Saligia, cap XXI, estratto

[…]

C’erano giorni che ero più di buon umore e riuscivo a non pensare a queste cose.

Era maggio, a breve ci sarebbe stata una festa in piscina. Era tanto che ce lo dicevano, io e Andrea avevamo preso la prevendita. La organizzavano delle nostre amiche, gente oggettivamente abbastanza abituata a far baldoria. Sarebbe stato un peccato non andarci, tanto che avremmo fatto altrimenti?

Cominciavano a mancarmi le camminate nei boschi. I grandi boschi di castagni sulle alte colline vicino la casa della mia infanzia. C’era da salire per qualche chilometro, attraverso oliveti dislocati in pendenza, in posti dove la maggior parte dei trattori non poteva lavorare, a volte dove solo uomini, perlopiù vecchi o di mezza età, potavano rami con lentezza, o tiravano teli per la raccolta. Per arrivare bisognava lasciarsi alle spalle le colline basse del Chianti, e inerpicarsi su, fino al frantoio, e dopo ancora più su, lungo la strada circondata da muretti a secco, larga appena quanto bastava per due carri, e dove due macchine passavano molto a fatica. Salendo per i tornanti, le vigne piano piano sparivano, la pendenza aumentava, e comparivano una quantità di oliveti, spesso disposti in terrazzamenti, mentre la strada continuava a salire nei suoi stretti tornanti. Infine, una volta arrivati alla cosiddetta Casa di Leonardo, lì c’erano gli ultimi olivi, e poi quei contadini di alta collina avevano desistito dal piantare alberi produttivi, perché sarebbero seccati a causa del gelo nei mesi più freddi, ed i boschi quindi prendevano il sopravvento. Per ettari non c’era altro che boschi e rovi, alti boschi di castagni, che di inverno ricoprivano il terreno con i loro frutti spinosi. Da piccolo mi avevano insegnato ad aprire le castagne con le scarpe, pestando il lato destro e il sinistro, e togliendo la castagna con le mani, così da non pungersi. Quello volevo.

Boschi, e nulla più.

Saligia, nuovo romanzo, cap XIX

[elaborazione grafica di Annibale Di Lorenzo]

Il giorno dopo la nuvola si era molto allungata in cielo, ed aveva assunto la forma di una grossa pietra piatta, molto larga. Il terzo giorno il cielo si era tinto di un colore grigio, non ben definito, che Toki non aveva mai visto. Aveva cominciato a piovere della cenere, piano, come neve rada da principio, poi sempre più velocemente. Toki non si sapeva spiegare il perché, ma adesso il sole pareva molto meno intenso, e sentiva freddo. Era comunque andato a caccia quel giorno, ma non c’erano molti animali in giro. Probabilmente si erano tutti rintanati. Era però facile seguire le tracce su quel tappeto che ricopriva il suolo. Pure gli alberi erano tinti da uno strato grigio. In passato aveva visto la neve, ma non era come quello che stava vedendo adesso.

Carmine era tornato ed ero potuto andare un po’ avanti col libro. La sua fuga d’amore non era finita bene. Come avevo scoperto, e come sospettavo, aveva lasciato intendere a lei che aveva dei soldi da parte. Quando lei si era accorta che i soldi erano circa cinquecento euro, l’aveva mollato quasi immediatamente. Ed ecco che Carmine adesso era qui, con me, e stavamo andando ad una serata. Lui era curioso, perché era organizzata dal Kink, un locale di Bologna che organizzava party per scambisti, gente perennemente arrapata ma anche pervertiti di vario genere. Insomma, non saprei come chiamarli quei tipi. Per esempio c’era uno che era famoso come ‘uomo zerbino’; si vestiva con incollato addosso uno zerbino e si faceva calpestare dalle tipe. Poi c’era un po’ di circo assortito: ragazze vestite solo di nastro adesivo, catene, trans, eccetera.
Perché ci andavo?
Quando ero giovane per andare a quelle serate mi facevo un centinaio di chilometri. Non me ne è mai fregato molto, ma tutti i miei amici ci andavano e sennò non sapevo che fare. E poi sono sempre stato uno che le cose le ha volute provare prima di dire che non mi piacciono. Quella serata in particolare era vicinissima, praticamente sotto casa. Per tutta una serie di eventi fortuiti la facevano a sette chilometri da dove vivevo io, quindi la presenza era quasi obbligatoria. Anche perché non c’erano molte alternative quella notte, quindi avevo deciso di andare a vedere di nuovo la messinscena.

Ero riuscito, non senza sforzo, a far vestire Carmine decentemente. Io avevo un giubbotto di pelle col colletto alla coreana, dei pantaloni neri di cotone non troppo attillati ed un camicia grigio scuro. Carmine aveva degli stivaletti di pelle che portava tutti i giorni, dei pantaloni neri che gli avevo visto un sacco di volte e una felpa. Ripensandoci non era vestito un granché bene, ma perlomeno era pulito.

Arrivammo abbastanza velocemente alla location. Era una villa ottocentesca di campagna, con un ampio giardino. Parcheggiammo l’auto al di fuori del parcheggio, in una vigna. Era piovuto da poco e quel parcheggio fangoso, ricavato in una grossa concavità sulla collina, non mi convinceva molto.

Facemmo la fila. Avevano messo un piccolo banco all’ingresso del giardino. Fecero qualche commento sull’abbigliamento di Carmine, ed ebbi paura che non ci avrebbero fatto entrare. Per fortuna ce la cavammo grazie ad un paio di battute in toscano che feci sul fatto che ci eravamo vestiti in fretta. Per qualche ragione alla gente del nord l’accento toscano fa ridere. Dai vecchi tempi la selezione all’ingresso era calata molto, altrimenti non ci avrebbero fatto partecipare alla serata.

