Racconto “Salvatore”

[basato su persone realmente accadute]

Salvatore aveva varcato le porte dell’Università degli Studi di Napoli all’età di diciotto anni. Essendo stato un bambino precoce aveva saltato la prima elementare, e questo in facoltà lo faceva apparire lievemente più giovane dei suoi coetanei. Al Liceo aveva avuto due grandi amori. Uno era la birra dell’Eurospin, della quale fruiva tutti i giorni che a scuola c’era educazione fisica. Non riteneva necessario partecipare a quelle lezioni che formavano la vile carne, che è anche debole, e quindi le saltava a piè pari per andare invece al vicino supermercato a procacciarsi il prezioso nettare. È superfluo dire che sembrava nettare solo a lui, in quanto alla maggioranza delle persone normali appariva più come piscio di cane scaldato al sole. L’altro amore di Salvatore era la filosofia. Quante volte in classe i suoi compagni lo avevano fraternamente chiamato a vedere una cosa con loro, dicendogli “Salvató puos chillu sfaccimm e libbr e vien a guarda e femmen annure cu nuje”.Ma egli si era sempre rifiutato, preferendo continuare a leggere il pensiero di Hobbes e Kant.

A quel tempo il giovane Salvatore era già impegnato politicamente, con una fede politica ben strutturata, che portava spesso ad entrare nei guai con i suoi compagni extracomunitari. Salvatore era infatti di estrema destra, cosa che gli causava molti problemi con un folto numero di persone, ma questo non lo impensieriva più di tanto.Era sempre stato un idealista, fin da bambino. Era lui che difendeva i ragazzi più piccoli dalle angherie di quelli più grandi, che “manco a farlo apposta”, come diceva lui, erano sempre extracomunitari. Da qui il suo atavico odio per il diverso.Ma fu durante una lettura in classe, mentre i suoi compagni lo invitavano a lasciar perdere e concentrarsi su altro, che ebbe l’illuminazione.

Stava leggendo il pensiero di Marx, e ne era disgustato. Ma proseguendo, sebbene stizzito, nella lettura si accorse che quell’uomo stava dicendo cose che lo toccavano nel profondo. In particolare fu colpito dal concetto che il valore di una merce è uguale al lavoro necessario per produrla, e che la nostra società per un difetto intrinseco è soggetta alla produzione di plusvalore. Per arginare il cancro dei capitalisti che si arricchiscono con quest’ultimo era possibile una sola via: la rivoluzione.Adesso si spiegava tutto.Non doveva più pestare i suoi compagni extracomunitari e urlargli di tornarsene alla Mecca, ma doveva invece collaborare con loro, in quanto figli del proletariato, per arginare lo strapotere capitalistico.

Da lì in avanti la sua vita prese una piega diversa. Adesso aveva un obbiettivo più chiaro, che lo coinvolgeva pienamente: la rivoluzione e la lotta di classe.All’inizio travisò gli scritti del suo beniamino, ed organizzò un’incursione nella classe adiacente, menando sganassoni a destra ed a manca, supportato dai suoi nuovi amici musulmani, ma presto si rese conto che quella non era la via giusta. Col tempo una maggiore consapevolezza giunse, e si cominciò a delineare il suo ruolo nella vita. Presto si sarebbe diplomato, e sapeva esattamente cosa fare per cambiare il mondo.
Iscriversi a filosofia.

Solo così sarebbe riuscito ad affinare il pensiero che lo avrebbe portato infine ad essere una colonna portante nella rivoluzione che avrebbe per sempre cambiato l’Italia. Quindi, a diciotto anni entrò all’università. Dopo poco cominciarono ad arrivare i risultati. Spesso Salvatore varcava la porta del bar ed urlava “Ragazzi ho preso TRENTA all’esame di filosofia teoretica!”, alche i suoi amici rispondevano emozionati “Salvató puos chillu sfaccimm e libbr e vien a guarda e femmen annure cu nuje”. Dovette sostenere anche un esame sul suo amato Marx. Che ovviamente andò benissimo. Ma non alla prima, perché preso dall’entusiasmo si era scordato di studiare, ed il professore lo aveva guardato come una ninfomane guarderebbe un cazzo moscio.

