Bandiera – racconto

Un vecchio racconto che scrissi durante un corso di scrittura creativa. È una storia molto cupa e psicotica, ambientata in una città che conosciamo bene. Ai tempi piacque molto ad una persona autorevole in campo letterario. Gli allego un’immagine che non ci incastra praticamente niente, se non a livello emotivo.

I

Era annoiato, quella notte. Era entrato in quello stato di catalessi che lui chiamava “la meditazione cattiva”. Stava guardando la televisione, ma l’aveva spenta.
Sedeva sul divano, aveva gettato il telecomando in terra, e fissava uno schermo nero.

Il cervello andava veloce, fin troppo. I pensieri gli correvano in testa, senza trovare cause né giungere a conclusioni. Ripensava a tutti i fallimenti, tutti i torti che aveva subito nella vita. Con una mano si tormentava tempia e capelli.

Realizzò che non portava a nulla passare il tempo così. Ci voleva qualcosa, una cosa qualsiasi. Automaticamente andò in camera e si tolse la tuta; si infilò una camicia poco stropicciata, un paio di pantaloni non sporchi, le scarpe, ed uscì fuori.

“E ora?”
Si mise a camminare, era nervoso. Non sapeva dove andare, né a far che. Gli tornò in mente un suo amico che gli parlava sempre di un posto, distante qualche chilometro, dove per entrare dovevi suonare il campanello e che era aperto fino a mattina.

Si ricordava all’incirca le indicazioni e quindi continuò a camminare, a passo sostenuto, per venti minuti buoni.
Poca gente in giro, quella notte. Turisti, perlopiù. C’era una via piena di locali, chiassosi, frequentati da gente giovanissima. Non voleva entrare lì dentro… sarebbe sembrato un vecchio maniaco. Gli era capitato spesso di sentirsi vecchio e maniaco, anche da solo a casa.

Passò davanti ai locali guardando di sbieco. Una ragazza era tenuta per un braccio da un’amica, la stava aiutando a rialzarsi, ridevano. Poco più in là un ragazzo stava piegato in due con le mani sulle ginocchia e vomitava.
La musica era piuttosto forte, anche da fuori. Non era ancora freddo, le ragazze avevano le gambe scoperte. Quel demone che un tempo gli rodeva così forte ultimamente era acquietato, domato. Era però morbosamente attratto dalle scene di degrado. Gli aveva raccontato un tipo che una volta era entrato lì dentro, e dopo cinque minuti era finito in bagno con una sconosciuta. Dopo altri cinque minuti questa si era addormentata e lui l’aveva lasciata lì, sul cesso.
Questo era interessante, più degli edifici antichi lì vicino.

Continuò a camminare, oltrepassò un ponte. Sbagliò strada un paio di volte, cercò di orientarsi. Alla fine arrivò dove doveva arrivare. C’era una porta a vetri, una debole luce veniva da dentro. Sopra la porta un’insegna al neon da film americano, ma piccola. Era in

una bella strada, probabilmente di età rinascimentale. Suonò il campanello.

Un omone nero in giacca e cravatta gli aprì la porta. “Tessera”. “Non ce l’ho”. “Falla da lei”, indicando una tipa che, ad occhio, aveva avuto più di un intervento estetico. Accanto a questa una bella ragazza, forse meno che ventenne. Facce sorridenti, amichevoli, gentili. Gli si allentò un po’ l’astio generale. Fece la tessera, pagò, lo ringraziarono.
Il locale era bello. Estremamente kitsch, pieno di riproduzioni di opere d’arte antiche, ed i muri erano a fantasia leopardata. Leopardata? Passò dal bagno… era incredibile. Era un concentrato di arte barocca, un capolavoro di un cattivo gusto ricercatissimo. Il lavandino era una conchiglia, il bagno aveva una specie di sala d’aspetto, c’era una fontana ed un divano pieno di cuscini appoggiato alla parete.

Si sentì a casa.
Andò al bancone ed ordinò un Gin Tonic. Gli piaceva il Gin Tonic perché non sembrava uno dei soliti intrugli dolcissimi, come la maggior parte dei cocktail. Era secco ed amaro e lo potevi sorseggiare piano, ti faceva compagnia.

Vicino a lui c’era un uomo sulla trentina che offriva da bere a tutti. Era molto espansivo, troppo. Probabilmente aveva tirato su qualcosa. Rideva, salutava tutti, chiamava tutti al banco, continuava ad offrire da bere.

Dopo un po’ si stufò di tutto quel chiasso. Però nessuno gli dava troppe attenzioni, alla fine la situazione era cordiale. Decise comunque di farsi un giro al piano superiore.

