Racconto – Vita da Cane

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Cap 1

Andrea, mentre parcheggiava l’auto, sentiva già i cani che abbaiavano. Aprì stancamente la portiera e scese, andando alla bauliera a prendere lo zaino. Vide i due quadrupedi, Oslo e Sissi, che balzavano ovunque mugolando. «Penseranno che ho qualcosa da mangiare» si disse tra sé, presagendo quello che sarebbe successo tra poco. Appena entrato nel vialetto i due irrequieti mammiferi gli balzarono addosso, annusandogli le mani alla ricerca del sentore di qualche cotenna. «Fermi! Buoni!», gli intimò. Ma sapeva che le sue recriminazioni erano inutili. I due pelosi inquilini continuavano a balzare, leccarlo, sbavare ovunque e sbattergli addosso. Cercò di entrare dalla porta di casa, ma i cani continuavano a entrare e uscire in una danza vorticosa, bloccandogli di fatto il passaggio.

«Per favore, mi fate entrare in casa, dannate bestie?»

Sissi, che era il cane più calmo, con un elegante pelo bianco, entrò dentro. Oslo continuò a guardare Andrea con sguardo irrequieto, passando velocemente il suo peso da una zampa all’altra, quindi uscì di casa. Andrea ne approfittò per entrare, in quel momento Oslo decise che era importante che entrasse pure lui, di nuovo, insieme ad Andrea, quindi gli sbatté sulle gambe e si infilò nella porta.

«Bestia del cazzo» ringhiò Andrea sottovoce.

Trovò ad accoglierlo Rebecca, in tuta. «Anche questa volta mi sa che pensavano tu avessi una cotenna»

«Si, vabbè»

La cena fu cucinata su un fornello a gas da campeggio, perché era finita la bombola dei fornelli della cucina. Andrea aiutò a sparecchiare. Poi rimasero seduti alla tavola, che al centro un vaso con tre calle.

«Com’è andata oggi al lavoro?» Chiese Andrea

«La solita merda. Te?»

«I soliti casini»

Seguì silenzio, che fu interrotto da Oslo, ansioso, che lì fissava con aria supplichevole: voleva uscir fuori.

Rebecca si alzò stancamente e andò alla porta a vetri, che dava sul giardino. La aprì, e non appena un piccolo pertugio fu disponibile si cacciò fuori.

«È andato a caccia di ricci»

«Meno male che lui ci protegge dai ricci»

«Come faremmo senza? Visto con che aria ansiosa voleva andare fuori? Sembrava davvero una cosa importante»

Risero.

Da lì a poco furono a letto, di nuovo in silenzio

«Anche se le cose vanno male, perlomeno Oslo ci protegge dai ricci»

«Davvero, un altro pericolo scampato»

«Ahahaha»

«Notte»

«Notte»

Cap 2

Era fine Aprile, e l’aria era fresca, in giardino; densa di odore d’erba e di fiori. Il bagliore di una timida lucciola compariva e scompariva a qualche metro di distanza, sotto il vecchio capanno in rovina.

Oslo era in mezzo al prato, che fissava verso la rete. Le luci della casa erano spente, e solo un lieve bagliore proveniva dai lampioni della strada. Il cane era immobile, testa alta, seduto, sguardo rivolto alla rete, in direzione dei campi.

In lontananza si sentivano i rumori delle macchine che passavano sullo stradone, a un centinaio di metri dietro di lui. Ma Oslo non si distraeva, non gli prestava attenzione. Continuava a fissare la rete, e i campi dietro, nell’oscurità.

Un grillo cominciò a cantare. Un orecchio del cane si mosse impercettibilmente, ma il resto della sua figura rimase completamente immobile.

Era lì da un’ora. 

A un tratto vide due piccole luci, a brevissima distanza tra loro, così piccole e tenui che un uomo avrebbe faticato a vederle.

Oslo alzò entrambe le orecchie, e il suo sguardo si fece più attento.

Le luci si mossero, spostandosi qualche centimetro nell’oscurità. Il cane si alzò su tutte e quattro le zampe.

Le piccole luci si avvicinarono alla rete. Il tenue bagliore dei lampioni illuminò pian piano due piedi di colore rosa, pelosi, che terminavano con degli artigli, sormontati da gambe secche, rosa anche loro, che si congiungevano su una figura massiccia, di forma rotondeggiante, il ventre e il petto bianchi, le spalle ricoperte da un fitto strato di spine. Tra le spalle un muso appuntito, e due occhi rotondi, debolmente luminosi. In testa aveva altre spine, come sul resto del contorno della sua figura.

Lentamente, la cosa afferrò la rete con le mani, e protese il muso in avanti mostrando con un ghigno i denti acuminati.

Con un balzo l’uomo riccio fu dentro il giardino, atterrando sulle zampe posteriori, e rimanendo eretto, sempre sorridendo.

«Così ci incontriamo di nuovo, Oslo.»

Il cane reagì impercettibilmente, stringendo gli occhi e allungando leggermente indietro le orecchie.

«Basterà poco altro DNA umano per completare la mia trasformazione. I fanghi delle conce hanno trasformato in poco tempo i miei antenati. Adesso mancano solo poche gocce di sangue sapiens e la specie dominante di questo pianeta diverrà quella dei ricci»

Detto questo, l’uomo-riccio flesse le gambe, e spalancò le braccia mostrando i lunghi artigli neri. Il suo sorriso malvagio si era persino allargato, e gli occhi lucevano di un bagliore che sembrava più intenso.

Oslo divaricò le zampe ed espose la sua robusta dentatura.

In un attimo l’uomo riccio balzò sul cane, che però con un agile spostamento lo evitò.

Il riccio tornò alla carica cercando di afferrare Oslo alla gola, ma ancora una volta il cane schivò di lato. Oslo immediatamente approfittò dello sbilanciamento dell’avversario per azzannare il collo pieno di aculei. 

L’uomo riccio non aveva accantonato i suoi propositi di attaccare la famiglia nel silenzio, e si sforzò di non urlare.

Il cane a questo punto ringhiava, e pendeva con tutto il suo peso dal collo del contendente spinoso.