Perfettamente in corso si laureò cum laude, bacio accademico e ci mancò poco che di accademico non gli praticassero anche una fellatio. Adesso ce l’aveva fatta. Era pronto. Era finalmente pronto a cambiare quel mondo che non lo aveva mai davvero convinto, era pronto a far qualcosa, anzi, a fare davvero la differenza.
Trovò un annuncio per bidello e decise di fare il concorso.

Racconto “La Guardia Giurata”

“Era una notte buia e tempestosa”.
Francesco era una persona ridicola, ma non si rendeva conto nemmeno di questo. Se perlomeno si fosse reso conto che era ridicolo, sicuramente avrebbe fatto qualcosa per migliorare.
Ma no. Non si rendeva conto assolutamente di niente, e continuava a parlare così, per luoghi comuni. Con una voce sempre agitata, come se qualcuno lo avesse appena contraddetto su una questione che gli stava a cuore.
Proseguì.
“Era una notte buia e tempestosa, quando dalla bruma vidi uscire due uomini con un passamontagna in testa”.
Era già pessimo l’incipit, e la storia non proseguiva in maniera migliore. Il suo interlocutore al pub lo guardava con disinteresse. Lui stava bevendo un Gin Tonic, Francesco una raffinata birra artigianale che sapeva di piscio ed aceto. Ovviamente ai palati che non la sapevano apprezzare, non al suo.
“Si sono avvicinati, ma non mi hanno visto. Io mi sono nascosto”.
Francesco era alto un metro e settanta, ed aveva i capelli grigi probabilmente da quando aveva sedici anni. Tutta la sua figura dava l’impressione di un uomo di cinquant’anni, da sempre. Era lievemente ingobbito dalla mancanza di attività fisica, con una pancetta malaticcia e prominente, due braccia prive di muscoli, le dita bianche, scheletriche nervose. Senza culo.
Mai avuto una donna. Una volta si era persino vantato di non aver mai visto un film porno. Tutti quelli intorno a lui avevano commentato con “ah” e “mmmh mmmh”.
Le sue battute sembravano sempre dettate dal nervosismo. Pessima cosa quando fai delle battute, il nervosismo. La parte più dolorosa è che sei il primo a provare imbarazzo per quello che hai detto, anche se è divertente.

“Ho visto che stavano armeggiando con la saracinesca dei parcheggi al piano terra. Cercavano di aprirla con dei grimaldelli, credo. Non credo siano serrature difficili quelle, perlomeno ad occhio”, aveva commentato.
Francesco nella sua vita si era fatto molti anni di disoccupazione. Studi scalcinati. Media e giornalismo, mai concluso, poi un paio di corsi da macellaio e contabile. Mai trovato lavoro prima.
Dopo anni ed anni era riuscito a farsi assumere, anche grazie ad una piccola raccomandazione, come guardia giurata. Ora aveva anche una pistola, una Beretta. In realtà gli faceva paura e non la toglieva mai dalla fondina, per sicurezza.
“A forza di armeggiare sono riusciti a forzare la serratura ed aprire la saracinesca. Non è stato un grande problema tirarla su, anche se hanno fatto un baccano diavolo. Per centinaia di metri, intorno al centro commerciale non c’è anima viva”, disse Francesco usando l’ennesima espressione ritrita.
Il suo interlocutore, un ubriacone di più di quarant’anni, sbadigliò.
“Insomma questi entrano dentro” – proseguì – “e si accorgono che in realtà sono entrati nel parcheggio. Li sento bestemmiare da fuori.”
“Ora proveranno a far irruzione all’interno del centro” – penso tra me e me – “Se non provo nemmeno a fermarli, perdo il lavoro”.
“Io non volevo entrare dentro. Di solito era un lavoro senza particolari sorprese il mio. A me piaceva così, stavi a passeggiare per qualche ora, ogni tanto ti mettevi a sedere, guardavi il cellulare, ed alla fine arrivava l’alba e te ne andavi. La guardia giurata è un lavoro facile.”
“Ma quella seria, dannata la miseria, mi toccava reagire di fronte a dei criminali! E pure due!”
L’ubriacone che lo stava a sentire si era un attimo destato, più che altro per la mancanza di spina dorsale del suo interlocutore. “E quindi cosa hai fatto?” – domandò –
“Eh, niente, sono entrato nel parcheggio ed ho urlato: FERMI!”
“E loro?”
“Eh, sono stati fermi”.
“E poi?”
“E poi boh, non sapevo più che fare. Ho estratto la pistola e gliel’ho puntata addosso”.
“E loro?”
“Loro a quel punto hanno tirato fuori una pistola.”
“E te…?”
“Al corso ci avevano detto che se minacciavano la nostra vita ci potevamo difendere. Quindi io ho chiuso gli occhi ed ho premuto il grilletto”.
“Perché hai chiuso gli occhi, scusa?”
“Non mi piace sparare, non lo faccio mai. Anche al poligono cercavo di farlo il meno possibile. Mi da fastidio il rumore.”
“Ok, e quindi ne hai stecchito uno”.
“No.”
“Ma non eri vicino?”
“Si, ma la pistola ha fatto ‘click’ “.
“Cioè?”
“Eh, io non la usavo mai, eh? E nulla, non c’erano munizioni dentro. Me le ero scordate.”
“Sei serio?”
“SI SI SI!” – si affretto a dire Francesco spostando la testa in avanti ed annuendo nervosamente e con ampi movimenti.
“E poi?” – domandò l’alcolizzato provando imbarazzo per lui –
“E poi mi hanno derubato”.
“Ah.”
“E…?”
“Mi hanno legato ad una colonna del parcheggio”
“Ah.”
“Con i pantaloni abbassati!” proseguì Francesco continuando ad annuire mostrando il bianco degli occhi.
“Deve aver fatto freddo tutta la notte così”
“Maiala!”