C’era una specie di musica caraibica, Bossa Nova o qualcosa di simile. C’erano anche delle belle ragazze che bevevano con i bicchieri appoggiati su dei tavolini bassi. Ridevano. La fantasia leopardata era praticamente onnipresente, e poi c’erano piante appese al soffitto e tappeti un po’ ovunque.

Salì una scala stretta, ricoperta da un tappeto, che portava al piano superiore.

Arrivato in cima si trovò in un’area dal soffitto basso, divisa in varie sezioni, separate da muretti ricoperti di legno che arrivavano alla vita, ed oltre i quali potevi vedere coppie stravaccate su divanetti simili a letti. Molti fumavano. Ma si poteva fumare dentro un locale?

A destra, nascosto in una nicchia, davanti ad piccolo tavolo, c’era qualcuno.
Si avvicinò senza guardare direttamente, ma di sbieco si accorse che era una donna. Di circa

cinquant’anni, guanti di pizzo neri capelli neri, gonna nera con rifiniture dorate.

Si mise a sedere su una poltrona lì vicino, gin in mano. Decise di accendersi una sigaretta. Guardò la donna. Lei gli sorrise. Aveva delle carte davanti, che appoggiava sul tavolo, girava, rimetteva nel mazzo.

Continuò a bere. Si guardò un po’ intorno… scosse la sigaretta in un portacenere di ceramica nera. La gente intorno a lui rideva, fumava, scherzava. C’era chi giocava a dei giochi da tavolo per bambini.

Finì di bere, finì la sigaretta. Si guardò intorno… e vide di nuovo la donna che lo guardava.

Decise di andare lì.
“Salve” – disse lui sorridendo –
“Cosa fai da queste parti?” – Aveva i denti macchiati dal caffè – “Non lo so.”
“Vuoi che ti faccia le carte?”
“Boh… ok”
“Mettiti a sedere.”

Il tavolino era di legno marrone scuro, pieno di graffi e segni d’usura, in legno massello, piuttosto vecchio. La tipa si mise a mischiare le carte.
“Di cosa ti occupi?”
“Di niente.”

Tirò giù una carta, lentamente, molto lentamente, guardandolo negli occhi. Appoggiò prima il fondo della carta, poi il centro, e, sempre tenendola tra l’indice ed il pollice, la fece schioccare sul tavolino.

Poi sorrise.

“Non fai molto, vero?”
“No, non molto. Perdo tempo perlopiù.” “Qui c’è un bel bagatto”
“Un che?”

Prese un’altra carta dal mazzo, lentamente. La appoggiò sul tavolo, la fece schioccare. C’era disegnata sopra una donna su un trono, con una bilancia ed una spada.
“Hai subito qualche torto, ce l’hai con qualcuno?” – Chiese lei –

“Tutti e nessuno in particolare” – Rispose lui –

Pescò un’altra carta, gliela mostrò:
“Non da prendere letteralmente, ovvio” – Disse sorridendo –

C’era uno scheletro con una falce. La tunica nera eccetera. Insomma, era chiaro, la rappresentazione standard.

Lui ringraziò, le strinse la mano, le dette dieci euro, ed uscì. Fuori era fresco, ed era molto tardi. Decise di tornare a casa.

Per strada una berlina nera lo superò. Proseguì per qualche decina di metri e fece un’inversione ad U.
La berlina nera gli passò accanto. Dentro un uomo in giacca e cravatta lo fissava.

Continuò a camminare a passo spedito. Passò davanti ad un portone, ed ebbe un sobbalzo. Il portone era chiuso, ma c’era dentro qualcuno vestito di nero, con una felpa nera ed il cappuccio tirato su, che fumava. Non si vedeva in faccia, e guardava davanti a sé.

Accelerò ancora il passo, e vide una macchina della polizia. Dentro c’erano due poliziotti che quando lo videro si misero a parlare tra di loro, poi salirono e gli passarono accanto. Continuò a camminare, sempre più veloce e sempre più sudato, finché non arrivò a casa.

Girò nervosamente la serratura, entrò.
Tornò sulla poltrona, seduto, tormentandosi tempia e capelli.

II

-“Non avete visto il momento in cui l’hanno legata alla ringhiera”- Disse una voce spaventata dalla televisione appena accesa.

Era un servizio del telegiornale, stava parlando un testimone oculare di una violenza, la faccia sconvolta.
Si immaginò la scena… la tizia legata, lo stupro. Sembrava uscita da un film hard sadomaso. Abbastanza surreale.

Lui non aveva mai compiuto una violenza carnale. Però ogni tanto ci aveva fantasticato su

… niente più che pensieri, vagheggiamenti. Continuò a guardare il servizio. Il testimone aveva assistito al fatto da lontano, impaurito, senza far nulla, scappando quando i due tizi se ne erano andati via.

Sul posto era stata ritrovata una bandiera di un gruppo di estrema destra, oltre alla donna, in stato confusionale.