L’uomo-riccio fece una capriola e si divincolò. Era in ginocchio, una delle zampe anteriori a terra, che fissava Oslo carico di odio.

In quel momento con la coda dell’occhio la creatura vide Sissi, che si era svegliata e stava osservando la scena.

Oslo approfittò della distrazione dell’uomo riccio per balzargli al volto. Esso non riuscì a soffocare completamente dei grugniti di dolore, e con una possente zampata fece volare Oslo, che atterrò a metri di distanza, immobile.

L’uomo riccio si toccò il volto e vide le sue mani completamente insanguinate. Poi il sangue gli ricoprì completamente il volto, oscurandogli la vista.

«Anche questa volta hai vinto tu, Oslo» – sussurrò al cane, che ansimava per lo sforzo e il dolore – «ma la prossima volta otterrò il mio DNA umano e per la specie dei tuoi padroni sarà finita!»

Detto questo, con un salto fulmineo scavalcò di nuovo la rete

Cap 3

Andrea si svegliò, e andò in cucina a prepararsi un caffè. Vide Oslo che dormiva sullo stipite della portafinestra.

«Questo dorme sempre», disse. «Bella vita che fai, mangi e dormi. Deve essere faticoso!»

Oslo non reagì, e continuò a dormire.

Dopo poco entrò anche Rebecca

«Buongiorno» disse. «Il nostro piccolo eroe si sta riposando. È molto affaticato, ci deve aver protetti dai ricci stanotte.»

«Ahahah»

«Ahahah»

A sentire quella parola Oslo si svegliò un attimo, e rivolse ai due uno sguardo deciso, amareggiato, che li fece ridere ancora di più.

Egli si voltò, e tornò a dormire.

Racconto: Libellula

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“Shein, Lo sai perché si chiama Libellula?”
“E che nome gli dovevano dare?”
“Si chiama libellula perché in latino vuol dire bilancia, perché tiene le ali orizzontali”
“Ah”
“Che poi è strano che ce ne sia una qui, stanno in acque stagnanti”
“Com’è che sai sta roba?”
“L’ho letta in un libro”
“Sei proprio uno sfigato, leggi ancora libri”
“E te dove le scopri le cose?”
“Su Tik Tok. Ieri c’era una scimmia con una banana in testa che ballava. Faceva schiantare”

Shein si alzò e accennò passi di danza scimmiesca –
“Hai la fionda?” – chiese Giulio –
“Si”
Giulio cominciò a caricare la piccola arma con un ciottolo preso dalla sponda, dove erano.
“Domani è lunedì” disse, mentre l’arma di caucciù e ferro scagliava la prima munizione contro la libellula, che volteggiava veloce sulle acque.
“Domani è lunedì e si torna a scuola” – fece stancamente eco Shein
“Tra un’ora farà buio”

Lentamente, i proiettili si affollavano sull’incocco dell’arma, e la libellula veniva ripetutamente bersagliata. Ogni tanto un colpo le andava vicino, e lei scartava meccanicamente in un’altra direzione. Il sole, lentamente, cambiò posizione, nascondendosi dietro agli alberi.

Dopo aver fatto fuoco per un’ora, con grande sorpresa di entrambi, la libellula fu colpita.
Si avvicinarono. Stava venendo trascinata dall’acqua, lentamente, rottame della creatura leggiadra che era poco fa.

“Dobbiamo andare a casa, fa buio” – disse Shein –
“Si. Una volta proviamo a drogarci?”
“Ok. Andiamo però”

E si allontanarono dal torrente, camminando verso casa.

Bandiera – racconto

Un vecchio racconto che scrissi durante un corso di scrittura creativa. È una storia molto cupa e psicotica, ambientata in una città che conosciamo bene. Ai tempi piacque molto ad una persona autorevole in campo letterario. Gli allego un’immagine che non ci incastra praticamente niente, se non a livello emotivo.

I

Era annoiato, quella notte. Era entrato in quello stato di catalessi che lui chiamava “la meditazione cattiva”. Stava guardando la televisione, ma l’aveva spenta.
Sedeva sul divano, aveva gettato il telecomando in terra, e fissava uno schermo nero.

Il cervello andava veloce, fin troppo. I pensieri gli correvano in testa, senza trovare cause né giungere a conclusioni. Ripensava a tutti i fallimenti, tutti i torti che aveva subito nella vita. Con una mano si tormentava tempia e capelli.

Realizzò che non portava a nulla passare il tempo così. Ci voleva qualcosa, una cosa qualsiasi. Automaticamente andò in camera e si tolse la tuta; si infilò una camicia poco stropicciata, un paio di pantaloni non sporchi, le scarpe, ed uscì fuori.

“E ora?”
Si mise a camminare, era nervoso. Non sapeva dove andare, né a far che. Gli tornò in mente un suo amico che gli parlava sempre di un posto, distante qualche chilometro, dove per entrare dovevi suonare il campanello e che era aperto fino a mattina.

Si ricordava all’incirca le indicazioni e quindi continuò a camminare, a passo sostenuto, per venti minuti buoni.
Poca gente in giro, quella notte. Turisti, perlopiù. C’era una via piena di locali, chiassosi, frequentati da gente giovanissima. Non voleva entrare lì dentro… sarebbe sembrato un vecchio maniaco. Gli era capitato spesso di sentirsi vecchio e maniaco, anche da solo a casa.

Passò davanti ai locali guardando di sbieco. Una ragazza era tenuta per un braccio da un’amica, la stava aiutando a rialzarsi, ridevano. Poco più in là un ragazzo stava piegato in due con le mani sulle ginocchia e vomitava.
La musica era piuttosto forte, anche da fuori. Non era ancora freddo, le ragazze avevano le gambe scoperte. Quel demone che un tempo gli rodeva così forte ultimamente era acquietato, domato. Era però morbosamente attratto dalle scene di degrado. Gli aveva raccontato un tipo che una volta era entrato lì dentro, e dopo cinque minuti era finito in bagno con una sconosciuta. Dopo altri cinque minuti questa si era addormentata e lui l’aveva lasciata lì, sul cesso.
Questo era interessante, più degli edifici antichi lì vicino.