Ce la facemmo a superare quell’ostacolo; ci trovammo in un grande giardino, a camminare su un breve sentiero lastricato. C’erano grossi orci tutto intorno, orci pieni di piante che in quel periodo dell’anno non erano in fiore. Un’alta siepe attorniava il complesso, che era rischiarato da dei lucernari a lanterna posti in cima a lunghi pali neri. Una grande costruzione torreggiava al centro del giardino: la villa, che aveva due ampie scalinate che salivano da lati opposti e si congiungevano al primo piano, dove c’era l’ingresso. Pensai che quello un tempo doveva essere l’ingresso principale della residenza signorile. La servitù probabilmente abitava il piano terra.

Salimmo le scale, ed arrivammo in una specie di ingresso o piccolo terrazzo dove le scale si congiungevano. Era pieno di gente vestita di nero. Erano vestiti in maniera simile al pubblico delle serate goth, in quanto il genere di serata organizzata da quella specifica associazione attingeva dalla fauna di quella subcultura. Negli anni, come era successo un po’ a tutto quel mondo, il pubblico si era ‘imbastardito’ e quindi c’erano anche persone non dell’ambiente che, un po’ attratte dalla curiosità ed un po’ dalla promessa di sesso facile, erano sopraggiunte come mosche intorno allo stesso pezzo di carne. Adesso c’era un po’ di tutto su quel terrazzo: vecchi goth con catene e capelli bianchi dovuti dall’età, giovani goth che si baciavano e si toccavano, gente normale che beveva e si guardava intorno ridendo, e noi. Mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua, ma qualcosa mi diceva che se non fossi andato lì mi sarei pentito di stare a casa a guardare processi contro terroristi anni settanta tutta la sera.

Varcammo l’ingresso, che era composto da un grosso portone montato su pesanti cardini di ferro battuto, e ci trovammo nella sala principale.
Non era sfarzosa… probabilmente erano molti anni che nessuno ci abitava più, e la affittavano solo per grandi eventi. Non c’erano molti mobili. C’era però una gabbia nera nel mezzo, in mezzo alla folla. Dentro la gabbia c’era un ballerino che dimenava il sedere con grande energia. Sulla sinistra c’era il bar, allestito probabilmente quel giorno, che serviva alcolici sovraprezzati. Mi fermai lo stesso a prendere un gin tonic, mentre Carmine prese una Becks (perché non avevano la Tennets).

C’era una musica tecno non particolarmente ricercata. Incontrai una mia cara amica, molto avvezza a quei posti (e non ho mai capito perché, in quanto lei era scarsamente promiscua). Ci salutammo calorosamente. Decidemmo di andare a fare un giro nelle altre sale. Varcammo la porta sulla destra ed entrammo in una specie di sala da pranzo, con un grosso tavolo in legno massello ed un divano.

Sul divano c’era una ragazza, che riconobbi. Non era molto alta, faccia tonda, da ragazzina, naso a patata e capelli neri. Si stava facendo leccare i piedi da un uomo di quarant’anni. Carmine mi chiese:

«Ma se volessi anche io leccare i piedi di una ragazza, come dovrei fare?»
«Guarda Carmine, laggiù c’è una lista di moduli, ne prendi uno, lo compili, lo dai alla ragazza e ti metti in fila»
«Ah, si?»
«No.»

Eravamo appoggiati al muro (non che ci fosse molto spazio dove stare) e ci stavamo guardando intorno. Vidi una ragazza, altezza media, bel sedere, anfibi, calze a rete, body ed una maglietta con dietro un pentacolo col capro. Aveva i capelli biondicci, probabilmente tinti, agghindati in due crocchie. Accanto a lei c’era un ragazzo, un bel ragazzo, completamente vestito di nero, anfibi anche lui, viso bianchissimo, capelli rapati, espressione torva. Vidi lei che doveva passare tra il tavolo ed un gruppo di persone, e ci passava a malapena, e vidi lui darle una spintarella in quel preciso istante. La ragazza rischiò di cadere. La ragazza notò che la guardavo, i nostri sguardi si incrociarono. Rimanemmo un altro minuto ad osservare la fauna, e vidi la ragazza passare di nuovo, fermarsi davanti a me e chiedermi
«Ce l’hai una sigaretta?»
«No, mi dispiace» le dissi. Vidi un’espressione di disgusto, probabilmente artefatta. Notai che il ragazzo aveva un pentacolo al collo.
La ragazza si allontanò guardandomi con disprezzo.

Con la mia amica ci incamminammo, e scendemmo giù. C’era una stretta scala a chiocciola, di pietra. Con lei c’era anche un altro nostro amico. Il soffitto era basso, ma la zona era ben illuminata. Probabilmente un tempo era stata una cantina…. c’era un corridoio, stretto, con delle corde che pendevano dal soffitto. La gente si infilava volontariamente in quelle corde, i corpi si avvinghiavano. C’era della musica elettronica un po’ più raffinata, più aggressiva. Vidi di nuovo i tipi di prima, con la ragazza col pentacolo. Adesso erano tre, erano appoggiati al muro. Uno dei tre aveva una maglia aperta sul davanti, ed era incappucciato. Anche lui aveva un pentacolo al collo. Credo fossero satanisti sul serio, non credo facessero solo scena.
Il ragazzo che era con noi disse che era claustrofobico e quel posto gli dava noia, e se ne andò. La mia amica cominciò ad indicare la gente abbarbicata intorno alle corde ed a prenderli in giro. Faceva sempre così, lei si divertiva in quel modo.
Guardai per un po’ un tipo che conoscevo che si contorceva sulle corde, poi mi stancai. Presi Carmine e tornai su.

«Dove andiamo?»
«A bere»
«Non è il bere.»
«Cosa?»
«È il ribere. Ahahah»
«Carmine, ma che stai dicendo?»

