Estratto da “Valdarno Post Nucleare”, cap XII, “Il Culto”

Altro estratto dal mio libro distopico ambientato nel Valdarno

Ci alzammo riposati dopo la notte al vecchio osservatorio. Le cinghie delle borse cominciavano a far male, e fu piuttosto doloroso caricarsi nuovamente tutto in spalla. Cominciavo a nutrire dubbi sul buon risultato del viaggio. Gliene sarebbe fregato qualcosa ai livornesi dei problemi di Empoli?
Da una parte Empoli faceva comodo anche a loro. Era a metà strada tra Livorno e Firenze, e un’occupazione del vecchio nemico avrebbe potuto complicargli le cose in futuro.
Avevamo ripreso a camminare, ed ero immerso in questi pensieri, quando sentii Guido bestemmiare.
Mi voltai indietro e gli chiesi cosa fosse successo, e lui, indicando la ciabatta, spiegò, iniziando con un “maremma maiala”: «S’è rotta.»
Un bel problema. Non avevamo niente per sostituirla e, nonostante i calzini, non sarebbe stato facile camminare tra pietre e sterpaglie.
Guido bestemmiava aspramente, e stavamo pensando a come risolvere la situazione, quando, da dietro una curva, vedemmo arrivare un individuo.
Aveva un bastone in mano con in cima il simbolo di un trifoglio, e ci venne incontro aprendo le braccia.
Vidi Virgilio che metteva mano al coltello.
«Salve figliuoli» salutò.
Era vestito con una specie di saio di sacco, legato in vita con una corda.
«Siate benedetti, o voi che vagate in questo bosco sacro.»
«Bosco icché?» lo interruppe Guido.
«Bosco sacro. Non sapete niente, siete non-forestieri immagino.»
«’un c’ho capito nulla» disse Guido.
«Non vivete qui nella foresta, immaginavo. Oggi per noi è una ricorrenza sacra, e camminando in questi boschi, che abbiamo avuto in concessione dalla Natura, pure voi dovete rispettare le nostre tradizioni.»
«Quindi cosa dovremmo fare?» chiese Virgilio.
«Intanto adornate i vostri capelli con questi trifogli, e seguitemi.»
Sentimmo qualcosa muoversi tra i cespugli lì vicino, e ci spaventammo, guardandoci tra noi.
Forse era una buona idea assecondare il tizio.
Aveva i capelli pettinati in maniera simile a quelli del prete di Empoli, e parlava con la sua stessa inflessione.
Quello che non mi era ben chiaro era questa storia dei trifogli.
Ce li mettemmo in testa, come consigliava lui, e subito dopo uscirono dai cespugli tre individui, due uomini ed una donna, vestiti in abiti molto colorati, con i capelli che sembravano molto sporchi, ed acconciati in una maniera che ricordava delle corde o qualcosa di simile.
Alcuni avevano degli anelli sui capelli o dei bulloni, una cosa che non avevo mai visto prima.
Erano armati con dei coltelli, ed uno di loro si portava dietro un grosso mazzuolo.
«Seguitemi – proseguì quella specie di prete – vi porteremo al nostro villaggio.»
Camminavamo dietro di lui nella foresta, e notai che usava il bastone per cercare la strada, come fanno i ciechi. Inciampava anche abbastanza spesso.
Arrivammo in uno spiazzo nel bosco. Lì c’erano diverse casette, tutte in legno, un po’ storte.
C’erano molte decorazioni colorate appese alle case, ed al centro del piccolo spiazzo una specie di altaretto con un fuoco sopra.
«Benvenuti nel nostro villaggio, Mitropoli. In questa giornata di gaudio festeggiamo il passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. In questo giorno il nostro santissimo Mitra è sceso agli inferi e tornato al mondo dei vivi. Sia lode a Mitra!»
«Amen» risposero gli abitanti svogliatamente.
«Qui noi non uccidiamo poveri animali e non mangiamo carogne. Qui viviamo in armonia con la natura e ci cibiamo di quello che il nostro bosco ci offre. Solo prodotti bio, come i nostri avi ed i loro avi prima di loro.»
Non sapevo cosa fossero questi prodotti bio, ma vidi Virgilio che lo guardava piuttosto male, mentre Guido aveva chiaramente un’espressione di uno che non sta capendo molto.
«Vi prego di partecipare al nostro pasto mattutino, che ci fornirà le energie vitali per la dura giornata che ci attende.»
Il sacerdote ci accompagnò al centro del villaggio, dove c’era questa specie di altarino e varie sedie in legno.
Ci sedemmo insieme ai tipi di prima ed altri abitanti del villaggio.
Il prete prese in mano dei pezzi di pane, e declamò: «Queste gallette da colazione, pasto più importante della giornata, le dedichiamo a te Mitra, affinché divengano per noi cibo di salvezza.»
Poi, mancando la presa diverse volte e brancolando un po’ a caso, prese in mano una bottiglia graffiata con dentro un liquido giallognolo, e disse: «Questo succo bio, frutto dei peri e del lavoro dell’uomo, lo dedichiamo a te Mitra, affinché diventi per noi bevanda di salvezza.»
«Amen» dissero gli abitanti.
Io e gli altri ci guardammo un po’ perplessi, mentre lo strano sacerdote distribuiva succo e gallette. Non erano particolarmente schifosi, e li mandammo giù.
«Adesso che le nostre energie vitali sono state ripristinate dopo la nera notte, comincino i preparativi per la Festa della Rinascita!»