Da giovane aveva militato in uno di quei gruppi. Era passato molto tempo, ed un po’ se ne vergognava. Ne aveva fatto parte, e gli era sembrato tutto grande ed importante.
I raduni, le riunioni, la musica politicizzata, il volantinaggio. L’ostracismo da parte della cosiddetta gente comune, borghesi, termine con cui chiamavano quasi tutti. Il culto dei regimi, l’adorazione degli squadristi, l’idealizzazione del ventennio.

A ripensarci si sentiva un po’ in imbarazzo. Che gli passava per la testa? Ah, giusto. Si sentiva solo come un cane. Emarginato, rifiutato. Aveva trovato qualcosa di cui fare parte, qualcosa a cui appartenere. Alla fine si era reso conto che era un micromondo, e tutta quella importanza la vedevano solo lui ed i suoi cosiddetti camerata.
Aveva capito che era tutta una buffonata, e quindi aveva smesso.
Adesso non andava più a votare, non aveva più nessun interesse verso le cose della politica.

Però ogni tanto ci ripensava. Aveva paura di esser stato schedato. Aveva paura che qualcuno lo cercasse per fargli pagare quell’appartenenza giovanile, che lo controllassero ancora.

Che la gente che aveva trovato nel tragitto verso casa seguisse davvero lui? E la chiromante che gli aveva predetto la morte?

Era quasi mattina, non riusciva a dormire. Una luce entrò dalla finestra, sembrava un faro od una torcia.
La televisione continuò a parlare dei gruppi di estrema destra e di come il fenomeno fosse ancora fin troppo vitale.

Un politico dichiarò: “Prenderemo provvedimenti, non solo su chi ne fa parte adesso, ma anche su chi ne ha fatto parte in passato”.

La polizia che aveva incontrato nel ritorno a casa lo seguiva, sicuramente. Erano settimane che si sentiva osservato. Lo stavano cercando.

Sentì suonare alla porta.
Abbassò il volume della televisione, senza spegnerla. Si allontanò piano, andò in camera.

Non riusciva a dormire. Stava sul letto, con gli occhi spalancati che guardavano il soffitto. Suonò il telefono. Non fece nulla, lo lasciò squillare.

Sentì bussare alla porta, dei bei colpi.
Si alzò, chiuse a chiave la camera. Andò al comodino, frugò nel cassetto. Trovò la scatola dei sonniferi.

Uno ad uno li estrasse dal blister, e li ingoiò, a manciate. Poi si distese sul letto e chiuse gli occhi.

Dopo un’ora entrò la polizia insieme alla padrona di casa, che lo cercava per l’affitto.

Racconto “Lo Scrittore”

Come uno scrittore che nessuno conosce si paga le bollette: possibili scenari

Ho scritto questo piccolo racconto con incipit di Thomas.

Lo scrittore

“Quando inizierai da una mia frase per uno dei tuoi racconti?” – chiese Francesca un po’ stizzita.
Giuseppe non sapeva più che fare. Come scrittore, era un mezzo fallito. Un paio di case editrici minori, qualche piccolo premio, dei premietti, ma niente più. Il tempo avanzava, spietato ed incurante del suo dramma.
“E poi noi non dovevamo avere un figlio?”
Una rovina. Una slavina che precipitava giù, verso il villaggio dei suoi sogni di ragazzo. Sembrava una di quelle vecchie Cadillac della Cuba che fu. Quelle macchine americane figlie dell’embargo che andavano avanti da centinaia e centinaia di migliaia di chilometri. Tenute insieme con il fil di ferro, viti aggiuntive, bulloni, speranza e disperazione. Questa esattamente era la sua vita. Una cadillac cubana. Quelle però sono belle.

“Io vorrei tanto sapere come pensi di crescere nostro figlio, se mai ci sarà. Con quali soldi. No, dimmelo.”
Giuseppe spinse indietro la sedia, allontanandosi dalla scrivania. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia, fissò il pavimento. Stette in silenzio alcune decine di secondi. Poi si alzo di scatto.
Con movenze veloci e decise si mise il giubbotto, ed aprì la porta.
“Torno subito”, e la sbatté. Era in strada. Tregua, libertà.
Non sapeva più che cazzo dire. Ma proprio a nessuno, non sapeva più che balla raccontare. La Cadillac con un milione di chilometri. Un milione di chilometri sotto le scarpe, quanta strada ancora davanti?
E quella dietro, che senso aveva? E questa voce che da quando era piccolo continuava a bisbigliare “…e dimmi Giuse’, tutto il resto che senso ha?”.
Soldi e fama. Magari poi non sei felice, ma ti senti meglio a vedere tutto quelli che non ce l’hanno fatta. Sei il ratto in cima alla piramide di ratti che cercano di salvarsi dall’acqua che sale. Lo sai benissimo che quell’acqua salirà anche per te, e ti ricoprirà pure, ma con cosa puoi barattare la soddisfazione di essere l’ultimo ratto ad affogare?
Con niente, Giuse’.
Questo gli diceva la voce.