Rifacemmo la fila, altro Gin Tonic sovrapprezzato, altra birretta in bottiglia per Carmine. Mi toccò offrirgliela perché aveva già finito i soldi. Ma che la satanista prima volesse qualcosa? Avevo visto che mi guardava. No, basta casini.
Passammo davanti una stanza con una tenda nera. Quella era la dark room, lì la gente faceva sesso. Potevi entrare solo se affiancato da un partner. Una volta avevo provato ad entrarci con Andrea, ma il buttafuori aveva capito che non eravamo una coppia, ma solo curiosi, e ci aveva fatto fare retrofront.

Salimmo un’altra scala, questa volta normale, molto ampia, che ci portò al piano superiore. Quando arrivammo, entrammo in un’ampia stanza. Per terra, a quattro zampe, c’era uno slave, vestito quasi interamente di pelle, con delle mutande di pelle e delle scarpe col tacco, il quale indossava una maschera con una cerniera sulla bocca, che veniva preso a schiaffi da una mistress. La maggior parte della folla fissava la scena in silenzio, alcuni toccandosi compulsivamente le tempie. A me faceva ridere, non so perché. Mi faceva proprio scompisciare. Tenevo una mano sulla bocca, volevo scoppiare a ridere. Probabilmente se lo slave mi avesse visto la cosa gli avrebbe fatto pure piacere, il che mi faceva trovare tutto quanto ancora più divertente. Qualcuno mi guardava male. Stavo dando gomitate a Carmine per sottolineare la risibilità della scena. La mistress accese una candela, la fece vedere alla folla, e poi la infilò nel sedere allo slave. Mi tolsi la mano dalla bocca e mi misi a sghignazzare sonoramente. Ero quasi piegato in due. Non ci potevo fare niente, lo trovavo troppo divertente. Mi voltai dietro, vidi un buttafuori che mi guardava. Indicai lo slave ed esclamai al buttafuori «ma lo vedi!?». Il buttafuori sorrise. Alla fine lo spettacolo terminò, ci furono degli applausi, ai quali partecipai pure io. Carmine aveva proprio l’espressione di uno che non capiva, e batté poche volte e lentamente le mani.

«Ok, mi ritengo soddisfatto. Andiamo?»
«Aspetta.»

Carmine volle rimanere e bere ancora. Aveva trovato un altro che conosceva e si stava facendo offrire le birrette pure da lui. Vidi che cominciava a barcollare. A questo punto mi ruppi definitivamente le palle e lo presi per la collottola, portandolo fuori.

«Ma perché!?»
«Perché sono le due, Carmine, e non ne ho più voglia»
«Ok…»

Uscimmo dall’edificio, poi dal giardino. Arrivammo davanti al parcheggio. Era un po’ piovuto nel frattempo, e si era sviluppata una fanga notevole, nella quale le auto stavano affondando. Le varie auto si susseguivano nel tentativo di uscire di lì, prendendo la rincorsa sul breve piazzale, arrancando sulla salita, ed infine scivolando miseramente di nuovo al punto di partenza.
Vidi un ragazzo che conoscevo salire sul suo corpulento suv, e dire a tutti:

«Adesso spostatevi, che scarico a terra centoquaranta cavalli»

Quando vuoi uscire dal fango con un fuoristrada, per quel poco che avevo imparato quando da giovane guidavo nei campi nell’azienda di famiglia, devi andare MOLTO MOLTO piano cercando di non far slittare le gomme, provando in tutti i modi a fare grip da qualche parte. Il nostro amico si posizionò il suo muscoloso suv dinnanzi alla salita, e poi cominciò a sgassare come un pazzo, e mentre la macchina slittava da un lato all’altro della carreggiata, pezzi di fango e sassi volavano sulle auto retrostanti. Mi stancai di quello spettacolo e mi diressi verso la mia vettura. Carmine andò un attimo in bagno.

Accanto la mia macchina ce n’era un’altra fuori c’era una bella donna, ben vestita, che stava fumando. Mi vide.

«Che stai facendo?»
«Vado alla macchina…»
«Io sto aspettando i miei amici»
«Ah, ok»
«Mi fai un massaggio ai piedi?»

Senza dirlo due volte tirò fuori dalla scarpa, avvolto da delle calze a rete, un bel piede femminile. Non mi feci molti problemi e cominciai a massaggiarlo. Parlammo un po’. Dopo pochi minuti lei vide arrivare Carmine, che probabilmente si era perso, e rimise il piede nella scarpa. Tirò fuori dalla borsa una penna ed un quadernino, scrisse qualcosa e me lo dette. Era un numero. Poi lei entrò nella sua macchina.

«Ci hai messo un bel po’, Carmine»

Notai che aveva qualcosa alla bocca, probabilmente aveva vomitato.
Salimmo e sobbalzammo per quella viuzza tra i campi e poi finalmente tornammo sulla strada asfaltata, tra la civiltà.

Nuovo romanzo: Saligia, cap XII

[Grafica di Annibale di Lorenzo]

Il tempo passava e Prince si era abituato alla sua nuova casa. Lo lasciavo andare in giardino, che era molto grande per un bilocale. Era circondato da un vecchio muro di cemento, pieno di muffa verde. Non c’era una siepe intorno, ma esili alberelli cresciuti spontaneamente un po’ ovunque. C’era un grosso susino selvatico, ed altri due alberi di cui non conoscevo la specie. La parte del giardino più lontana dalla casa era sconosciuta anche a me. Era piena di piccoli alberi, molto giovani. Sulla destra c’era un fico. Poi intravedevo una minuscola costruzione di mattoni, alta un metro o poco meno. Forse era stato un pollaio.

Ogni tanto avevo paura di perdercelo, il gatto. Se si fosse perso nel boschetto in fondo avrei avuto bisogno di un machete per salvarlo. Confidavo però nel suo istinto felino di non rimanere intrappolato come uno scemo.

Era il dieci dicembre. C’erano ovunque decorazioni natalizie. Io soffrivo un po’ la solitudine, da quando Elisa se n’era andata.