Chiesi al prete, o come lo si voleva chiamare, cosa fosse questa Festa della Rinascita.
«Settanta anni or sono – iniziò – in questo giorno sacro, i doni di Mitra caddero dal cielo e posero fine all’oscurità che avvolgeva il genere umano. Noi quest’oggi, secondo tradizione, festeggiamo tale evento sacro. Il passaggio dall’oscurità alla luce, la morte del freddo invernale e l’avvento della primavera.»
«Cosa intende per “doni di Mitra”?» chiesi.
«I suoi splendenti doni, che posero fine all’umanità triste e corrotta e fecero iniziare, tramite il loro bagliore, una nuova, luminosa era.»
Capii che si riferiva alle bombe.
«E quindi quando caddero questi doni di Mitra?»
«Il santo giorno del 21 marzo 2037. Oggi è il 21 marzo dell’anno 70 della nuova era, l’era della luce. Oggi festeggiamo i settanta anni dai doni.»
Quindi, pareva che questa specie di tribù con strane abitudini alimentari e religiose considerasse lo scoppio della terza guerra mondiale un dono, bombe comprese, anzi, in particolare le bombe.
Cominciavo ad annoiarmi. Non provavo interesse per questi tipi e le loro strambe credenze, e quindi guardai Virgilio, che sembrò intuire i miei pensieri.
«Va be’, grazie di tutto signor sacerdote. Noi, col vostro permesso, continueremmo il cammino» dissi.
«Non rimanete per i grandi riti di stanotte?»
E qui Virgilio, col suo caratterino, fece un piccolo errore.
«Non ce ne frega veramente niente» disse.
Il sacerdote strabuzzò gli occhi, che mi accorsi essere molto opachi, probabilmente era cieco o quasi.
«Come sarebbe a dire che non ve ne frega niente!? Voi state insultando noi e l’Altissimo!»
«Non ce ne frega niente. Eppoi a me piace la carne, stasera voglio mangiare cinghiale» proseguì Virgilio.
Il prete, o come lo si voleva chiamare, batté per terra il bastone un paio di volte, ed i tre individui di prima, che erano vicini, scattarono verso di noi e ci puntarono le armi contro.
In maniera non particolarmente gentile ci tolsero tutto tranne i vestiti e ci “scortarono” dentro una casetta angusta, senza finestre, una specie di rimessa.
Bloccarono la porta da fuori. Provammo a prenderla a spallate ma niente, sembrava l’unica cosa solidamente costruita di tutto il villaggio. Dopo un po’ ci arrendemmo.
Dentro era buio, ma sentivamo lo stesso gli abitanti ed il prete parlare, anche se non capivamo cosa stessero dicendo.
Rimanemmo per ore lì dentro, e Guido alla fine si addormentò. Io e Virgilio rimanemmo svegli, per niente tranquilli.
Dagli interstizi tra le tavole del misero abituro filtrava un po’ di luce, e dopo alcune ore capimmo che era ormai tramontato il sole.
Fuori, nel frattempo, il brusio aumentò, fino a quando non sentimmo battere alla porta.
La porta venne aperta, e vedemmo gran parte del villaggio all’ingresso, quasi tutti con delle armi in mano, che ce le puntavano contro.
Il sacerdote, alzando in aria il bastone, ci intimò di seguirlo. Il fuoco al centro del villaggio era acceso, ed intorno ad esso c’erano tre pali con accatastati sotto paglia e pezzi di legno. Sembrava materiale da ardere.
«A causa dei gravissimi crimini perpetrati contro di noi, il nostro buon Mitra e l’alimentazione bio, condanniamo questi non-forestieri alla morte per mezzo del fuoco purificatore!»
«Amen!» gridò la folla, che sembrava improvvisamente aver ripreso brio e vitalità.
Ci legarono ai pali, mentre il sacerdote pronunciò queste parole: «Per le sacre scritture, le sante pagine provenienti dai siti di controinformazione tramandateci dai nostri avi, ti ringraziamo, o Mitra!»
«Amen!»
Vidi che teneva in mano alcuni fogli, sporchi ed ingialliti, di provenienza ignota.
«Per il sacro culto, trasmessoci dai nostri avi secondo il vvv, come da tradizione, ti ringraziamo, o Mitra!»
«Amen!»
Gli “amen” crescevano di intensità ad ogni nuova scempiaggine. Guardai Virgilio nella speranza che almeno lui ci stesse capendo qualcosa, ma scosse la testa ed alzò le spalle.
«Per questo sacro fuoco, simbolo della purificazione dall’era dell’oscurità, per i doni di Mitra scesi dal cielo a portare la salvezza settanta anni or sono, noi ti ringraziamo!»
«Amen!»
Nonostante la nostra vita fosse in pericolo cominciavo quasi ad annoiarmi.
Dall’altro lato del villaggio vidi avvicinarsi un uomo incappucciato con una torcia in mano.
«Adesso Giovanni, nel ruolo del portatore di luce, accenderà le pire purificatrici, che in questa santa notte sono poste al di sotto di esseri indegni dei tuoi doni, o Mitra.»
Capii che gli esseri indegni eravamo noi, e che probabilmente sarebbe finita male.
«Addio ragazzi» dissi.
Mentre il “portatore di luce” avanzava sentimmo un forte boato, e tutti si voltarono.
Vidi, a diverse decine di metri, una serie di uomini vestiti in abiti militari. Si misero ad urlare: «Avete rotto le palle con queste stronzate, brutti rincoglioniti!»
Sentii una botta in testa, ed è l’ultima cosa che ricordo.