Però bisognava fare qualcosa. Trovare una via di uscita da un lavoro faticoso e poco remunerativo, da una relazione scalcinata. Doveva farsi venire un’idea e rivoluzionare la sua vita.
Gli venne in mente l’ultimo libro che aveva scritto. Quello dove c’era il municipio che prendeva fuoco. Ecco, magari poteva dare fuoco al municipio. Si sarebbe avverato quello che lui aveva scritto e sarebbe diventato famoso.

No, non funziona così. Almeno credeva. Stava camminando da mezz’ora, senza una meta precisa. Aveva fame, era ora di cenare.
Decise di tornare a casa.
Aprì la porta.
“Ciao. Dove sei stato?”
“Dovevo sbrigare delle commissioni. Prepari tu qualcosa?”
“Sarebbe il caso che per una volta facessi qualcosa tu, invece”
Si mise ai fornelli, con scarsissima voglia. Decise di fare la pasta in bianco. Lei gli avrebbe sicuramente detto che era diventato uno chef di prim’ordine ed aveva fatto bene a mettersi con lui, ma chi cazzo se ne frega, alla fine lo aveva scelto lei, lo sapeva come era, mica era colpa sua se non gli piaceva cucinare, anzi gli faceva schifo, schifo!
Battè un pugno sul piano della cucina. Lei si voltò “Ma che fai!?”.
Continuò a fissare davanti a sé con la mascella serrata. Lei tornò a guardare il giornale degli sconti del supermercato.
Si sentì un altro colpo.
“Ma la fai finita!!?”
“Io non ho fatto niente. Il colpo è arrivato dal pavimento.”
Era il vecchiaccio di merda del piano di sotto. Quel vecchio sporco rincoglionito borghese ritardato. Ma questa volta aveva rotto i coglioni. Aveva proprio rotto le palle. “Adesso vado giù e lo gonfio di cazzotti” – disse Giuseppe.
“Ma stai fermo, ma cosa vai giù che a te ti mena pure un vecchio!”
Ma Giuseppe questa volta era deciso a farsi giustizia ed a far pagare al vecchio anni di rotture di coglioni. Probabilmente aveva sentito il suo pugno sul bancone e si era messo a battere con la scopa. Il vecchio di merda. Il vecchio borghese di merda.

Giuseppe scese giù e trovò la porta socchiusa. Spalancò la porta rimanendo fermo sulla soglia. Vide il vecchio che penzolava dal lampadario, corda al collo. Sotto, il tavolo. Il tavolo di cucina, pieno di banconote. Sopra, insieme a delle feci, campeggiava la scritta “E prendetevela ‘st’eredità, merde!”. Probabilmente sperava che lo avrebbero trovato i figli. Giuseppe frugò in cucina stando attento a toccare tutto solo con le maniche della maglia, e non con le mani.
Alla fine trovò un sacchetto, cominciò a metterci dentro i soldi non sporchi. Erano un sacco di soldi, con tante banconote da cinquecento.
Ripulì la maniglia della porta e tutte le superfici che aveva toccato, ed uscì.

Mise i soldi in macchina.
Tornò in casa.
“L’hai menato il vecchio, eh Rocky?”
“Francesca, non ti ho detto una cosa.”
“Cosa?”
“Il mio ultimo libro ha avuto successo”

Racconto “Masha e l’orso”

Mentre il sangue del nano si allargava in una pozza, il cane mi fissava con malevola intelligenza.

Non sarei mai dovuto uscire con Masha. Era troppo rigida, troppo invasata. Tutto quell’animalismo. Io ero pure onnivoro. Ma in realtà pure lei, non mangiava la carne solo di alcuni animali. Diceva che i maiali erano bestie intelligenti, e non bisognava accopparli. Anche i polpi, se è per questo. Bisognerebbe fare sempre un test di intelligenza ad un animale prima di mangiarlo. Magari facendogli vedere la pentola. Se capisce che la pentola è la sua fine, viene graziato.

In quel caso non si parlava di accoppare animali, ma da quello che diceva lei di torturarli. C’era il circo in città. Lo capivi subito dai volantini messi sulle auto, nelle cassette della posta, ovunque. Il circo, con quella foto di pagliaccio tristissima sul volantino. Assicurazioni di grandi risate, di «show eccezionali».

Non c’erano accenni agli spettacoli di animali. Sapevano benissimo che gli animali stavano diventando un argomento molto delicato. Pare che tutte le famiglie avessero almeno due animali in casa. Sicuramente più animali che bambini.