«Non sai stare nemmeno un’ora solo con te stesso,»
Passavo il tempo a guardare immagini buffe su internet, senza interesse, senza averne voglia. Solo per non pensare, non pensare a niente. 

«o mettere a frutto il tuo tempo libero, anzi,
eviti di guardarti nel cuore,»
Evitavo gli sguardi delle persone, campavo di panini che compravo in giro. Il frigo era vuoto da settimane.

«e come uno schiavo che fugge senza meta»
La notte uscivo, quasi sempre bevevo,

«e cerchi di ingannare l’angoscia ora col vino»
e la mattina dormivo più del dovuto perché non volevo vedere la luce del giorno.

«ora col sonno.»

Decisi che era arrivato il momento anche per casa mia di avere degli addobbi. Aprii l’armadietto della cucina e presi il cappello da babbo natale. Lo misi sul ventilatore di metallo che era rimasto lì dall’estate. Il ventilatore mi fissò, col cappellino che gli pendeva di lato.

Uscii di casa. Evitai accuratamente di passare davanti la grande casa bianca, memore del mio furto. Passai davanti alla via dei cinesi, e finii in piazza. La grande statua bronzea si copriva la fronte come sempre. Arrivai al bar.

Di fronte al bar c’era spesso un uomo. Aveva la faccia scura, l’espressione torva. Era magro, non basso, capelli neri, di età indefinibile tra i cinquanta ed i settanta, vestito in maniera un po’ antiquata, con dei pantaloni con la riga, verdi, polo, camicia, sguardo da pazzo. Leggeva sempre. Ci avrei voluto parlare, ma avevo paura di disturbarlo.

Entrai dentro, presi una schiacciata da due euro e cinquanta. Quello era il pranzo e la colazione. Guardai di nuovo il tipo che leggeva.

Se il mercato letterario non fosse stato pieno di tutti quei troiai, probabilmente avrebbero letto di più anche me. Il fatto è che c’erano personaggi che vendevano solo perché erano famosi, completamente senza tenere di conto la qualità. Ai tempi di Dostoevsky questo non succedeva. Ma l’età dell’oro era passata.

Siamo nei vicoli dei ratti

Dovevo comunque riuscire a finire il mio cavolo di libro sul Neanderthal e trovare un editore serio, questa volta. Mi ero rotto dei piccoli editori. I libri precedenti erano sempre usciti per editori piccoli ed avevano sempre venduto poco. In campo editoriale più è grande la casa editrice, più vendi. Quasi sempre. 

Si stavano avvicinando Natale e capodanno, ma non avevo molta voglia di festeggiare. Lavoravo poco, guadagnavo poco. Cominciavo ad avere pochi soldi. 

In città c’era un trenino che faceva il giro del centro. Era pieno di bambini e dei loro genitori. L’autista era serio e svogliato, guidava scampanellando. I bambini ridevano, i genitori ridevano perché vedevano i bambini contenti.

Io invece ero più dell’umore dell’autista. 

Andai alla stazione. C’era un tipo seduto su un gradino fuori. Era completamente pieno di cicatrici.  Aveva cicatrici di ogni tipo sulle mani, sul volto, sulle braccia che si intravedevano  dalle maniche alzate. Lo avevo già visto ad agosto, era messo male anche sul petto e sulle gambe. Portava un gilet, allora, senza nient’altro sotto. Credo gli facesse piacere mettere in mostra le sue cicatrici. Chissà cosa significavano quelle cicatrici, e perché ne era orgoglioso. 

Lessi l’orario sui tabelloni, il treno non era in ritardo. Salii, andai al paesello dove avevo l’ufficio. 

Il pomeriggio si svolse senza eventi degni di nota. La sera tornai a casa e mi preparai un persico africano in salsa di pomodoro.

Con gli anni avevo un po’ imparato a cucinare. Più che altro perché le cose raffazzonate non mi piacciono, non che provassi davvero piacere ad armeggiare in cucina.

Lessi un po’ Mishima. Come era elegante. Non era freddo, era tiepido. Come la lama di una katana usata per aprire un ventre. Povero Yukio.

Decisi di uscire. Casa mia era un disastro ormai, da quando Elisa non c’era più. La maggior parte dei miei vestiti erano ammassati in maniera caotica sul lato del letto dove non dormivo. Ogni giorno pescavo qualcosa da quel marasma e mi preparavo ad uscire. Nel lavello c’erano i piatti sporchi di una settimana. Sul pavimento le briciole di pane si ammassavano intorno al battiscopa, come una folla che cerca disperatamente di scappare da una tragedia. Le sedie erano impolverate, il tavolo sporco. Dovevo decisamente rimettere tutto in ordine, la situazione stava diventando proibitiva per la sopravvivenza umana. Probabilmente però ormai avevo un sistema immunitario che poteva sconfiggere senza problemi la peste nera.

Tra l’altro la Peste Nera aveva l’ottantacinque percento di tasso di mortalità nel milletrecento. Quella si che era una pandemia.

Il cielo era velato, c’era la luna. Mi incamminai verso il Purple. Fuori c’era molta gente, come sempre. Era venerdì.

Avevo fissato con Andrea e una nostra amica di nome Giorgia. Erano le undici e mezzo. Andrea aveva già davanti a sé i bicchieri di due Long Island, il terzo lo teneva in mano. Giorgia non beveva mai. Giorgia risparmiava sempre, campava con una miseria. Probabilmente viveva meglio di molti di noialtri che qualche soldo lo avevamo, perché è vero che aveva pochi soldi, ma spendeva poco. Comprava le scatole di cartine delle sigarette dove c’era qualche cartina in più e che costavano dieci centesimi in meno. Voglio dire che non è che comprava quelle perché le piacevano, le prendeva per il miglior rapporto qualità-prezzo, per risparmiare dieci centesimi. Io avevo picchiato la macchina e fatto un danno da diecimila euro. Lei la macchina non ce l’aveva. In totale quanti soldi aveva risparmiato senza auto tutti quegli anni? Niente benzina, niente bollo, niente assicurazione. Decine e decine di migliaia di euro. Però anche niente macchina. Beh, io preferivo decidere dove andare e non essere in balia degli eventi. Prima o poi avrei dovuto riparare la mia. 