Seguì un breve silenzio –
“Ti hanno licenziato?”
“Eccerto!” Disse, testa protesa in avanti, occhi come due fari.

Altro silenzio, più lungo. Sorseggiò la sua birra artigianale –
“Senti, mica hai un lavoro per me?”
“Direi proprio di no” – disse l’ubriacone.

Racconto “La Ricerca”

“Ci devo pensare”.

Questo rispose Gianni ad Andrea quando lui gli chiese il fumo a credito. “Ma come, ci conosciamo da 15 anni!” – si lamentò.

“Non mi interessa, io non mischio mai gli affari con l’amicizia. sono un professionista serio.”

“Gianni porco il cazzo, è un decino di fumo, non mezzo chilo di bamba!”-ma non cl fu niente da fare-.

Andrea aveva esplorato tutte le possibilità per incentiva­ re l’emisfero creativo del suo cervello a produrre qualcosa, ma niente. Era andato a camminare. Era andato a giocare a tennis. Nei locali. Aveva bevuto.

Aveva telefonato ad un amico. Pure ad un parente. Niente.

Andrea era il creativo di una grossa azienda che vendeva bombole di Butano. Ogni settimana doveva po­ durre un racconto con protagonista Bombo, la bombola  di butano mascotte dell’azienda.

Solo che ultimamente le idee, per dirla con un eufemismo, scarseggiavano. “Che stracazzo gli vuoi far fare ad una minchia di bombola di butano porco il clero?”

Aveva salvato la grigliata dei boy scout. Aveva reso possibile il compleanno di nonna Ida nel suo casolare a Treggiaia. Aveva vagliato ogni possibilità che poteva comprendere una bombola di Butano, ma ora era al capolinea. Gli serviva qualche input creativo eccellente o il lavoro era perso. Ma come fare?

In realtà conosceva un altro spacciatore dal quale non  andava mai. Lo aveva visto nel locale, stava a sedere ad un tavolo da solo. Lo avvicinò. Spiegò di nuovo la  storia. “Non ho un euro”, aggiunse. “Fammi fare una telefonata.” -prese in mano il telefono-

Ok, ho un tizio che può aiutarti. Scriviti l’indirizzo, vacci a parlare”.

Era una zona residenziale piuttosto squallida. Suonò il  citofono sporco. “Mi avevano a avvertito, vieni su.”

Quando Andrea arrivò al piano suonò il campanello.

Era rotto. Bussò. Gli apri un uomo di statura media, , di circa trent’anni, dai capelli lunghi e unticci, e una calvizie pronunciata. “Vuoi un panetto ma non hai una lira eh?”. Andrea annuì, timoroso.”Ragazzi?!” -urlò l’uomo-, e da una porta uscirono tre gentiluomini completamente nudi. Adesso ti insegniamo che i vizi hanno sempre un prezzo”.

E mentre Andrea, in ginocchio, non riusciva più a protestare per via di occlusioni carnose nel suo orifi­ zio orale, ma non solo, pensò che forse sarebbe stato meglio se si fosse trovato un lavoro onesto invece del social & media manager.