Continuò a camminare, oltrepassò un ponte. Sbagliò strada un paio di volte, cercò di orientarsi. Alla fine arrivò dove doveva arrivare. C’era una porta a vetri, una debole luce veniva da dentro. Sopra la porta un’insegna al neon da film americano, ma piccola. Era in

una bella strada, probabilmente di età rinascimentale. Suonò il campanello.

Un omone nero in giacca e cravatta gli aprì la porta. “Tessera”. “Non ce l’ho”. “Falla da lei”, indicando una tipa che, ad occhio, aveva avuto più di un intervento estetico. Accanto a questa una bella ragazza, forse meno che ventenne. Facce sorridenti, amichevoli, gentili. Gli si allentò un po’ l’astio generale. Fece la tessera, pagò, lo ringraziarono.
Il locale era bello. Estremamente kitsch, pieno di riproduzioni di opere d’arte antiche, ed i muri erano a fantasia leopardata. Leopardata? Passò dal bagno… era incredibile. Era un concentrato di arte barocca, un capolavoro di un cattivo gusto ricercatissimo. Il lavandino era una conchiglia, il bagno aveva una specie di sala d’aspetto, c’era una fontana ed un divano pieno di cuscini appoggiato alla parete.

Si sentì a casa.
Andò al bancone ed ordinò un Gin Tonic. Gli piaceva il Gin Tonic perché non sembrava uno dei soliti intrugli dolcissimi, come la maggior parte dei cocktail. Era secco ed amaro e lo potevi sorseggiare piano, ti faceva compagnia.

Vicino a lui c’era un uomo sulla trentina che offriva da bere a tutti. Era molto espansivo, troppo. Probabilmente aveva tirato su qualcosa. Rideva, salutava tutti, chiamava tutti al banco, continuava ad offrire da bere.

Dopo un po’ si stufò di tutto quel chiasso. Però nessuno gli dava troppe attenzioni, alla fine la situazione era cordiale. Decise comunque di farsi un giro al piano superiore.

C’era una specie di musica caraibica, Bossa Nova o qualcosa di simile. C’erano anche delle belle ragazze che bevevano con i bicchieri appoggiati su dei tavolini bassi. Ridevano. La fantasia leopardata era praticamente onnipresente, e poi c’erano piante appese al soffitto e tappeti un po’ ovunque.

Salì una scala stretta, ricoperta da un tappeto, che portava al piano superiore.

Arrivato in cima si trovò in un’area dal soffitto basso, divisa in varie sezioni, separate da muretti ricoperti di legno che arrivavano alla vita, ed oltre i quali potevi vedere coppie stravaccate su divanetti simili a letti. Molti fumavano. Ma si poteva fumare dentro un locale?

A destra, nascosto in una nicchia, davanti ad piccolo tavolo, c’era qualcuno.
Si avvicinò senza guardare direttamente, ma di sbieco si accorse che era una donna. Di circa

cinquant’anni, guanti di pizzo neri capelli neri, gonna nera con rifiniture dorate.

Si mise a sedere su una poltrona lì vicino, gin in mano. Decise di accendersi una sigaretta. Guardò la donna. Lei gli sorrise. Aveva delle carte davanti, che appoggiava sul tavolo, girava, rimetteva nel mazzo.

Continuò a bere. Si guardò un po’ intorno… scosse la sigaretta in un portacenere di ceramica nera. La gente intorno a lui rideva, fumava, scherzava. C’era chi giocava a dei giochi da tavolo per bambini.

Finì di bere, finì la sigaretta. Si guardò intorno… e vide di nuovo la donna che lo guardava.

Decise di andare lì.
“Salve” – disse lui sorridendo –
“Cosa fai da queste parti?” – Aveva i denti macchiati dal caffè – “Non lo so.”
“Vuoi che ti faccia le carte?”
“Boh… ok”
“Mettiti a sedere.”

Il tavolino era di legno marrone scuro, pieno di graffi e segni d’usura, in legno massello, piuttosto vecchio. La tipa si mise a mischiare le carte.
“Di cosa ti occupi?”
“Di niente.”

Tirò giù una carta, lentamente, molto lentamente, guardandolo negli occhi. Appoggiò prima il fondo della carta, poi il centro, e, sempre tenendola tra l’indice ed il pollice, la fece schioccare sul tavolino.

Poi sorrise.

“Non fai molto, vero?”
“No, non molto. Perdo tempo perlopiù.” “Qui c’è un bel bagatto”
“Un che?”

Prese un’altra carta dal mazzo, lentamente. La appoggiò sul tavolo, la fece schioccare. C’era disegnata sopra una donna su un trono, con una bilancia ed una spada.
“Hai subito qualche torto, ce l’hai con qualcuno?” – Chiese lei –

“Tutti e nessuno in particolare” – Rispose lui –

Pescò un’altra carta, gliela mostrò:
“Non da prendere letteralmente, ovvio” – Disse sorridendo –

C’era uno scheletro con una falce. La tunica nera eccetera. Insomma, era chiaro, la rappresentazione standard.

Lui ringraziò, le strinse la mano, le dette dieci euro, ed uscì. Fuori era fresco, ed era molto tardi. Decise di tornare a casa.

Per strada una berlina nera lo superò. Proseguì per qualche decina di metri e fece un’inversione ad U.
La berlina nera gli passò accanto. Dentro un uomo in giacca e cravatta lo fissava.

Continuò a camminare a passo spedito. Passò davanti ad un portone, ed ebbe un sobbalzo. Il portone era chiuso, ma c’era dentro qualcuno vestito di nero, con una felpa nera ed il cappuccio tirato su, che fumava. Non si vedeva in faccia, e guardava davanti a sé.

Accelerò ancora il passo, e vide una macchina della polizia. Dentro c’erano due poliziotti che quando lo videro si misero a parlare tra di loro, poi salirono e gli passarono accanto. Continuò a camminare, sempre più veloce e sempre più sudato, finché non arrivò a casa.