La ragazza del ristorante

[Scritto a partire dalla prima frase di un utente Instagram]
[Mi sto allenando con questi racconti per scrivere il prossimo romanzo]

La ragazza del ristorante cinese conosceva il mio nome ed anche la mia professione. Mi aveva visto mangiare lì diverse volte, prendere quattro bastoncini primavera e quattro ravioli al vapore, ogni volta, tutte le volte. Se glielo avessero chiesto, non avrebbe sicuramente avuto problemi ad indicarmi in mezzo ad una folla. O in un’aula di un processo.

Ero nella merda. Mai avrei detto che sarebbe andata così. Una serata finita davvero male. Un coacervo di bassi istinti da sedare e ripugnanza verso se stessi, in primis.
La sua connazionale, che probabilmente lei conosceva, era al piano di sopra. Era di sopra quando io ho suonato il campanello all’ingresso, al piano sotto, e lei mi ha fatto salire. Delle scale scalcinate, addobbate con rampicanti fioriti, di plastica. Una cosa molto triste e kitsch. Nemmeno mi piacevano le asiatiche, ma ero arrapato come un bonobo, avevo trovato il numero su un giornale di annunci di roba usata che avevo comprato apposta. Tutto questo faceva parte di un’altra era, ed un po’ mi piaceva.
Salii le scale. Mi aprì una cinese, trucco pesantissimo, bassina, esile, con un appariscente vestito da notte che non trovai sexy, ma triste. Mi disse a malapena “ciao”. Mi accompagnò in un stanza. Lì accanto sentivo una collega che stava lavorando con un altro cliente. Mi sentii un po’ una merda. Mi fece entrare nella nostra stanza. C’era una luce debole, rossa, che illuminava appena un letto senza testata, con una coperta di un colore non identificabile per via della luce.
Sentii le mie pulsazioni che cominciavano a salire di colpo. Non era tanto eccitazione sessuale quanto un generico senso di pericolo legato al fare qualcosa di sbagliato. Cominciò a spogliarsi: seno quasi inesistente, gambe grosse quanto le mie braccia, niente fianchi. Come risposta automatica cominciai a sentirmi i pantaloni tesi. Dopo poco ero sul letto. Mi sentivo sempre più gretto e colpevole, sembrava di scopare una bambina.