Partecipazione mostra Land-Escape in collaborazione con Chiara Gini

Dal 23 Luglio a Peccioli (Pisa) in via Lambercione sarò presente con alcuni miei versi accompagnati dalle fotografie di Chiara Gini (www.chiaragini.it) nell’ambito della mostra Land-Escape.

Le poesie saranno tratte dal mio prossimo libro “Il Calibano ed altri frammenti“, del quale dovreste poter trovare qualche estratto in giro per il sito.

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La vera storia di Tobias Moretti – racconto


Premessa. Eravamo in un bar con un’amica, in tv c’era “Il Commissario Rex”. Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se in realtà l’attore avesse un profondo odio verso i cani. E poi ho scritto questo.


Espirò il fumo di quella fetente Gauloises verso il soffitto, che produsse una piccola nube con la forma di un’esplosione. Gli occhi, stanchi e riflessivi, fissavano il vuoto da una testa china.
Tobias Moretti, in arte Richard Moser. Questo era il suo nome, o i suoni nomi per meglio dire.

“Io li ho sempre odiati i pastori tedeschi”, irruppe rompendo il silenzio acre delle sigarette senza filtro.
“Sempre…quando ero piccolo vivevamo in una villetta al limite della foresta nera… I miei genitori erano immigrati italiani, venuti dal sud per trovare condizioni migliori. Mio padre lavorava in una fabbrica della BMW, mia madre in una di scarpe. Non avevano molto tempo per me, ma mi hanno sempre trattato con gentilezza.
Ricordo… ero a giocare in giardino, era domenica… Mio padre stava tagliando la siepe, e mia madre stendeva i panni… Io armeggiavo con una piccola ruspa che mi avevano regalato da poco. Il cancello era aperto, e sentimmo un cane abbaiare. Io guardai in quella direzione, perché di lì non passava mai nessuno ed i nostri unici vicini non avevano cani.
Da lì a poco entro’ un pastore tedesco. Era sporco, sembrava che lo avessero investito. Sentivo il suo odore arrivare fino a me. Mio padre, sempre gentile, si avvicinò a lui con cautela. Tese la mano. “Come va cucciolone, tutto bene?”.
Non so cosa avesse quella bestia, ma improvvisamente scattò, ed approfittò della figura protesa di mio padre per azzannarlo in faccia. In una frazione di secondo il volto di mio padre diventò una maschera di sangue.

Nei mesi successivi la sua faccia era guarita, ma erano rimaste delle profondissime cicatrici. Mia madre non riusciva più a guardarlo come prima, ed a breve lei chiese il divorzio. Io venivo sballottato tra i due, e vedevo mia madre che passava tra le braccia di molti uomini. Mio padre si ingrigì sempre più e si diede all’alcol. Dopo pochi altri mesi si impiccò.
Passai l’adolescenza sballottato da una casa famiglia all’altra. In quel periodo guardavo molti film stranieri. Ero platonicamente innamorato di Humphrey Bogart. Decisi di tentare di intraprendere la carriera dell’attore. Dopo alcuni spettacoli teatrali e parti in film minori, partecipai ai provini per l’episodio pilota di un nuovo telefilm. Ero molto felice della cosa, ma quando scoprii che il titolo del telefilm era “Il commissario Rex”, e che il vero protagonista era un pastore tedesco, rimasi allibito ed esterefatto.
Diventare un attore era comunque la cosa che desideravo di più al mondo, e accettai lo stesso. E questo fu l’inizio di tutto.”

“Tempo dopo ero sul set. Ero arrivato con mezz’ora di anticipo perché avevo paura di fare tardi. Avevo passato tutta la notte a studiare la parte. Erano le otto di mattina e quella era la mia settima sigaretta dall’alba. Ero già stanco prima ancora di iniziare.
E poi vidi arrivare lui.
La limousine bianca arrivò lentamente, in ritardo di venti minuti ma senza dare peso alla cosa.
Quando si fermò l’autista venne ad aprire lo sportello posteriore. Da lì scese la star, accompagnata da un uomo che scoprì dopo essere il suo addestratore e manager.
Già lo odiavo.
Il cane andò scodinzolando verso il regista, che lo salutò calorosamente. “Come va, campione?”, gli disse stropicciandogli testa ed orecchie. Quel maledettissimo cane abbaiò, festante.
Non ne potevo già più.

