La vera storia di Tobias Moretti – racconto



Premessa. Eravamo in un bar con un’amica, in tv c’era “Il Commissario Rex”. Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se in realtà l’attore avesse un profondo odio verso i cani. E poi ho scritto questo.


Espirò il fumo di quella fetente Gauloises verso il soffitto, che produsse una piccola nube con la forma di un’esplosione. Gli occhi, stanchi e riflessivi, fissavano il vuoto da una testa china.
Tobias Moretti, in arte Richard Moser. Questo era il suo nome, o i suoni nomi per meglio dire.

“Io li ho sempre odiati i pastori tedeschi”, irruppe rompendo il silenzio acre delle sigarette senza filtro.
“Sempre…quando ero piccolo vivevamo in una villetta al limite della foresta nera… I miei genitori erano immigrati italiani, venuti dal sud per trovare condizioni migliori. Mio padre lavorava in una fabbrica della BMW, mia madre in una di scarpe. Non avevano molto tempo per me, ma mi hanno sempre trattato con gentilezza.
Ricordo… ero a giocare in giardino, era domenica… Mio padre stava tagliando la siepe, e mia madre stendeva i panni… Io armeggiavo con una piccola ruspa che mi avevano regalato da poco. Il cancello era aperto, e sentimmo un cane abbaiare. Io guardai in quella direzione, perché di lì non passava mai nessuno ed i nostri unici vicini non avevano cani.
Da lì a poco entro’ un pastore tedesco. Era sporco, sembrava che lo avessero investito. Sentivo il suo odore arrivare fino a me. Mio padre, sempre gentile, si avvicinò a lui con cautela. Tese la mano. “Come va cucciolone, tutto bene?”.
Non so cosa avesse quella bestia, ma improvvisamente scattò, ed approfittò della figura protesa di mio padre per azzannarlo in faccia. In una frazione di secondo il volto di mio padre diventò una maschera di sangue.

Nei mesi successivi la sua faccia era guarita, ma erano rimaste delle profondissime cicatrici. Mia madre non riusciva più a guardarlo come prima, ed a breve lei chiese il divorzio. Io venivo sballottato tra i due, e vedevo mia madre che passava tra le braccia di molti uomini. Mio padre si ingrigì sempre più e si diede all’alcol. Dopo pochi altri mesi si impiccò.
Passai l’adolescenza sballottato da una casa famiglia all’altra. In quel periodo guardavo molti film stranieri. Ero platonicamente innamorato di Humphrey Bogart. Decisi di tentare di intraprendere la carriera dell’attore. Dopo alcuni spettacoli teatrali e parti in film minori, partecipai ai provini per l’episodio pilota di un nuovo telefilm. Ero molto felice della cosa, ma quando scoprii che il titolo del telefilm era “Il commissario Rex”, e che il vero protagonista era un pastore tedesco, rimasi allibito ed esterefatto.
Diventare un attore era comunque la cosa che desideravo di più al mondo, e accettai lo stesso. E questo fu l’inizio di tutto.”

“Tempo dopo ero sul set. Ero arrivato con mezz’ora di anticipo perché avevo paura di fare tardi. Avevo passato tutta la notte a studiare la parte. Erano le otto di mattina e quella era la mia settima sigaretta dall’alba. Ero già stanco prima ancora di iniziare.
E poi vidi arrivare lui.
La limousine bianca arrivò lentamente, in ritardo di venti minuti ma senza dare peso alla cosa.
Quando si fermò l’autista venne ad aprire lo sportello posteriore. Da lì scese la star, accompagnata da un uomo che scoprì dopo essere il suo addestratore e manager.
Già lo odiavo.
Il cane andò scodinzolando verso il regista, che lo salutò calorosamente. “Come va, campione?”, gli disse stropicciandogli testa ed orecchie. Quel maledettissimo cane abbaiò, festante.
Non ne potevo già più.

“Signor Moretti, è pronto?”. Ero pronto dal giorno precedente. Girammo delle scene. Al cane, che scoprii chiamarsi Otto, spiegavano le scene a mano a mano che andavamo avanti. Manco si era imparato la parte, quella merda.
Girammo varie scene dove mostravamo collaborazione ed affiatamento reciproco, e poi finalmente tutto finì e potei andare a casa.
Durante il tragitto continuavo a chiedermi cosa stavo facendo e se ne valeva davvero la pena.
Le riprese andarono avanti nonostante il mio scarso entusiasmo, e gli episodi cominciarono ad uscire in TV, seguiti da persone di tutte le età. Io avrei voluto urlare in camera quanto odiavo quella dannata bestia, ma non potevo. Dovevamo invece girare scene dove l’eroico pastore salvava una vecchietta intrappolata in un edificio in fiamme ed io mi complimentavo con lui.
Comincio ad arrivare la fama. Dapprima lentamente, poi con l’intensità che ci si aspetta da il personaggio di una serie seguita in tutto il paese. La gente mi fermava per strada e mi chiedeva se ero la “spalla di Rex”. Cosa che mi faceva totalmente impazzire. Quel cazzo di animale era più importante di me. Nemmeno sapeva la parte, quel dannato.
Cominciai a bere. Avevo odiato il vizio dell’alcool per tutta la vita, perché aveva distrutto l’esistenza di mio padre, ma cominciai lo stesso per sopravvivere ai miei rimorsi.
Tutti i giorni arrivavo sul set stravolto da una notte di donne, annaffiata da litri di whisky, ma finché riuscivo, sebbene a malapena, a recitare, tutto andava bene. La truccatrice si sarebbe impegnata di più.
Non riuscivo a smettere. Odiavo il mio lavoro con tutta l’anima, ma mi dava tutto. Soldi, macchine, donne, pure l’alcool che consumavo per continuare a farlo. Ben presto arrivai al limite.
Un giorno ero sul set, ancora rincoglionito dalla notte prima, e finalmente individuai la causa di tutti i miei problemi. Era quel cazzo di cane. Un cane aveva rovinato la mia famiglia, ed ora quest’altro cane stava cercando di rovinare me.
Ci riflettei per qualche giorno. Poi, durante una pausa pranzo decisi di agire. Riempii una polpetta con un cocktail di anfetamine.
Il cane divenne ben presto agitatissimo. Azzannò il regista. Dopo pochi giorni lo fecero abbattere. La cosa finì su tutti i giornali.
Io invece finii in una telenovela di serie c su una rete minore. Prima di firmare mi assicurarono che no, lì non c’erano cani.
Finalmente ero libero.”


Ogni riferimento a fatti o persone realmente raccontati è puramente casuale


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