Girò nervosamente la serratura, entrò.
Tornò sulla poltrona, seduto, tormentandosi tempia e capelli.

II

-“Non avete visto il momento in cui l’hanno legata alla ringhiera”- Disse una voce spaventata dalla televisione appena accesa.

Era un servizio del telegiornale, stava parlando un testimone oculare di una violenza, la faccia sconvolta.
Si immaginò la scena… la tizia legata, lo stupro. Sembrava uscita da un film hard sadomaso. Abbastanza surreale.

Lui non aveva mai compiuto una violenza carnale. Però ogni tanto ci aveva fantasticato su

… niente più che pensieri, vagheggiamenti. Continuò a guardare il servizio. Il testimone aveva assistito al fatto da lontano, impaurito, senza far nulla, scappando quando i due tizi se ne erano andati via.

Sul posto era stata ritrovata una bandiera di un gruppo di estrema destra, oltre alla donna, in stato confusionale.

Da giovane aveva militato in uno di quei gruppi. Era passato molto tempo, ed un po’ se ne vergognava. Ne aveva fatto parte, e gli era sembrato tutto grande ed importante.
I raduni, le riunioni, la musica politicizzata, il volantinaggio. L’ostracismo da parte della cosiddetta gente comune, borghesi, termine con cui chiamavano quasi tutti. Il culto dei regimi, l’adorazione degli squadristi, l’idealizzazione del ventennio.

A ripensarci si sentiva un po’ in imbarazzo. Che gli passava per la testa? Ah, giusto. Si sentiva solo come un cane. Emarginato, rifiutato. Aveva trovato qualcosa di cui fare parte, qualcosa a cui appartenere. Alla fine si era reso conto che era un micromondo, e tutta quella importanza la vedevano solo lui ed i suoi cosiddetti camerata.
Aveva capito che era tutta una buffonata, e quindi aveva smesso.
Adesso non andava più a votare, non aveva più nessun interesse verso le cose della politica.

Però ogni tanto ci ripensava. Aveva paura di esser stato schedato. Aveva paura che qualcuno lo cercasse per fargli pagare quell’appartenenza giovanile, che lo controllassero ancora.

Che la gente che aveva trovato nel tragitto verso casa seguisse davvero lui? E la chiromante che gli aveva predetto la morte?

Era quasi mattina, non riusciva a dormire. Una luce entrò dalla finestra, sembrava un faro od una torcia.
La televisione continuò a parlare dei gruppi di estrema destra e di come il fenomeno fosse ancora fin troppo vitale.

Un politico dichiarò: “Prenderemo provvedimenti, non solo su chi ne fa parte adesso, ma anche su chi ne ha fatto parte in passato”.

La polizia che aveva incontrato nel ritorno a casa lo seguiva, sicuramente. Erano settimane che si sentiva osservato. Lo stavano cercando.

Sentì suonare alla porta.
Abbassò il volume della televisione, senza spegnerla. Si allontanò piano, andò in camera.

Non riusciva a dormire. Stava sul letto, con gli occhi spalancati che guardavano il soffitto. Suonò il telefono. Non fece nulla, lo lasciò squillare.

Sentì bussare alla porta, dei bei colpi.
Si alzò, chiuse a chiave la camera. Andò al comodino, frugò nel cassetto. Trovò la scatola dei sonniferi.

Uno ad uno li estrasse dal blister, e li ingoiò, a manciate. Poi si distese sul letto e chiuse gli occhi.

Dopo un’ora entrò la polizia insieme alla padrona di casa, che lo cercava per l’affitto.

Odio il Natale

Dall’incipit di un utente Instagram

“Odio il Natale, le sue luci, lo sghignazzare della gente, l’eccesso. Che festa del cazzo.”
Questo fu il pensiero di Don Enrico mentre passava davanti ai proiettori da cinquantamila euro che illuminavano la facciata della chiesa con fiocchi di neve e babbi natali. Che poi quella chiesa era la sua, e lui non voleva assolutamente tutta quella roba, ma il comune e la diocesi si erano fatti dei piaceri a vicenda, ed adesso ‘stammerda bisognava tenersela.
Era piuttosto giovane Don Enrico, aveva appena quarant’anni. Era entrato in seminario a ventuno con grandi speranze. Voleva cambiare la percezione che la gente aveva del cattolicesimo. Non più una buffonata per alcuni poveri rincoglioniti, ma una fede complessa, un sistema che era coerente con se stesso, ma comunque aperto all’anno duemilaventuno.
Don Enrico non era del tutto d’accordo con l’impostazione moderna della chiesa, ma si rendeva conto che per sopravvivere nei tempi moderni essa doveva cedere un po’ di terreno, se ai tempi moderni voleva sopravvivere. Quindi era contrario ai matrimoni tra i gay in chiesa, ma se proprio si volevano sposare da un’altra parte, cavoli loro.
Don Enrico aveva un aspetto mite, ed era un uomo mite. Un pover’uomo che aveva donato la sua vita a servire la comunità che gli era stata affidata. Una vecchietta passò di lì. “Buona sera Don Enrico!”. “Buona sera Ida”, rispose lui, bonario. “Dove va?”. “Vado a comprare un regalo, per i nipotini!”. “Ah, bene, bene”. Commentò lui sorridente. I più attenti avrebbero notato un microscopico turbamento nella sua serenità, un’increspatura tra le placide acque della sua anima all’udire la parola “regali”. Regali. ‘Sti cazzo di regali. La nascita del messia era diventata ormai una scusa per regalare un Biotruck 3000. Che poi la maggior parte della gente manco ci faceva più caso alla nascita del messia. Anzi, non gliene fregava proprio niente. A dirla tutta avrebbero preferito che tutti si scordassero improvvisamente di questo messia. Atei bastardi. Che il demonio li prendesse tutti.