Masha era completamente orripilata da quei soprusi. Mi aveva raccontato che gli elefanti venivano addestrati con dei punteruoli, i leoni a frustate. Queste bestie venivano indottrinate quando erano ancora dei cuccioli, quindi il leone avrebbe potuto sbranare tranquillamente il suo domatore fregandosene della frusta, e l’elefante avrebbe potuto spaccare la testa al suo carnefice con il suo stesso pungolo. Ma, sebbene fossero bestie che pesavano centinaia o anche migliaia di chili, avevano lo stesso paura e non lo facevano. Si ricordavano di quando erano cuccioli, ed erano alla mercé dei loro padroni. Praticamente un dominio basato sul trauma.

A me Masha era sempre piaciuta. Poi sinceramente era tanto che non andavo con una donna. Insomma, avrei fatto di tutto perché ero genuinamente disperato.
Questa cosa però io non la volevo fare. Mi sembrava una grossa puttanata. Liberare un Orso Bruno Marsicano. Un bestione di duecento chili, a 5 minuti da un centro cittadino. Un potenziale massacro. Chissà se gli orsi si fermano quando cominciano ad uccidere. Mi era stato detto che i lupi non lo fanno. I lupi continuano ad uccidere finché hanno qualcosa di vicino.
Forse era vero. Quando ero bambino avevamo un cane lupo. Lo tenevano nel cosiddetto «rinserrato», una gabbia molto grossa. Era accanto al pollaio.
Una volta il cane lupo ce la fece a rompere la rete, e sbucò nel pollaio. Fece una strage. Era tutto pieno di polli morti e penne, ovunque. Non li mangiò, li uccise soltanto. Probabilmente è l’istinto. Devono fare così. Ma l’orso? Boh. Magari entra in un supermercato a comprare il miele, come un simpatico Orso Yoghi, o un Winnie the Pooh. Oppure sbrana solo i bambini, perché corrono più piano.

Mentre ci stavamo avvicinando alle gabbie questi erano i miei pensieri. Mi sembrava comunque una puttanata quello che stavamo facendo, ma Masha era convintissima.
«Se il sindaco gli permette ancora di fare questi show dell’ignoranza e del sopruso, se le autorità non intervengono, lo devono fare i cittadini che hanno il senso della giustizia».

L’idea era quella di avvicinarsi alla gabbia dell’orso e liberarlo, nella speranza che sarebbe scappato nel parco lì accanto, e poi nei campi, e di nuovo nel bosco risalendo sulla montagna, verso la libertà.
Masha era sicurissima che sarebbe andata così. Io un po’ meno.

Erano mesi che lei diceva che andava fatto qualcosa. Che andava lanciato un segnale forte, agli addetti di quel mondo spietato, alle autorità, a tutti. L’orso sarebbe diventato un simbolo della rivolta contro questi riti brutali e obsoleti che si svolgevano nel nostro civile ventunesimo secolo.

L’orso andava liberato. Ed ovviamente toccava a me.

Era notte. Ci avvicinammo vestiti di nero alle gabbie. Erano piene di animali… tigri, leoni, elefanti. Arrivammo alla gabbia dell’orso.
Era una bestia imponente, dal manto marrone scuro. Dormiva.

La gabbia era tenuta chiusa da un lucchetto semplicissimo. Avevo imparato ad aprire quel genere di lucchetti dai video su internet. Bastavano una forcina e un cacciavite. Dovevi ficcare la forcina nella serratura, e cominciare a raspare nell’ingranaggio, contemporaneamente cercando di girare la serratura col cacciavite. Alla fine si apriva.

Cominciai a ad armeggiare col lucchetto. Andai avanti un paio di minuti, forse qualcosa di più e alla fine fece uno scatto. Guardai l’orso. Dormiva ancora. Probabilmente era abituato, i rumori non gli davano troppo fastidio.
Aprii la gabbia e mi allontanai molto molto lentamente, con Masha accanto.
L’idea era di tirargli un sassetto, in modo da svegliarlo. A quel punto l’orso, avendo ormai spianata la strada verso la libertà, sarebbe corso via.

Mi misi a cercare un sassetto nelle vicinanze, quando sentimmo un rumore. Ci nascondemmo dietro una roulotte, e vedemmo un nano che si avvicinava. Stava guardando le gabbie. L’orso si svegliò. Il nano arrivò davanti la gabbia dell’orso e l’orso si mosse. Il nano vide che la gabbia era aperta, rimase fermo, ma cominciò ad urlare. Tutti gli animali urlarono di rimando, l’orso si spaventò e balzò sul nano. Gli assestò addosso tre o quattro zampate furiose. Poi si guardò intorno, tornò nella gabbia aperta e dopo poco si addormentò di nuovo.

Ci guardammo con gli occhi spalancati, e cominciammo ad allontanarci pianissimo, camminando all’indietro.