Vedevo chiaramente che lei stava fingendo. Mi incitava con un italiano stentoreo. Il problema con certe fregature è che sai che sono fregature ma ci caschi lo stesso.
Lei che recitava, le scale coi fiori, lei che sembrava una bambina. Io che a quarant’anni pagavo perché non riuscivo a trovare una donna. Cominciai ad essere sopraffatto dallo schifo, dalla mia dignità da trenta euro. Avrei voluto sputarmi in faccia, prendermi a ceffoni. Presi invece per il collo lei e cominciai a batterle la testa nel muro. Lei all’inizio cercò di dimenarsi, o di urlare, ma aveva le mie mani al collo. Dopo poco smise di muoversi. Io venni, mi alzai in piedi e la guardai. C’era una macchia di sangue sul muro, dove le stavo sbattendo la testa. Lei era sul letto con gli occhi chiusi e non respirava. La fissai per due secondi, poi cominciai a rivestirmi con le mani che tremavano. Mi guardavo intorno con gli occhi da pazzo, il sudore che mi colava dalle tempie e il mio cuore che suonava come una grancassa.
Ero convinto che accanto mi avessero sentito, ma non venne nessuno e udivo ancora l’altro cliente che si dava da fare.

Scappai giù dalle scale facendo tanto rumore che sembrava le avessi ruzzolate tutte. Uscii in strada. Alla luce dei lampioni mi accorsi che la mia camicia era sporca di sangue. Alzai gli occhi e vidi la ragazza del ristorante cinese di fronte che mi guardava con gli occhi sbarrati, un sacchetto della spazzatura tra le braccia. Mi misi a correre, senza meta. Ero pazzo. Ero impazzito e tutto questo era un delirio. Arrivai al ponte. Salii sul corrimano. Delle auto mi suonarono. Mi lanciai di sotto. Vento. Buio.

Il giorno dopo uscì sul giornale locale l’articolo di una violenza su una prostituta cinese che era stata percossa e lasciata senza conoscenza sul suo letto. Il colpevole non era stato identificato.

Racconto “La Guardia Giurata”

“Era una notte buia e tempestosa”.
Francesco era una persona ridicola, ma non si rendeva conto nemmeno di questo. Se perlomeno si fosse reso conto che era ridicolo, sicuramente avrebbe fatto qualcosa per migliorare.
Ma no. Non si rendeva conto assolutamente di niente, e continuava a parlare così, per luoghi comuni. Con una voce sempre agitata, come se qualcuno lo avesse appena contraddetto su una questione che gli stava a cuore.
Proseguì.
“Era una notte buia e tempestosa, quando dalla bruma vidi uscire due uomini con un passamontagna in testa”.
Era già pessimo l’incipit, e la storia non proseguiva in maniera migliore. Il suo interlocutore al pub lo guardava con disinteresse. Lui stava bevendo un Gin Tonic, Francesco una raffinata birra artigianale che sapeva di piscio ed aceto. Ovviamente ai palati che non la sapevano apprezzare, non al suo.
“Si sono avvicinati, ma non mi hanno visto. Io mi sono nascosto”.
Francesco era alto un metro e settanta, ed aveva i capelli grigi probabilmente da quando aveva sedici anni. Tutta la sua figura dava l’impressione di un uomo di cinquant’anni, da sempre. Era lievemente ingobbito dalla mancanza di attività fisica, con una pancetta malaticcia e prominente, due braccia prive di muscoli, le dita bianche, scheletriche nervose. Senza culo.
Mai avuto una donna. Una volta si era persino vantato di non aver mai visto un film porno. Tutti quelli intorno a lui avevano commentato con “ah” e “mmmh mmmh”.
Le sue battute sembravano sempre dettate dal nervosismo. Pessima cosa quando fai delle battute, il nervosismo. La parte più dolorosa è che sei il primo a provare imbarazzo per quello che hai detto, anche se è divertente.