Salutai tutti, mi avviai verso il bancone per prendere qualcosa. Il locale era pieno di gente. C’erano manifesti di film alle pareti, manifesti di vecchi film che sventolavano lievemente quando le cameriere passavano, quasi correndo, a portare i drink ai vari tavoli.

Arrivai al bancone. Salutai una cameriera con la quale parlavo spesso. Una volta l’avevo sentita canticchiare dietro il bancone, le avevo detto che era brava. Secondo me doveva insistere, prendere qualche lezione. Ormai era un volto amichevole.

«Ciao Matteo, come va!?» 

Socchiusi gli occhi, sto
supino nel trifoglio
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò. 

«Bene» – mentii –

«Che ti faccio?»

Presi un whiskey torbato. Stavo sputtanando tutti i soldi. Certo però va detto che la percentuale alcolica del whiskey è molto buona, quindi alla fine si rivela relativamente a buon mercato se vuoi ubriacarti.

Vidi Serena al banco. Linea delle sopracciglia nettissima, lunga, elegante. Bocca piccola e carnosa, tratti dolci, sguardo di marmo.

The fucking pubs are fucking dull
The fucking clubs are fucking full
Of fucking girls and fucking guys
With fucking murder in Their eyes 

La conoscevo bene. Ci ero già uscito. 

«Allora, matteoaringhieri?» – Chiese con un sorriso. Il sorriso era simpatico –

Alla fine anche lei era simpatica, solo che era anaffettiva. 

«Siamo qui. Beviamo. Respiriamo. Va meglio che ad altri»

Ci mettemmo a parlare. Si era messa finalmente a lavorare sul serio. Era un’artista, una pittrice. Era pure brava, aveva esposto in varie mostre in Italia ed anche qualcosa all’estero, ma non si campa con l’arte. Avevo un sacco di amici artisti, ma nessuno ci campava davvero. Anche gli artigiani fanno fatica, ma lì perlomeno ce la puoi fare. Lei alla fine era andata a lavorare in una gioielleria.

Continuammo a bere. Lei offrii, io offrii. Scherzavamo, ridevamo. Lei mi parlò un po’ dei suoi problemi. Preferiva quando aveva molto più tempo libero e dipingeva. Adesso non dipingeva più, quell’epoca era passata. No, non lo poteva fare nel tempo libero, aveva bisogno della mente libera. No, serviva più tempo. Ed io? Non avevo voglia di alzarmi la mattina. Nessuno ha voglia di alzarsi la mattina. Ma io proprio per niente. Per tutti è così. 

Non ne uscivamo, ma era comunque una conversazione divertente. 

Arrivarono Giorgia ed Andrea, mi dissero che andavano da un’altra parte. Li salutai.

Alla fine eravamo stanchi di stare lì. Volevamo andare da qualche parte. Decidemmo di andare a ballare. Ma dove, era l’una e mezzo. Il Saturn. Il Saturn era aperto. Si, l’età era un po’ bassa, ma era giusto per farsi un giro.

Montammo sulla sua macchina. Lei mise una canzone che avevo sentito in un film. Sentivo il testo che diceva «money, success, fame, glamour». Le si addiceva. 

Guidava veloce. 

«Guidi veloce.»

«Hai paura?»

«No»

«Allora perché me lo chiedi.»

With fucking murder in Their eyes 

Arrivammo, parcheggiammo non lontano. Il posto era in una zona industriale. Era un locale di musica dal genere indefinito, non era rock, non era commerciale, non so cosa fosse. C’erano molte casse in quattro quarti. La musica si sentiva bene da fuori.

Entrammo. Ci chiesero la carta di identità. Lei protestò. 

«A che vi serve la carta di identità?»

«È la regola»

«È una regola del cazzo» – Gli disse, tirando fuori la carta. –

Entrammo. Dentro c’era ressa, era pieno di gente nei primi vent’anni. Lei si fece strada tra la folla, arrivammo alla cassa. Conoscevo i barman da un sacco di tempo. Lei insistette per saltare la fila. Decisi di accontentarla. Salutai Alessio, gli chiesi come andava. Era il proprietario, il locale era colmo. Si capiva che andava bene. Prendemmo due Gin Tonic. Lei si spostò sotto le casse, cominciò a ballare. Ero alticcio, cominciai a ballare pure io. Da lì a poco cominciai a toccarle i fianchi. Erano morbidi, sotto il cappotto di pelle nero. Lo spostai di lato, le misi una mano sul culo. Continuavamo a ballare, a sincrono. La girai, le misi entrambe le mani sulla vita, che era scoperta per via della maglia corta. La vita era sottile, calda. Feci scorrere le mie mani su, scorrendo sui fianchi, sul torace, fino alle ascelle. Misi i miei pollici proprio al di sopra dei suoi seni. Incominciai a spingere con i  pollici verso l’alto. Vidi i piccoli seni muoversi impercettibilmente. Le misi entrambe le mani sul culo, lo spinsi verso di me. La sua bocca era piccola, ci appoggiai le labbra. Non la baciai. Feci risalire la mano destra lungo la schiena, passando forte le dita ad uncino tutto sopra la colonna. Con l’altra mano le palpavo il culo, poi la mano destra salì ancora, fino alla nuca, e si serrò intorno ai capelli di lei. Con quella mano spinsi la sua testa verso di me, le sue labbra sulle mie, ficcandole la lingua in bocca. 

