quello. Continua a leggere

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