Non ne parlammo mai più.

La ragazza del ristorante

[Scritto a partire dalla prima frase di un utente Instagram]
[Mi sto allenando con questi racconti per scrivere il prossimo romanzo]

La ragazza del ristorante cinese conosceva il mio nome ed anche la mia professione. Mi aveva visto mangiare lì diverse volte, prendere quattro bastoncini primavera e quattro ravioli al vapore, ogni volta, tutte le volte. Se glielo avessero chiesto, non avrebbe sicuramente avuto problemi ad indicarmi in mezzo ad una folla. O in un’aula di un processo.

Ero nella merda. Mai avrei detto che sarebbe andata così. Una serata finita davvero male. Un coacervo di bassi istinti da sedare e ripugnanza verso se stessi, in primis.
La sua connazionale, che probabilmente lei conosceva, era al piano di sopra. Era di sopra quando io ho suonato il campanello all’ingresso, al piano sotto, e lei mi ha fatto salire. Delle scale scalcinate, addobbate con rampicanti fioriti, di plastica. Una cosa molto triste e kitsch. Nemmeno mi piacevano le asiatiche, ma ero arrapato come un bonobo, avevo trovato il numero su un giornale di annunci di roba usata che avevo comprato apposta. Tutto questo faceva parte di un’altra era, ed un po’ mi piaceva.
Salii le scale. Mi aprì una cinese, trucco pesantissimo, bassina, esile, con un appariscente vestito da notte che non trovai sexy, ma triste. Mi disse a malapena “ciao”. Mi accompagnò in un stanza. Lì accanto sentivo una collega che stava lavorando con un altro cliente. Mi sentii un po’ una merda. Mi fece entrare nella nostra stanza. C’era una luce debole, rossa, che illuminava appena un letto senza testata, con una coperta di un colore non identificabile per via della luce.
Sentii le mie pulsazioni che cominciavano a salire di colpo. Non era tanto eccitazione sessuale quanto un generico senso di pericolo legato al fare qualcosa di sbagliato. Cominciò a spogliarsi: seno quasi inesistente, gambe grosse quanto le mie braccia, niente fianchi. Come risposta automatica cominciai a sentirmi i pantaloni tesi. Dopo poco ero sul letto. Mi sentivo sempre più gretto e colpevole, sembrava di scopare una bambina.

Vedevo chiaramente che lei stava fingendo. Mi incitava con un italiano stentoreo. Il problema con certe fregature è che sai che sono fregature ma ci caschi lo stesso.
Lei che recitava, le scale coi fiori, lei che sembrava una bambina. Io che a quarant’anni pagavo perché non riuscivo a trovare una donna. Cominciai ad essere sopraffatto dallo schifo, dalla mia dignità da trenta euro. Avrei voluto sputarmi in faccia, prendermi a ceffoni. Presi invece per il collo lei e cominciai a batterle la testa nel muro. Lei all’inizio cercò di dimenarsi, o di urlare, ma aveva le mie mani al collo. Dopo poco smise di muoversi. Io venni, mi alzai in piedi e la guardai. C’era una macchia di sangue sul muro, dove le stavo sbattendo la testa. Lei era sul letto con gli occhi chiusi e non respirava. La fissai per due secondi, poi cominciai a rivestirmi con le mani che tremavano. Mi guardavo intorno con gli occhi da pazzo, il sudore che mi colava dalle tempie e il mio cuore che suonava come una grancassa.
Ero convinto che accanto mi avessero sentito, ma non venne nessuno e udivo ancora l’altro cliente che si dava da fare.

Scappai giù dalle scale facendo tanto rumore che sembrava le avessi ruzzolate tutte. Uscii in strada. Alla luce dei lampioni mi accorsi che la mia camicia era sporca di sangue. Alzai gli occhi e vidi la ragazza del ristorante cinese di fronte che mi guardava con gli occhi sbarrati, un sacchetto della spazzatura tra le braccia. Mi misi a correre, senza meta. Ero pazzo. Ero impazzito e tutto questo era un delirio. Arrivai al ponte. Salii sul corrimano. Delle auto mi suonarono. Mi lanciai di sotto. Vento. Buio.

Il giorno dopo uscì sul giornale locale l’articolo di una violenza su una prostituta cinese che era stata percossa e lasciata senza conoscenza sul suo letto. Il colpevole non era stato identificato.