Cercai di mettere la mano sinistra da un’altra parte, ma lei mi tirò uno schiaffo. Continuai a pomiciarci. Lei si girò e cominciò ad agitarmi il culo addosso. Io ballavo, e le tenevo i fianchi. Mi dava come l’impressione che stesse dicendomi «stasera potrai scoparmi». Non mi sembrava davvero attratta da me. Cominciai a diventare meccanico nei movimenti. Lei si accorse del mio improvviso calo di interesse e ne approfittò per andare in bagno. Andai nel bagno degli uomini.

Quando uscii non la vidi. Feci un giro del locale, non la vedevo più. Uscii fuori, davanti al locale, tra la gente nel piccolo piazzale, ma lei non c’era. Feci un controllo poco più che pro-forma, andai dove avevamo parcheggiato la macchina. La macchina non c’era più.

Presi il cellulare.

«Sei molto insicura, Serena» – scrissi –

«Sei tu insicuro»

«Io sono sicurissimo»

«Torna a piedi» –  numerose faccine –

«C’è una bella luna in cielo. Mi piace camminare di notte.»

Le mandai una foto della luna.

In realtà stavo già camminando dopo il primo messaggio. Sapevo come sarebbe andata a finire. Mi persi un paio di volte nella zona industriale, su strade mortifere e deserte. Arrivai sulla statale. Erano le tre. Ogni tanto passava qualche macchina, velocissima, accanto a me, che avevo camicia, cappotto lungo, le scarpe eleganti, e camminavo in una strada senza marciapiede. Sulla destra c’erano i campi, verdi. Il vento invernale soffiava leggero. Io ero ubriaco. La luna splendeva alta. C’erano le stelle.

Era bello essere  vivi.

Trovai un bullone di un camion, del cerchione, grosso e massiccio. Me lo misi in tasca. Attraversai zone di campagna, due o tre rotonde, periferia, infine arrivai in città. 

Dopo un’ora e mezzo di cammino ero a casa.

Capitolo VI nuovo romanzo di Luca Gini, titolo: “Saligia”

Capitolo VI del nuovo romanzo di Luca Gini. Contenuto presente solo sul sito ed inviato agli iscritti alla newsletter.


VI

Tornai a casa da Elisa. Quando entrai ci salutammo brevemente.
«Mi telefoni abbastanza spesso, ma mai per dirmi che tieni a me»
Era vero. Verissimo, lapalissiano. Non potevo replicare.
«Non è vero» – replicai –
«Dimmi l’ultima volta che mi hai fatto un complimento.»
«Ieri» – mentii –
«Io non me lo ricordo»
«Mentre stavi uscendo»
«Mentre stavo uscendo tu dormivi»
Ero all’angolo, stava per arrivare l’uppercut definitivo.
«L’ho detto a bassa voce»
«See. Faccio finta di crederci.»
Per ora ero salvo, ma quanto potevo andare avanti con queste menzogne? Non sapevo nemmeno io di preciso perché continuavo così.

«Ho conosciuto una persona online» – Disse lei –
Sapevo che frequentava i siti di incontri. Non gliene facevo una colpa. La facevo a me caso mai.

Adesso avrei dovuto fare una mossa. Una grande mossa per riprendere il controllo della situazione. Qualcosa che l’avrebbe stupita, ammaliata, conquistata. Qualcosa che avrebbe spazzato via ogni altro contendente, possibilità, alternativa.
Che l’avrebbe fatta diventare mia per sempre. Adesso dovevo finalmente prendere posizione.

«Vado a fare due passi» – Dissi –
«Ciao.»

Uscii senza sbattere la porta. Ero fuori.
Il vento mi scompigliava i capelli, faceva freddo. Non sapevo nemmeno di preciso dove andare, né cosa fare.

«Tutto ciò che non sei tu
E’ sofferenza
Tutto ciò che non sei tu
E’ l’uomo che crolla.»

Dovevano essere versi di Carnevali. Era vero. Tutto ciò che non era lei, era sofferenza. Mi faceva divertire. Mi tirava su. Era la persona con cui parlavo, che mi faceva ragionare. Era la parte sana della mia vita, forse l’unica. Tutto ciò che non era lei, era l’uomo che crolla.
Quanto avrei voluto essere innamorato. Anche solo invaghito. Invece ero per strada.

«La città è silente,
immobile;
nessuno parla di
ceppo responsabile,
di antigene,
i rami sono quieti,
la sera d’inverno mite.»

Non era ancora inverno, era autunno. Camminando ero arrivato nel parco. Era un piccolo parco nella zona residenziale, c’era un canestro, un piccolo campo da calcio, degli attrezzi ginnici scadenti. Mi misi a sedere su una panchina.
Stava cominciando a fare buio, non c’erano molti altri posti dove andare.
L’erba era alta. Un vento autunnale spostava le foglie sul prato. Il campo da calcio era quasi senza erba, con tanti buchi, e ciuffi che spuntavano ogni tanto. C’era una persona che portava a spasso il cane. Il sole era calato, rimaneva un vago chiarore in cielo.

Ero immerso nei miei pensieri quando vidi un cespuglio muoversi. Mi spaventai e misi una mano in tasca, alla ricerca della grossa chiave della macchina. Meglio di niente.
Dal cespuglio uscì un uomo vestito di nero, con una bici.
Lo riconobbi, era Boccetta.

Nessuno sapeva di preciso come Boccetta, che ovviamente non era il suo vero nome, fosse arrivato dalle nostre parti. L’accento non si capiva da dove diavolo venisse, ma di sicuro non era di qui. Sembrava un non identificabile accento del nord. Io la sapevo la sua vita. Era un barbone, ma un barbone che ci sapeva fare. Aveva anche lavorato per lunghi periodi, negli anni. Aveva messo da parte dei soldi, ma sempre facendo il barbone. A lui piaceva così.

Adesso si divertiva a fare l’arrotino itinerante, con la sua bicicletta scassata con innestata la pietra per affilare, azionata da un meccanismo collegato ai pedali. Gli piaceva chiacchierare.