“Ho visto che stavano armeggiando con la saracinesca dei parcheggi al piano terra. Cercavano di aprirla con dei grimaldelli, credo. Non credo siano serrature difficili quelle, perlomeno ad occhio”, aveva commentato.
Francesco nella sua vita si era fatto molti anni di disoccupazione. Studi scalcinati. Media e giornalismo, mai concluso, poi un paio di corsi da macellaio e contabile. Mai trovato lavoro prima.
Dopo anni ed anni era riuscito a farsi assumere, anche grazie ad una piccola raccomandazione, come guardia giurata. Ora aveva anche una pistola, una Beretta. In realtà gli faceva paura e non la toglieva mai dalla fondina, per sicurezza.
“A forza di armeggiare sono riusciti a forzare la serratura ed aprire la saracinesca. Non è stato un grande problema tirarla su, anche se hanno fatto un baccano diavolo. Per centinaia di metri, intorno al centro commerciale non c’è anima viva”, disse Francesco usando l’ennesima espressione ritrita.
Il suo interlocutore, un ubriacone di più di quarant’anni, sbadigliò.
“Insomma questi entrano dentro” – proseguì – “e si accorgono che in realtà sono entrati nel parcheggio. Li sento bestemmiare da fuori.”
“Ora proveranno a far irruzione all’interno del centro” – penso tra me e me – “Se non provo nemmeno a fermarli, perdo il lavoro”.
“Io non volevo entrare dentro. Di solito era un lavoro senza particolari sorprese il mio. A me piaceva così, stavi a passeggiare per qualche ora, ogni tanto ti mettevi a sedere, guardavi il cellulare, ed alla fine arrivava l’alba e te ne andavi. La guardia giurata è un lavoro facile.”
“Ma quella seria, dannata la miseria, mi toccava reagire di fronte a dei criminali! E pure due!”
L’ubriacone che lo stava a sentire si era un attimo destato, più che altro per la mancanza di spina dorsale del suo interlocutore. “E quindi cosa hai fatto?” – domandò –
“Eh, niente, sono entrato nel parcheggio ed ho urlato: FERMI!”
“E loro?”
“Eh, sono stati fermi”.
“E poi?”
“E poi boh, non sapevo più che fare. Ho estratto la pistola e gliel’ho puntata addosso”.
“E loro?”
“Loro a quel punto hanno tirato fuori una pistola.”
“E te…?”
“Al corso ci avevano detto che se minacciavano la nostra vita ci potevamo difendere. Quindi io ho chiuso gli occhi ed ho premuto il grilletto”.
“Perché hai chiuso gli occhi, scusa?”
“Non mi piace sparare, non lo faccio mai. Anche al poligono cercavo di farlo il meno possibile. Mi da fastidio il rumore.”
“Ok, e quindi ne hai stecchito uno”.
“No.”
“Ma non eri vicino?”
“Si, ma la pistola ha fatto ‘click’ “.
“Cioè?”
“Eh, io non la usavo mai, eh? E nulla, non c’erano munizioni dentro. Me le ero scordate.”
“Sei serio?”
“SI SI SI!” – si affretto a dire Francesco spostando la testa in avanti ed annuendo nervosamente e con ampi movimenti.
“E poi?” – domandò l’alcolizzato provando imbarazzo per lui –
“E poi mi hanno derubato”.
“Ah.”
“E…?”
“Mi hanno legato ad una colonna del parcheggio”
“Ah.”
“Con i pantaloni abbassati!” proseguì Francesco continuando ad annuire mostrando il bianco degli occhi.
“Deve aver fatto freddo tutta la notte così”
“Maiala!”

Seguì un breve silenzio –
“Ti hanno licenziato?”
“Eccerto!” Disse, testa protesa in avanti, occhi come due fari.

Altro silenzio, più lungo. Sorseggiò la sua birra artigianale –
“Senti, mica hai un lavoro per me?”
“Direi proprio di no” – disse l’ubriacone.