Don Enrico si ricordò di quelle decine di passi della bibbia che, in un modo o nell’altro suggerivano di mantenere la calma. Recitò una breve preghiera di scuse; il suo sguardo tornò sui proiettori, e sulle immagini proiettate.
“Belli questi proiettori, eh Don Enrico?”. Era Antonio. Antonio era un grande fan dei proiettori. Così come il figlio, Jonata. Jonata. Cinquantamila euro di proiettori. Babbo Natale sulla facciata.
Gli occhi di Don Enrico si spalancarono. Per un attimo si vide il bianco.
“Belli. Già.”, riuscì a malapena a rispondere il prelato. “Proprio un bel regalo”. “Jonata, fai vedere a Don Enrico cosa abbiamo comprato”. Un Biotruck 3000. Un altro. Sti bambini tutti fissati con sto cazzo di Biotruck 3000.
“Ah, bene, bene” disse Don Enrico sorridente. “Ma allora vi vedrò alla messa di Natale?”.
“Ah, Don Enrico, ci dispiace ma in quei giorni per fortuna saremo in settimana bianca”.
“Eh. In settimana bianca. Eccerto.”
“La salutiamo Don Enrico. Buon Natale”
“Buon natale!” disse Don Enrico, esausto.
Si avviò verso la sua abitazione. Evitò volontariamente gli sguardi dei fedeli, si divincolò tra la folla con ampie falcate. Gli mancava l’aria.
Entrò nella sua stanza. Respirava rumorosamente, aveva le mani nei capelli. Non ce la faceva più. Erano le sette e mezza di sera, ed era già sfinito.
Era stato tutto il giorno a vedere i suoi fedeli, il suo piccolo gregge, spendere i loro soldi in puttanate. In chiesa ultimamente non si vedeva più nessuno. Tutti a casa a fare l’albero, il presepe, mettere gli addobbi. Era ancora fine novembre, Cristo!
Si gettò sul letto con un fortissimo mal di testa. Pregò per cercare di addormentarsi. Alla fine la stanchezza ed il desiderio di affrancarsi da tutto ebbero il sopravvento.

Si svegliò alle tre di notte. Si sentiva riposato. Calmo, rilassato.
Aveva preso una decisione.
Scese le scale, andò nel garage. Frugò tra le scatole della Caritas, alla fine trovò le calze destinate alle mamme povere. Sbranò la confezione, prese in mano una calza. Se la mise in testa.
Poi si guardò intorno e cominciò a spostare tutte le zappe e le pale. Afferrò un piccone.
Premette un pulsante sul muro, la porta del garage cominciò ad aprirsi lentamente, con un rumore elettrico. Mentre si apriva, la luce dipinse la silhouette di un uomo ben piantato sulle gambe, con un piccone in mano. Diligentemente, Don Enrico premette il bottone e il portone cominciò a chiudersi.
Si voltò e cominciò a camminare a passo svelto, deciso, in direzione della chiesa. Erano le tre di notte. “L’ora del diavolo”, sogghignò. Si posizionò accanto ai proiettori, alzò alto il piccone, inarcando la schiena, piegando molto all’indietro le braccia e con un grugnito lo lasciò cadere, spaccando una macchina da decine di migliaia di euro, facendo volare pezzi di vero e plastica ovunque. Un altro colpo, caricatissimo, cadde impietoso sulle apparecchiature elettroniche. Poi un altro ed un altro.

Si aprì una finestra. “Ma chi è!?” -Urlò una voce-
Per tutta risposta Don Enrico si arrampicò sull’impalcatura, nel tentativo di distruggere pure i proiettori più in alto.
Dopo pochi secondi si sentì il suono di una sirena. I carabinieri passavano sempre da quella piazza, probabilmente nemmeno era stato necessario avvertirli, avevano visto la scena da lontano.
Quando arrivarono lì non seppero cosa fare di preciso. Cercarono di chiamare Don Enrico per farlo scendere dall’impalcatura, ma egli continuava a menare picconate a quello che rimaneva dei proiettori. Alla fine ad un carabiniere toccò scalare l’impalcatura e tirarlo giù, con sommo imbarazzo suo e del collega.
Il tragitto verso la caserma fu in silenzio. Sui sedili posteriori, Don Enrico sfoggiava un ampio sorriso soddisfatto.

La ragazza del ristorante

[Scritto a partire dalla prima frase di un utente Instagram]
[Mi sto allenando con questi racconti per scrivere il prossimo romanzo]

La ragazza del ristorante cinese conosceva il mio nome ed anche la mia professione. Mi aveva visto mangiare lì diverse volte, prendere quattro bastoncini primavera e quattro ravioli al vapore, ogni volta, tutte le volte. Se glielo avessero chiesto, non avrebbe sicuramente avuto problemi ad indicarmi in mezzo ad una folla. O in un’aula di un processo.

Ero nella merda. Mai avrei detto che sarebbe andata così. Una serata finita davvero male. Un coacervo di bassi istinti da sedare e ripugnanza verso se stessi, in primis.
La sua connazionale, che probabilmente lei conosceva, era al piano di sopra. Era di sopra quando io ho suonato il campanello all’ingresso, al piano sotto, e lei mi ha fatto salire. Delle scale scalcinate, addobbate con rampicanti fioriti, di plastica. Una cosa molto triste e kitsch. Nemmeno mi piacevano le asiatiche, ma ero arrapato come un bonobo, avevo trovato il numero su un giornale di annunci di roba usata che avevo comprato apposta. Tutto questo faceva parte di un’altra era, ed un po’ mi piaceva.
Salii le scale. Mi aprì una cinese, trucco pesantissimo, bassina, esile, con un appariscente vestito da notte che non trovai sexy, ma triste. Mi disse a malapena “ciao”. Mi accompagnò in un stanza. Lì accanto sentivo una collega che stava lavorando con un altro cliente. Mi sentii un po’ una merda. Mi fece entrare nella nostra stanza. C’era una luce debole, rossa, che illuminava appena un letto senza testata, con una coperta di un colore non identificabile per via della luce.
Sentii le mie pulsazioni che cominciavano a salire di colpo. Non era tanto eccitazione sessuale quanto un generico senso di pericolo legato al fare qualcosa di sbagliato. Cominciò a spogliarsi: seno quasi inesistente, gambe grosse quanto le mie braccia, niente fianchi. Come risposta automatica cominciai a sentirmi i pantaloni tesi. Dopo poco ero sul letto. Mi sentivo sempre più gretto e colpevole, sembrava di scopare una bambina.