Racconto “Salvatore”

[basato su persone realmente accadute]

Salvatore aveva varcato le porte dell’Università degli Studi di Napoli all’età di diciotto anni. Essendo stato un bambino precoce aveva saltato la prima elementare, e questo in facoltà lo faceva apparire lievemente più giovane dei suoi coetanei. Al Liceo aveva avuto due grandi amori. Uno era la birra dell’Eurospin, della quale fruiva tutti i giorni che a scuola c’era educazione fisica. Non riteneva necessario partecipare a quelle lezioni che formavano la vile carne, che è anche debole, e quindi le saltava a piè pari per andare invece al vicino supermercato a procacciarsi il prezioso nettare. È superfluo dire che sembrava nettare solo a lui, in quanto alla maggioranza delle persone normali appariva più come piscio di cane scaldato al sole. L’altro amore di Salvatore era la filosofia. Quante volte in classe i suoi compagni lo avevano fraternamente chiamato a vedere una cosa con loro, dicendogli “Salvató puos chillu sfaccimm e libbr e vien a guarda e femmen annure cu nuje”.Ma egli si era sempre rifiutato, preferendo continuare a leggere il pensiero di Hobbes e Kant.

A quel tempo il giovane Salvatore era già impegnato politicamente, con una fede politica ben strutturata, che portava spesso ad entrare nei guai con i suoi compagni extracomunitari. Salvatore era infatti di estrema destra, cosa che gli causava molti problemi con un folto numero di persone, ma questo non lo impensieriva più di tanto.Era sempre stato un idealista, fin da bambino. Era lui che difendeva i ragazzi più piccoli dalle angherie di quelli più grandi, che “manco a farlo apposta”, come diceva lui, erano sempre extracomunitari. Da qui il suo atavico odio per il diverso.Ma fu durante una lettura in classe, mentre i suoi compagni lo invitavano a lasciar perdere e concentrarsi su altro, che ebbe l’illuminazione.

Stava leggendo il pensiero di Marx, e ne era disgustato. Ma proseguendo, sebbene stizzito, nella lettura si accorse che quell’uomo stava dicendo cose che lo toccavano nel profondo. In particolare fu colpito dal concetto che il valore di una merce è uguale al lavoro necessario per produrla, e che la nostra società per un difetto intrinseco è soggetta alla produzione di plusvalore. Per arginare il cancro dei capitalisti che si arricchiscono con quest’ultimo era possibile una sola via: la rivoluzione.Adesso si spiegava tutto.Non doveva più pestare i suoi compagni extracomunitari e urlargli di tornarsene alla Mecca, ma doveva invece collaborare con loro, in quanto figli del proletariato, per arginare lo strapotere capitalistico.

Da lì in avanti la sua vita prese una piega diversa. Adesso aveva un obbiettivo più chiaro, che lo coinvolgeva pienamente: la rivoluzione e la lotta di classe.All’inizio travisò gli scritti del suo beniamino, ed organizzò un’incursione nella classe adiacente, menando sganassoni a destra ed a manca, supportato dai suoi nuovi amici musulmani, ma presto si rese conto che quella non era la via giusta. Col tempo una maggiore consapevolezza giunse, e si cominciò a delineare il suo ruolo nella vita. Presto si sarebbe diplomato, e sapeva esattamente cosa fare per cambiare il mondo.
Iscriversi a filosofia.

Solo così sarebbe riuscito ad affinare il pensiero che lo avrebbe portato infine ad essere una colonna portante nella rivoluzione che avrebbe per sempre cambiato l’Italia. Quindi, a diciotto anni entrò all’università. Dopo poco cominciarono ad arrivare i risultati. Spesso Salvatore varcava la porta del bar ed urlava “Ragazzi ho preso TRENTA all’esame di filosofia teoretica!”, alche i suoi amici rispondevano emozionati “Salvató puos chillu sfaccimm e libbr e vien a guarda e femmen annure cu nuje”. Dovette sostenere anche un esame sul suo amato Marx. Che ovviamente andò benissimo. Ma non alla prima, perché preso dall’entusiasmo si era scordato di studiare, ed il professore lo aveva guardato come una ninfomane guarderebbe un cazzo moscio.

Perfettamente in corso si laureò cum laude, bacio accademico e ci mancò poco che di accademico non gli praticassero anche una fellatio. Adesso ce l’aveva fatta. Era pronto. Era finalmente pronto a cambiare quel mondo che non lo aveva mai davvero convinto, era pronto a far qualcosa, anzi, a fare davvero la differenza.
Trovò un annuncio per bidello e decise di fare il concorso.

Cappuccetto Rosso Nike

“… E quindi mi raccomando, portali a Nonna, che sennò finisce male”.
Nonna stava nel quartiere degli immigrati dall’altra parte della città, e la cosa poteva non essere facile.
Era tutto nascosto nell’imbottitura dello zaino. Sudava, un po’ per il passo veloce, un po’ perché andare in giro in tardo pomeriggio con quasi un chilo di panetti di hashish le dava da pensare.