Racconto “La Ricerca”

“Ci devo pensare”.

Questo rispose Gianni ad Andrea quando lui gli chiese il fumo a credito. “Ma come, ci conosciamo da 15 anni!” – si lamentò.

“Non mi interessa, io non mischio mai gli affari con l’amicizia. sono un professionista serio.”

“Gianni porco il cazzo, è un decino di fumo, non mezzo chilo di bamba!”-ma non cl fu niente da fare-.

Andrea aveva esplorato tutte le possibilità per incentiva­ re l’emisfero creativo del suo cervello a produrre qualcosa, ma niente. Era andato a camminare. Era andato a giocare a tennis. Nei locali. Aveva bevuto.

Aveva telefonato ad un amico. Pure ad un parente. Niente.

Andrea era il creativo di una grossa azienda che vendeva bombole di Butano. Ogni settimana doveva po­ durre un racconto con protagonista Bombo, la bombola  di butano mascotte dell’azienda.

Solo che ultimamente le idee, per dirla con un eufemismo, scarseggiavano. “Che stracazzo gli vuoi far fare ad una minchia di bombola di butano porco il clero?”

Aveva salvato la grigliata dei boy scout. Aveva reso possibile il compleanno di nonna Ida nel suo casolare a Treggiaia. Aveva vagliato ogni possibilità che poteva comprendere una bombola di Butano, ma ora era al capolinea. Gli serviva qualche input creativo eccellente o il lavoro era perso. Ma come fare?

In realtà conosceva un altro spacciatore dal quale non  andava mai. Lo aveva visto nel locale, stava a sedere ad un tavolo da solo. Lo avvicinò. Spiegò di nuovo la  storia. “Non ho un euro”, aggiunse. “Fammi fare una telefonata.” -prese in mano il telefono-

Ok, ho un tizio che può aiutarti. Scriviti l’indirizzo, vacci a parlare”.

Era una zona residenziale piuttosto squallida. Suonò il  citofono sporco. “Mi avevano a avvertito, vieni su.”

Quando Andrea arrivò al piano suonò il campanello.

Era rotto. Bussò. Gli apri un uomo di statura media, , di circa trent’anni, dai capelli lunghi e unticci, e una calvizie pronunciata. “Vuoi un panetto ma non hai una lira eh?”. Andrea annuì, timoroso.”Ragazzi?!” -urlò l’uomo-, e da una porta uscirono tre gentiluomini completamente nudi. Adesso ti insegniamo che i vizi hanno sempre un prezzo”.

E mentre Andrea, in ginocchio, non riusciva più a protestare per via di occlusioni carnose nel suo orifi­ zio orale, ma non solo, pensò che forse sarebbe stato meglio se si fosse trovato un lavoro onesto invece del social & media manager.

Racconto “Nuove leggi”

“… E quindi con il decreto legislativo numero 547, denominato “Legge Gender”, si rimuove da qui in avanti la denominazione di genere da tutti i documenti personali, come carta di identità, codice fiscale e patente. La legge sarà in vigore da stanotte alle ore 00:00 e tutti i cittadini hanno tempo fino al mese prossimo per recarsi presso gli uffici predisposti e far aggiornare i propri documenti. E’ anche vietato usare le parole “uomo” e “donna” nel parlato comune, in quanto offensive e discriminanti, il tutto sempre dalla mezzanotte di oggi ”.

Gianfranco era allibito.
Sospettava, ma non credeva, che si arrivasse a tanto. All’inizio c’era stata una battaglia perlopiù linguistica, che aveva causato non pochi problemi.
Definire qualcuno per il sesso era diventato tabù, ma ancora non esisteva una vera legge a riguardo.
Non si poteva più dire “Signor Rossi” o “Signora Rossi”, ma semplicemente “Rossi”.

Questo perché usare termini più specifici avrebbe discriminato chi era in una condizione di sessualità mista, come i transessuali, nati uomini o donne, ma ormai del sesso opposto.
Il problema diveniva più pesante in caso di uomini con aspetto femminile ma attributi maschili o viceversa.
Per ovviare al problema si era creata l’usanza, quasi imposta, di eliminare il prefisso “Signor” o “Signora” da tutti i documenti pubblici e le lettere.
Ma non era bastato.