Vedevo chiaramente che lei stava fingendo. Mi incitava con un italiano stentoreo. Il problema con certe fregature è che sai che sono fregature ma ci caschi lo stesso.
Lei che recitava, le scale coi fiori, lei che sembrava una bambina. Io che a quarant’anni pagavo perché non riuscivo a trovare una donna. Cominciai ad essere sopraffatto dallo schifo, dalla mia dignità da trenta euro. Avrei voluto sputarmi in faccia, prendermi a ceffoni. Presi invece per il collo lei e cominciai a batterle la testa nel muro. Lei all’inizio cercò di dimenarsi, o di urlare, ma aveva le mie mani al collo. Dopo poco smise di muoversi. Io venni, mi alzai in piedi e la guardai. C’era una macchia di sangue sul muro, dove le stavo sbattendo la testa. Lei era sul letto con gli occhi chiusi e non respirava. La fissai per due secondi, poi cominciai a rivestirmi con le mani che tremavano. Mi guardavo intorno con gli occhi da pazzo, il sudore che mi colava dalle tempie e il mio cuore che suonava come una grancassa.
Ero convinto che accanto mi avessero sentito, ma non venne nessuno e udivo ancora l’altro cliente che si dava da fare.

Scappai giù dalle scale facendo tanto rumore che sembrava le avessi ruzzolate tutte. Uscii in strada. Alla luce dei lampioni mi accorsi che la mia camicia era sporca di sangue. Alzai gli occhi e vidi la ragazza del ristorante cinese di fronte che mi guardava con gli occhi sbarrati, un sacchetto della spazzatura tra le braccia. Mi misi a correre, senza meta. Ero pazzo. Ero impazzito e tutto questo era un delirio. Arrivai al ponte. Salii sul corrimano. Delle auto mi suonarono. Mi lanciai di sotto. Vento. Buio.

Il giorno dopo uscì sul giornale locale l’articolo di una violenza su una prostituta cinese che era stata percossa e lasciata senza conoscenza sul suo letto. Il colpevole non era stato identificato.

Racconto “La Guardia Giurata”

“Era una notte buia e tempestosa”.
Francesco era una persona ridicola, ma non si rendeva conto nemmeno di questo. Se perlomeno si fosse reso conto che era ridicolo, sicuramente avrebbe fatto qualcosa per migliorare.
Ma no. Non si rendeva conto assolutamente di niente, e continuava a parlare così, per luoghi comuni. Con una voce sempre agitata, come se qualcuno lo avesse appena contraddetto su una questione che gli stava a cuore.
Proseguì.
“Era una notte buia e tempestosa, quando dalla bruma vidi uscire due uomini con un passamontagna in testa”.
Era già pessimo l’incipit, e la storia non proseguiva in maniera migliore. Il suo interlocutore al pub lo guardava con disinteresse. Lui stava bevendo un Gin Tonic, Francesco una raffinata birra artigianale che sapeva di piscio ed aceto. Ovviamente ai palati che non la sapevano apprezzare, non al suo.
“Si sono avvicinati, ma non mi hanno visto. Io mi sono nascosto”.
Francesco era alto un metro e settanta, ed aveva i capelli grigi probabilmente da quando aveva sedici anni. Tutta la sua figura dava l’impressione di un uomo di cinquant’anni, da sempre. Era lievemente ingobbito dalla mancanza di attività fisica, con una pancetta malaticcia e prominente, due braccia prive di muscoli, le dita bianche, scheletriche nervose. Senza culo.
Mai avuto una donna. Una volta si era persino vantato di non aver mai visto un film porno. Tutti quelli intorno a lui avevano commentato con “ah” e “mmmh mmmh”.
Le sue battute sembravano sempre dettate dal nervosismo. Pessima cosa quando fai delle battute, il nervosismo. La parte più dolorosa è che sei il primo a provare imbarazzo per quello che hai detto, anche se è divertente.

“Ho visto che stavano armeggiando con la saracinesca dei parcheggi al piano terra. Cercavano di aprirla con dei grimaldelli, credo. Non credo siano serrature difficili quelle, perlomeno ad occhio”, aveva commentato.
Francesco nella sua vita si era fatto molti anni di disoccupazione. Studi scalcinati. Media e giornalismo, mai concluso, poi un paio di corsi da macellaio e contabile. Mai trovato lavoro prima.
Dopo anni ed anni era riuscito a farsi assumere, anche grazie ad una piccola raccomandazione, come guardia giurata. Ora aveva anche una pistola, una Beretta. In realtà gli faceva paura e non la toglieva mai dalla fondina, per sicurezza.
“A forza di armeggiare sono riusciti a forzare la serratura ed aprire la saracinesca. Non è stato un grande problema tirarla su, anche se hanno fatto un baccano diavolo. Per centinaia di metri, intorno al centro commerciale non c’è anima viva”, disse Francesco usando l’ennesima espressione ritrita.
Il suo interlocutore, un ubriacone di più di quarant’anni, sbadigliò.
“Insomma questi entrano dentro” – proseguì – “e si accorgono che in realtà sono entrati nel parcheggio. Li sento bestemmiare da fuori.”
“Ora proveranno a far irruzione all’interno del centro” – penso tra me e me – “Se non provo nemmeno a fermarli, perdo il lavoro”.
“Io non volevo entrare dentro. Di solito era un lavoro senza particolari sorprese il mio. A me piaceva così, stavi a passeggiare per qualche ora, ogni tanto ti mettevi a sedere, guardavi il cellulare, ed alla fine arrivava l’alba e te ne andavi. La guardia giurata è un lavoro facile.”
“Ma quella seria, dannata la miseria, mi toccava reagire di fronte a dei criminali! E pure due!”
L’ubriacone che lo stava a sentire si era un attimo destato, più che altro per la mancanza di spina dorsale del suo interlocutore. “E quindi cosa hai fatto?” – domandò –
“Eh, niente, sono entrato nel parcheggio ed ho urlato: FERMI!”
“E loro?”
“Eh, sono stati fermi”.
“E poi?”
“E poi boh, non sapevo più che fare. Ho estratto la pistola e gliel’ho puntata addosso”.
“E loro?”
“Loro a quel punto hanno tirato fuori una pistola.”
“E te…?”
“Al corso ci avevano detto che se minacciavano la nostra vita ci potevamo difendere. Quindi io ho chiuso gli occhi ed ho premuto il grilletto”.
“Perché hai chiuso gli occhi, scusa?”
“Non mi piace sparare, non lo faccio mai. Anche al poligono cercavo di farlo il meno possibile. Mi da fastidio il rumore.”
“Ok, e quindi ne hai stecchito uno”.
“No.”
“Ma non eri vicino?”
“Si, ma la pistola ha fatto ‘click’ “.
“Cioè?”
“Eh, io non la usavo mai, eh? E nulla, non c’erano munizioni dentro. Me le ero scordate.”
“Sei serio?”
“SI SI SI!” – si affretto a dire Francesco spostando la testa in avanti ed annuendo nervosamente e con ampi movimenti.
“E poi?” – domandò l’alcolizzato provando imbarazzo per lui –
“E poi mi hanno derubato”.
“Ah.”
“E…?”
“Mi hanno legato ad una colonna del parcheggio”
“Ah.”
“Con i pantaloni abbassati!” proseguì Francesco continuando ad annuire mostrando il bianco degli occhi.
“Deve aver fatto freddo tutta la notte così”
“Maiala!”