Quando aveva accettato di fare da corriere aveva undici anni, adesso ne aveva tredici e voleva smettere prima possibile.
Non le piaceva quel lavoro, ma le piacevano i soldi. Per esempio i soldi per la felpa rossa della Nike con cappuccio venivano da lì.
Ci si strinse, mentre cominciava a tirare un vento freddo, invernale. Iniziava a fare buio in città.

Nonna non era la sua vera nonna. Con ogni probabilità non era la nonna di nessuno. Quello che sapeva di per certo è che faceva le storie.
Prendi la roba da quello, la rivendi a quell’altro… quel tipo di storie.

Nonna non stava bene. Era diventata smunta, magra da far paura, bianca allampanata. Forse fumava troppa ero. Il problema principale era che non poteva passare a prendere il fumo da sola, e quindi qualcuno glielo doveva portare.
E qui entrava in gioco Cappuccetto Rosso, come era stata soprannominata di recente.

Quello che la preoccupava maggiormente erano gli sbirri, che quel giorno erano a qualsiasi angolo della città. C’era la partita.
Ma forse non avrebbero fatto caso a lei, alla fine non erano lì per quello.Prese strade secondarie perché non si fidava delle principali. Si accorse di aver fame, proprio mentre passava davanti ad un kebabbaro. Decise di entrare.

Vide un tizio appollaiato su uno sgabello, che non appena lei entrò, la salutò.
“Ciao Cappuccetto”, disse lui
“Chi sei?”
“Ma non mi riconosci? Sono Lupo.”

Lupo doveva essere il destinatario originale della consegna, ma per tutta una serie di scambi di favori non era andata così. Probabilmente lui se l’era presa, ma Cappuccetto lo considerava tutto sommato un coglione, e quindi non un problema.

“Dove vai?”, chiese Lupo
Cappuccetto si avvicinò lentamente, ed a voce bassa gli disse “da Nonna”.
“Ah, ok. Beh, buona fortuna. Io vado, ci si vede. Stai attenta agli sbirri”, la avvertì a bassa voce.

Cappuccetto prese un kebab pomodori insalata patatine, e ripartì.

Mangiava camminando. Quel rotolo pieno di carne la riscaldava, ed in poco tempo arrivò davanti al palazzo di Nonna.
Prese un ascensore scalcinato e troppo piccolo, e salì su.
Bussò alla porta, e la porta si aprì da sola.

Cappuccetto vide Nonna di spalle, stravaccata sulla poltrona.
“ Nonna, che botta grande che c’hai …”, disse Cappuccetto.
Per risposta sentì solo un grugnito.

Si sentì afferrare, e si ritrovò con una mano sulla bocca, mentre un braccio le bloccava le spalle.
Non aveva nemmeno fatto in tempo ad urlare.

Nonna ora era caduta in terra, in posa scomposta, ed una pozza di sangue si stava allargando sotto di lei.
“Allora troietta, dov’è il fumo?”, sibilò Lupo a Cappuccetto.

Cappuccetto indicò lo zaino dietro di sé.
Vide che Nonna si muoveva ancora, lentamente, e cercava di strisciare da qualche parte.
Lupo la strattonò verso Nonna, alla quale tirò un calcio. Nonna smise di strisciare.
“Non dovevate prendermi per il culo”, disse Lupo
Cappuccetto pensò “Eccoci, fine della storia.”

Mario Cacciatore stava tornando dalla partita dopo una dura giornata di lavoro. C’erano stati dei disordini e dei lanci di mele con ficcate dentro delle lame di rasoio, probabilmente non per gesto di fratellanza tra le tifoserie.
Passò di fronte all’appartamento di nonna e vide la porta stranamente socchiusa.
Lui sospettava che la sua vicina si fumasse tutta una serie di cose non propriamente legali, ma non aveva prove, ed inoltre aveva deciso di lasciar correre per quieto vivere.
Passando però non riuscì a non dare un occhio dentro, e vide la scena.

Aveva ancora i vestiti da agente, e quindi fece irruzione nell’appartamento e sparò in testa a Lupo.
Quando arrivò l’ambulanza la nonna, che non era nuova ad essere in fin di vita, sebbene per altri motivi, fu caricata su e portata in ospedale d’urgenza.

Cappuccetto rosso, dopo un breve dialogo con Cacciatore, confessò tutto. In seguito se la cavò con pochi mesi di riformatorio.

Morale della favola: se vai in giro con un chilo di hashish, e lo fai pure intendere in giro, sei un’imbecille. Soprattutto se ti fermi a mangiare il kebab.

E vissero tutti felici e contenti, esclusi la Nonna, che morì di overdose tre mesi dopo, Lupo, che era già morto, e Cappuccetto, che si ritrovò con la fedina penale sporca a 13 anni.
Cacciatore fu accoltellato durante un derby, ma molti anni dopo, ma non morì, gli andò bene e rimase in sedia a rotelle.

— LG