Per un breve periodo c’era anche stato un tentativo di utilizzare sigle X od Y per fare chiarezza sul sesso di nascita, ma anche questo aveva dato adito a scalpore e proteste da parte di chi aveva effettuato un cambio di sesso o pianificava di effettuarlo.
Quindi mai più uomo o donna, ma solo “persona”.
Ciò creava dei discreti problemi linguistici nell’italiano comune.

Leggi tutto

Racconto “La Noia” – Luca Gini

Una sorta di esperimento letterario. Per non fare spoilers, spiegherò in fondo qual’era l’oggetto dell’esperimento.

dsidea2
illustrazione ispirata al racconto realizzata da  Annibale di Lorenzo,  http://www.dsidea2.net

La pietà che provavo per me stesso mi stava consumando. Ero in quella cella, quella specie di piccolo cortile all’aria aperta da ore. Mi avevano detto di aspettare lì. Non avevo più orologio, e neppure i lacci delle scarpe. Mi struggevo.
A sinistra, una pesante porta di metallo, senza maniglia, senza niente. Nemmeno quella piccola finestrella che si usa nelle celle. Niente di niente. Pure i cardini sembravano essere dall’altra parte.
Dietro di me, una parete grigia. Di un grigio uniforme, senza macchie di vernice, senza scorticature, senza macchie di umidità, senza niente di niente.
Alla mia destra, un’altra parete, alta come tutte le altre, circa cinque metri.

Leggi tutto

Il Marchese del Grillo – Luca Desiato – Estratto

marchese del grillo

Il Marchese del Grillo era un celebre personaggio popolare della Roma del 1700. Nobile di famiglia, trascorreva i suoi giorni architettando machiavellici scherzi ed intrattenendo relazioni libertini con donne di qualsiasi ceto.

In questo estratto il nobile Del Grillo, incurabile donnaiolo, nonostante avesse da tempo una relazione stabile con una bella e ricca vedova, fa da “cavalier servente” alla duchessa Pilar, con la quale ha un’altra relazione.

Per via di un “diritto di passaggio” di carrozze in uno stretto vicolo di Roma con un’altro nobile, la situazione degenera.

Questa è la scena che ci descrive Luca Desiato, che nel suo romanzo afferma di aver raccolto le memorie scritte del marchese, del suo servo, e vari racconti tramandati oralmente dal popolo di Roma.

 

 

Estratto del capitolo “Diritti di Precedenza”, Il Marchese del Grillo, Luca Desiato

Don Carlo Albani, pimpante nella sua giovane età (è già colonnello delli dragoni per volontà nepotista) s’è affacciato pure lui alla finestrella, la criniera irta di capellone benestante.
«Avanti, avanti», ordina al proprio conducente, «ci sono dieci scudi per te, se ti levi da ’st’impiccio!».

Leggi tutto

Louis-Ferdinand Cèline, “Il Dottor Semmelweis” – estratto

louis-ferdinand celine

Louis-Ferdinand Cèline è stato un dottore in medicina ed un scrittore francese. Conseguì la laurea  dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale da volontario, essere stato ricoverato in un’ospedale psichiatrico, aver lavorato in una compagnia commerciale nell’Africa nera, esser stato in America nella catena di montaggio Ford ed infine esser stato mantenuto da una prostituta prima di tornare in patria, in Francia.

Leggi tutto

Anthony Burgess – Il Dottore è Ammalato – Estratto

Anthony Burgess Italiano

Anthony Burgess è stato un autore estremamente prolifico. Scrittore, critico letterario, glottoteta, compositore, librettista, poeta, drammaturgo, sceneggiatore, giornalista, saggista, traduttore ed educatore, Burgess era un uomo dalle spiccate doti creative, oltre ad essere uno degli autori inglese più importanti del XX secolo.

Tratto fondamentale della sua opera è l’applicazione delle sue conoscenze linguistiche ai fini letterari. Come spesso si può notare in romanzi come Arancia Meccanica od il presente “Il Dottore è Ammalato”, egli soleva non solo trasporre gli stati d’animo dei suoi personaggi, ma ogni loro minima inflessione gergale, dialettale, linguistica.

Leggi tutto