Seguì un breve silenzio –
“Ti hanno licenziato?”
“Eccerto!” Disse, testa protesa in avanti, occhi come due fari.

Altro silenzio, più lungo. Sorseggiò la sua birra artigianale –
“Senti, mica hai un lavoro per me?”
“Direi proprio di no” – disse l’ubriacone.

Racconto “La Ricerca”

“Ci devo pensare”.

Questo rispose Gianni ad Andrea quando lui gli chiese il fumo a credito. “Ma come, ci conosciamo da 15 anni!” – si lamentò.

“Non mi interessa, io non mischio mai gli affari con l’amicizia. sono un professionista serio.”

“Gianni porco il cazzo, è un decino di fumo, non mezzo chilo di bamba!”-ma non cl fu niente da fare-.

Andrea aveva esplorato tutte le possibilità per incentiva­ re l’emisfero creativo del suo cervello a produrre qualcosa, ma niente. Era andato a camminare. Era andato a giocare a tennis. Nei locali. Aveva bevuto.

Aveva telefonato ad un amico. Pure ad un parente. Niente.

Andrea era il creativo di una grossa azienda che vendeva bombole di Butano. Ogni settimana doveva po­ durre un racconto con protagonista Bombo, la bombola  di butano mascotte dell’azienda.

Solo che ultimamente le idee, per dirla con un eufemismo, scarseggiavano. “Che stracazzo gli vuoi far fare ad una minchia di bombola di butano porco il clero?”

Aveva salvato la grigliata dei boy scout. Aveva reso possibile il compleanno di nonna Ida nel suo casolare a Treggiaia. Aveva vagliato ogni possibilità che poteva comprendere una bombola di Butano, ma ora era al capolinea. Gli serviva qualche input creativo eccellente o il lavoro era perso. Ma come fare?

In realtà conosceva un altro spacciatore dal quale non  andava mai. Lo aveva visto nel locale, stava a sedere ad un tavolo da solo. Lo avvicinò. Spiegò di nuovo la  storia. “Non ho un euro”, aggiunse. “Fammi fare una telefonata.” -prese in mano il telefono-

Ok, ho un tizio che può aiutarti. Scriviti l’indirizzo, vacci a parlare”.

Era una zona residenziale piuttosto squallida. Suonò il  citofono sporco. “Mi avevano a avvertito, vieni su.”

Quando Andrea arrivò al piano suonò il campanello.

Era rotto. Bussò. Gli apri un uomo di statura media, , di circa trent’anni, dai capelli lunghi e unticci, e una calvizie pronunciata. “Vuoi un panetto ma non hai una lira eh?”. Andrea annuì, timoroso.”Ragazzi?!” -urlò l’uomo-, e da una porta uscirono tre gentiluomini completamente nudi. Adesso ti insegniamo che i vizi hanno sempre un prezzo”.

E mentre Andrea, in ginocchio, non riusciva più a protestare per via di occlusioni carnose nel suo orifi­ zio orale, ma non solo, pensò che forse sarebbe stato meglio se si fosse trovato un lavoro onesto invece del social & media manager.

La vera storia di Tobias Moretti – racconto


Premessa. Eravamo in un bar con un’amica, in tv c’era “Il Commissario Rex”. Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se in realtà l’attore avesse un profondo odio verso i cani. E poi ho scritto questo.


Espirò il fumo di quella fetente Gauloises verso il soffitto, che produsse una piccola nube con la forma di un’esplosione. Gli occhi, stanchi e riflessivi, fissavano il vuoto da una testa china.
Tobias Moretti, in arte Richard Moser. Questo era il suo nome, o i suoni nomi per meglio dire.

“Io li ho sempre odiati i pastori tedeschi”, irruppe rompendo il silenzio acre delle sigarette senza filtro.
“Sempre…quando ero piccolo vivevamo in una villetta al limite della foresta nera… I miei genitori erano immigrati italiani, venuti dal sud per trovare condizioni migliori. Mio padre lavorava in una fabbrica della BMW, mia madre in una di scarpe. Non avevano molto tempo per me, ma mi hanno sempre trattato con gentilezza.
Ricordo… ero a giocare in giardino, era domenica… Mio padre stava tagliando la siepe, e mia madre stendeva i panni… Io armeggiavo con una piccola ruspa che mi avevano regalato da poco. Il cancello era aperto, e sentimmo un cane abbaiare. Io guardai in quella direzione, perché di lì non passava mai nessuno ed i nostri unici vicini non avevano cani.
Da lì a poco entro’ un pastore tedesco. Era sporco, sembrava che lo avessero investito. Sentivo il suo odore arrivare fino a me. Mio padre, sempre gentile, si avvicinò a lui con cautela. Tese la mano. “Come va cucciolone, tutto bene?”.
Non so cosa avesse quella bestia, ma improvvisamente scattò, ed approfittò della figura protesa di mio padre per azzannarlo in faccia. In una frazione di secondo il volto di mio padre diventò una maschera di sangue.