«Ciao Boccetta.»
«Ragazzaccio. Che giri? Non è un posto buono per starci di notte.»
«E te invece?»
«Tzé. A me che vuoi che mi facciano? Mi derubano? C’ho tre spicci. Mi fregano la bicicletta? Con la mola? Ma chi se la piglia. Non ho paura di nulla, io» – rise –
«Beato te. Cosa fai qui?»
«Ah, nulla, facevo un giro prima di andare a lavorare.»
«Dove devi andare?»
«Al Piccione stordito, ad affilargli i coltelli.»
«Vengo con te, dissi»

Non me la sentivo di tornare da Elisa. Tanto la spesa gliela avevo riportata, avrebbe avuto da mangiare qualcosa.
Boccetta spingeva la sua vecchia bici modificata, io lo seguivo.
«Boccetta, l’altra volta mi raccontavi di quando stavi a Viareggio a fare il barbone, poi ci hanno interrotto.»
«Ah, si già»

Boccetta aveva questa mania di vestirsi da boscaiolo. Aveva una t shirt bianca, sporca, dei pantaloni di jeans, sicuramente non puliti, e degli stivaletti consumati, graffiati e fangosi.
Le dita delle mani erano a punta, gonfiate da anni di lavoro manuale. La barba incolta, i denti soggetti ad una certa piorrea, probabilmente per le molte sigarette ed il non poco alcool. Aveva una pancia enorme, a causa del bere. Non era una persona stupida.

«Quando stavo a Viareggio erano bei tempi»
«Ma facevi il barbone?»
«Eccerto. Viareggio era il posto migliore per fare il barbone.»
«Come mai?»
«La gente a Viareggio ha i soldi. Lo sai quanto facevo al giorno di elemosina?»
«No… non ho idea.»
«Centoventi euro»
«E dove dormivi?»
«In albergo.»

Passammo davanti le case della zona residenziale. C’erano alcuni begli edifici. C’era una casa bianca, alta, con un grande lucernario in cima, cipressi fitti ed alti intorno, un grande cancello in ferro battuto. Davanti il cancello, che era stato ricoperto da lastre di metallo per aumentare la privacy, c’era un gatto. Era bianco e grigio, di pelo lungo, vaporoso. Ti guardava impettito, seduto, con le zampe anteriori dritte, il petto bianchissimo in fuori, coda arricciata intorno alle zampe.
Era un gatto stupendo, sembra quello di una vecchia pubblicità di cibo gourmet.
Avrei adorato avere un gatto in quel modo.

Poi passammo davanti alla Croce Rossa, ai carabinieri, ed ancora case residenziali.
Ora davanti a noi c’era la stazione, con l’orologio in cima e la piazzetta davanti piena di umanità poco raccomandabile.
Costeggiammo la ferrovia, poi sotto il sottopassaggio (un treno passò e fece un baccano infernale), poi eravamo sulla salita ed infine dall’altra parte. Di lì a poco, sulla destra, c’era il Piccione Stordito.
«Buonasera!» – disse Boccetta –
«Ooo!» – fece eco il barman. Si abbracciarono –
Boccetta sorrideva con i suoi denti mangiati dalla piorrea, dall’altra parte Gigi, il barman, gli dava energiche pacche sulla spalla.
«Insomma, dove sono ‘sti coltelli?»
«Ora te li porto, campione»
Il locale era piccolo, minuscolo. C’era un singolo tavolino, una mensola con dei giornali anarchici ed un computer. Il banco era pieno di piante aromatiche da servire coi Gin Tonic. Il barista era basso di statura, vestiva con dei pantaloni larghissimi, scarpe da ginnastica veramente grosse e bombate, maglia larga, cappello da baseball.

Fuori c’erano altri personaggi assortiti, tra cui uno che sembrava un po’ Super Mario (aveva pure baffetti e salopette), con una maglia verde. Era un ibrido tra Mario e Luigi.
Tutti stavano bevendo, un ragazzo si stava rollando una canna.
Dentro sentivo la voce roca del barman che urlava qualcosa.
In quel momento passò davanti a noi un furgone bianco, seguito da un ragazzo in pantaloncini, scarpe e maglia sportiva. Guardai meglio, aveva in mano una fiaccola accesa. Sembrava il tedoforo delle olimpiadi, quello che portava la fiaccola. Ma che faceva lì? In quel momento il furgone si fermò, e scese una ragazza con un paio di leggins attillati, blu, scarpe da ginnastica, una maglietta a maniche corte. La maglietta lasciava intravedere un po’ della pancia, piatta, con delle delicate linee che tracciavano i suoi muscoli addominali. Le gambe erano toniche, scolpite. Si potevano vedere i singoli muscoli al di sotto dei leggins, che andavano a creare, con il resto della figura, un’immagine di giovinezza e vigore.
Il tipo vestito da Super Mario ruttò. La tedofora iniziò il suo turno, e vedemmo passare il furgone davanti a noi, con gli altri tedofori dentro pronti per dare il cambio.

Controllai sul cellulare: non era stata un’allucinazione. I tedofori arrivavano dall’Albania, stavano risalendo l’Italia, e dovevano passare da noi. Era un percorso lungo due anni.
«Ooo! Si beve o si perde tempo!?» – disse il barista con voce gracchiante –
Entrai dentro, mi presi un gin tonic, uscii fuori. Era ormai notte. Il cielo era nero, ma c’era la luna piena e si intravedeva qualche stella. Cercai le Pleiadi, come faccio sempre. Le considero la mia costellazione fortunata. Lo so che non sono una costellazione a sé, ma una volta che le hai individuate sono così caratteristiche. Sembrano un uncino, o il pungiglione di uno scorpione. Perlomeno a me… ho scoperto che nella storia dell’umanità le hanno paragonate a qualsiasi cosa: sette sorelle, chioccette, ma mai un pungiglione. Io ce lo vedevo. Se avessi dovuto decidere io avrei fatto come minimo la «Costellazione dell’Uncino».