“Signor Moretti, è pronto?”. Ero pronto dal giorno precedente. Girammo delle scene. Al cane, che scoprii chiamarsi Otto, spiegavano le scene a mano a mano che andavamo avanti. Manco si era imparato la parte, quella merda.
Girammo varie scene dove mostravamo collaborazione ed affiatamento reciproco, e poi finalmente tutto finì e potei andare a casa.
Durante il tragitto continuavo a chiedermi cosa stavo facendo e se ne valeva davvero la pena.
Le riprese andarono avanti nonostante il mio scarso entusiasmo, e gli episodi cominciarono ad uscire in TV, seguiti da persone di tutte le età. Io avrei voluto urlare in camera quanto odiavo quella dannata bestia, ma non potevo. Dovevamo invece girare scene dove l’eroico pastore salvava una vecchietta intrappolata in un edificio in fiamme ed io mi complimentavo con lui.
Comincio ad arrivare la fama. Dapprima lentamente, poi con l’intensità che ci si aspetta da il personaggio di una serie seguita in tutto il paese. La gente mi fermava per strada e mi chiedeva se ero la “spalla di Rex”. Cosa che mi faceva totalmente impazzire. Quel cazzo di animale era più importante di me. Nemmeno sapeva la parte, quel dannato.
Cominciai a bere. Avevo odiato il vizio dell’alcool per tutta la vita, perché aveva distrutto l’esistenza di mio padre, ma cominciai lo stesso per sopravvivere ai miei rimorsi.
Tutti i giorni arrivavo sul set stravolto da una notte di donne, annaffiata da litri di whisky, ma finché riuscivo, sebbene a malapena, a recitare, tutto andava bene. La truccatrice si sarebbe impegnata di più.
Non riuscivo a smettere. Odiavo il mio lavoro con tutta l’anima, ma mi dava tutto. Soldi, macchine, donne, pure l’alcool che consumavo per continuare a farlo. Ben presto arrivai al limite.
Un giorno ero sul set, ancora rincoglionito dalla notte prima, e finalmente individuai la causa di tutti i miei problemi. Era quel cazzo di cane. Un cane aveva rovinato la mia famiglia, ed ora quest’altro cane stava cercando di rovinare me.
Ci riflettei per qualche giorno. Poi, durante una pausa pranzo decisi di agire. Riempii una polpetta con un cocktail di anfetamine.
Il cane divenne ben presto agitatissimo. Azzannò il regista. Dopo pochi giorni lo fecero abbattere. La cosa finì su tutti i giornali.
Io invece finii in una telenovela di serie c su una rete minore. Prima di firmare mi assicurarono che no, lì non c’erano cani.
Finalmente ero libero.”


Ogni riferimento a fatti o persone realmente raccontati è puramente casuale

28/04/2021

Quando cammino per strada
a volte alzo gli occhi
al cielo striato della sera
e mi sembra una fortuna
che il cielo sia ancora così bello
che il fiume sotto così limpido
che l’aria della primavera
abbia un odore così intenso
e penso
che tutto questo
potrebbe sparire in un secondo
ma io invece
sono ancora così fortunato.

I commenti adesso funzionano di nuovo.

29 Marzo su Fangoradio.com spoken word di Luca Gini e musica di Polvere

Lunedì 29 marzo alle ore 18;00 andrà in onda su www.fangoradio.com lo spoken word registrato con Polvere (https://www.facebook.com/pulvisdogma), progetto solista di chitarra e pedaliere.

Leggerò estratti dal mio libro di poesia inedito, “Il Calibano ed altri Frammenti”. Il risultato ci è parso molto interessante e spero vi piaccia.

Qui trovate un estratto.

È possibile ascoltare lo streaming direttamente dal sito o da questo player.

Per chiunque se lo perderà, la replica sarà disponibile qui

Meccanica Quantistica: spoken word con accompagnamento

cut up poetry

Da qualche settimana collaboro con il progetto solista Polvere per musicare alcune poesie tratte dal mio libro inedito “Il Calibano ed Altri Frammenti”.

Il progetto comprende una decina di brani, realizzati con la mia voce (spoken word), la chitarra di Polvere e le sue numerose pedaliere, più qualche percussione abbastanza creativa.

Ho deciso di condividere una traccia di demo del progetto, i vostri feedback saranno molto apprezzati. C’è anche un video.

Spero vi piaccia