Nei mesi successivi la sua faccia era guarita, ma erano rimaste delle profondissime cicatrici. Mia madre non riusciva più a guardarlo come prima, ed a breve lei chiese il divorzio. Io venivo sballottato tra i due, e vedevo mia madre che passava tra le braccia di molti uomini. Mio padre si ingrigì sempre più e si diede all’alcol. Dopo pochi altri mesi si impiccò.
Passai l’adolescenza sballottato da una casa famiglia all’altra. In quel periodo guardavo molti film stranieri. Ero platonicamente innamorato di Humphrey Bogart. Decisi di tentare di intraprendere la carriera dell’attore. Dopo alcuni spettacoli teatrali e parti in film minori, partecipai ai provini per l’episodio pilota di un nuovo telefilm. Ero molto felice della cosa, ma quando scoprii che il titolo del telefilm era “Il commissario Rex”, e che il vero protagonista era un pastore tedesco, rimasi allibito ed esterefatto.
Diventare un attore era comunque la cosa che desideravo di più al mondo, e accettai lo stesso. E questo fu l’inizio di tutto.”

“Tempo dopo ero sul set. Ero arrivato con mezz’ora di anticipo perché avevo paura di fare tardi. Avevo passato tutta la notte a studiare la parte. Erano le otto di mattina e quella era la mia settima sigaretta dall’alba. Ero già stanco prima ancora di iniziare.
E poi vidi arrivare lui.
La limousine bianca arrivò lentamente, in ritardo di venti minuti ma senza dare peso alla cosa.
Quando si fermò l’autista venne ad aprire lo sportello posteriore. Da lì scese la star, accompagnata da un uomo che scoprì dopo essere il suo addestratore e manager.
Già lo odiavo.
Il cane andò scodinzolando verso il regista, che lo salutò calorosamente. “Come va, campione?”, gli disse stropicciandogli testa ed orecchie. Quel maledettissimo cane abbaiò, festante.
Non ne potevo già più.

“Signor Moretti, è pronto?”. Ero pronto dal giorno precedente. Girammo delle scene. Al cane, che scoprii chiamarsi Otto, spiegavano le scene a mano a mano che andavamo avanti. Manco si era imparato la parte, quella merda.
Girammo varie scene dove mostravamo collaborazione ed affiatamento reciproco, e poi finalmente tutto finì e potei andare a casa.
Durante il tragitto continuavo a chiedermi cosa stavo facendo e se ne valeva davvero la pena.
Le riprese andarono avanti nonostante il mio scarso entusiasmo, e gli episodi cominciarono ad uscire in TV, seguiti da persone di tutte le età. Io avrei voluto urlare in camera quanto odiavo quella dannata bestia, ma non potevo. Dovevamo invece girare scene dove l’eroico pastore salvava una vecchietta intrappolata in un edificio in fiamme ed io mi complimentavo con lui.
Comincio ad arrivare la fama. Dapprima lentamente, poi con l’intensità che ci si aspetta da il personaggio di una serie seguita in tutto il paese. La gente mi fermava per strada e mi chiedeva se ero la “spalla di Rex”. Cosa che mi faceva totalmente impazzire. Quel cazzo di animale era più importante di me. Nemmeno sapeva la parte, quel dannato.
Cominciai a bere. Avevo odiato il vizio dell’alcool per tutta la vita, perché aveva distrutto l’esistenza di mio padre, ma cominciai lo stesso per sopravvivere ai miei rimorsi.
Tutti i giorni arrivavo sul set stravolto da una notte di donne, annaffiata da litri di whisky, ma finché riuscivo, sebbene a malapena, a recitare, tutto andava bene. La truccatrice si sarebbe impegnata di più.
Non riuscivo a smettere. Odiavo il mio lavoro con tutta l’anima, ma mi dava tutto. Soldi, macchine, donne, pure l’alcool che consumavo per continuare a farlo. Ben presto arrivai al limite.
Un giorno ero sul set, ancora rincoglionito dalla notte prima, e finalmente individuai la causa di tutti i miei problemi. Era quel cazzo di cane. Un cane aveva rovinato la mia famiglia, ed ora quest’altro cane stava cercando di rovinare me.
Ci riflettei per qualche giorno. Poi, durante una pausa pranzo decisi di agire. Riempii una polpetta con un cocktail di anfetamine.
Il cane divenne ben presto agitatissimo. Azzannò il regista. Dopo pochi giorni lo fecero abbattere. La cosa finì su tutti i giornali.
Io invece finii in una telenovela di serie c su una rete minore. Prima di firmare mi assicurarono che no, lì non c’erano cani.
Finalmente ero libero.”


Ogni riferimento a fatti o persone realmente raccontati è puramente casuale

Racconto “La Noia” – Luca Gini

Una sorta di esperimento letterario. Per non fare spoilers, spiegherò in fondo qual’era l’oggetto dell’esperimento.

dsidea2
illustrazione ispirata al racconto realizzata da  Annibale di Lorenzo,  http://www.dsidea2.net

La pietà che provavo per me stesso mi stava consumando. Ero in quella cella, quella specie di piccolo cortile all’aria aperta da ore. Mi avevano detto di aspettare lì. Non avevo più orologio, e neppure i lacci delle scarpe. Mi struggevo.
A sinistra, una pesante porta di metallo, senza maniglia, senza niente. Nemmeno quella piccola finestrella che si usa nelle celle. Niente di niente. Pure i cardini sembravano essere dall’altra parte.
Dietro di me, una parete grigia. Di un grigio uniforme, senza macchie di vernice, senza scorticature, senza macchie di umidità, senza niente di niente.
Alla mia destra, un’altra parete, alta come tutte le altre, circa cinque metri.

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