In lontananza sentivo i rumori dei treni che passavano, distanti un centinaio di metri. Provai improvvisamente la voglia di essere in un campo, con l’odore dell’erba, quello delle piante. Il piccolo circolo del paesello da dove venivo era accanto ai campi. Lì potevi uscire fuori, metterti sul muretto di cemento accanto, guardare a sinistra e vedere le lucciole, nella stagione giusta. Come sarebbe stato bello vivere cento anni prima, in una dimensione più rurale. Più contadina, più ignorante. Ignorare.

«Benedetta l’ignoranza infinita»

Invece di sapere che eravamo una briciola nell’universo, quelle stelle erano probabilmente morte, e noi con ogni probabilità eravamo un incredibile caso chimico e fisico.

«nascere, non è caso ideologico medico etico
e antecedente all’idea di diritto divina
conseguenza d’amore»

Pensai al paradosso di Fermi. Era interessante.
«CHI LO VOLE UN PANINOO!? C’è lo sconto, devo finì la porchetta!» – Urlò Gigi, il barman –
Fui come svegliato. Vidi Boccetta in un angolo che affilava i coltelli. Decisi che era il momento di tornare a casa.

Salutai Gigi, mi incamminai. Ripassai davanti alla stazione, tra le case, davanti «la casa bella».
Arrivai a casa mia. Girai la serratura nella porta, entrai in camera. Elisa non c’era; come sospettavo. Sul tavolino c’era un biglietto:
«Non credo sia giusto che si vada avanti. Tu non provi niente. In bocca al lupo.»
La sua roba era sparita. Mi misi a sedere sul divano. Mi tenevo in mano la testa. Poi mi alzai, andai in terrazza. Alzai lo sguardo. Le Pleiadi splendevano al loro posto nel cielo. L’universo se ne frega, comunque vada.
Non ero triste, ero scoraggiato. Avevo trovato una persona apposto, finalmente, e l’avevo lasciata andare. Era tutta, interamente, colpa mia.
Mi venne in mente quel brano

«Che farò senza Euridice?
Dove andrò senza il mio bene?»

Mi misi a letto, mi riempii di sonniferi, e cercai di dormire.

Incipit del nuovo romanzo, titolo provvisorio “Saligia”

Sto scrivendo un nuovo romanzo. Sarà molto diverso dal precedente. Parlerà di una persona che attraversa tutti i vizi capitali. Il titolo provvisorio dell’opera è “Saligia”. La allego qui, in anteprima. I pareri sono molto graditi


Sono affascinanti i treni. Trasportano storie.

Il treno da Firenze era in ritardo di cinque minuti. Era scritto sul display del binario lassù in cima. Sotto, una cernita di variopinta umanità lo aspettava, per andare a Pisa o comunque in direzione del mare.

Sono pieni di gente, gente che guarda fuori, guarda il cellulare, dorme, parla. Ognuno ha una storia diversa. Ognuno proviene da un posto diverso, a volte un continente diverso, con un passato diverso.

Mi è sempre piaciuto guardare i treni. La prima volta che uscivo con una ragazza la portavo sempre alla stazione. Credo più che altro per testarla. Se riusciva a reggere questo, poteva andare bene.

Una cosa che mi piace molto fare è guardare dentro al treno le facce della gente. È voyeurismo. Amo quando qualcuno guarda fuori, e per un attimo i nostri sguardi si incrociano. Perché poi il treno porta tutto via, e non ci sono legami, tutto si dissolve. Un rapporto occasionale.

Mi piace il rumore del treno, in particolare quando ci sei sopra. Il rumore dei vecchi treni. Quel rumore forte, ritmico. Mi fa addormentare. A volte mi sono messo a suonare il piccolo tavolino davanti ai sedili. L’ho fatto quando non c’era nessuno. Una volta sono sceso dal vagone ed ho visto una che era seduta due posti dietro di me. Ho provato imbarazzo. Lei però non aveva detto niente, quindi credo le andasse bene.

Aspettavo Elisa, lì seduto sulla panchina della stazione. Elisa era un’illustratrice, lavorava a Firenze. Le piaceva il suo lavoro. La pagavano poco e la facevano lavorare tanto, ma a lei piaceva. Prima di quello aveva fatto un sacco di lavori schifosi. Centralinista. Chiamate in uscita al call center. Responsabile di una sala slot. Parlava spesso della sala slot. Doveva essere davvero un posto da schifo.

Ci vedo un piccolo suicidio in una sala slot. Come un desiderio di ammazzarsi un gettone per volta. Voglia di morire.

Ogni notte

È una piccola morte

In questo letto deserto,

Nei miei pensieri d’incubo.

Io scrivo. In realtà non faccio questo di lavoro. Non so nemmeno se lo vorrei fare di lavoro. È che è un problema, come incomincio    parlarne non smetto più. Con chi mi sta a sentire, ovvio. Altrimenti ho un sacco di argomenti. La pesca sportiva dalla spiaggia. Il Nascar. Il Basket. I crateri da impatto.

Insomma, so intrattenere una conversazione. Solo che, soprattutto quando sono un po’ brillo, comincio a parlare di letteratura con la povera vittima di turno, e non la finisco più. Se sono veramente brillo mi metto a recitare versi. Non ci posso fare niente, è più forte di me. È un problema, me ne rendo conto.

Il treno di Elisa si era fermato lentamente. Il vagone si stava arrestando, la porta stava fermandosi davanti a me. La linea della porta si fermò proprio tra le mie gambe, tagliandomi a metà.

Cominciò a scendere un sacco di gente, poi lei.

«e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.»

Mi sorrise. Era così bello il suo sorriso, sempre così sincero. Il mio spesso era una smorfia sbilenca.

«Ciaooo!»

Aveva un entusiasmo travolgente, che nemmeno la mia negatività riusciva a scalfire. Sorrisi, abbassai la testa, le misi un braccio sulle spalle.

«Com’è andata oggi?»