Estratto da “Valdarno Post Nucleare”, cap XII, “Il Culto”


Altro estratto dal mio libro distopico ambientato nel Valdarno

Ci alzammo riposati dopo la notte al vecchio osservatorio. Le cinghie delle borse cominciavano a far male, e fu piuttosto doloroso caricarsi nuovamente tutto in spalla. Cominciavo a nutrire dubbi sul buon risultato del viaggio. Gliene sarebbe fregato qualcosa ai livornesi dei problemi di Empoli?
Da una parte Empoli faceva comodo anche a loro. Era a metà strada tra Livorno e Firenze, e un’occupazione del vecchio nemico avrebbe potuto complicargli le cose in futuro.
Avevamo ripreso a camminare, ed ero immerso in questi pensieri, quando sentii Guido bestemmiare.
Mi voltai indietro e gli chiesi cosa fosse successo, e lui, indicando la ciabatta, spiegò, iniziando con un “maremma maiala”: «S’è rotta.»
Un bel problema. Non avevamo niente per sostituirla e, nonostante i calzini, non sarebbe stato facile camminare tra pietre e sterpaglie.
Guido bestemmiava aspramente, e stavamo pensando a come risolvere la situazione, quando, da dietro una curva, vedemmo arrivare un individuo.
Aveva un bastone in mano con in cima il simbolo di un trifoglio, e ci venne incontro aprendo le braccia.
Vidi Virgilio che metteva mano al coltello.
«Salve figliuoli» salutò.
Era vestito con una specie di saio di sacco, legato in vita con una corda.
«Siate benedetti, o voi che vagate in questo bosco sacro.»
«Bosco icché?» lo interruppe Guido.
«Bosco sacro. Non sapete niente, siete non-forestieri immagino.»
«’un c’ho capito nulla» disse Guido.
«Non vivete qui nella foresta, immaginavo. Oggi per noi è una ricorrenza sacra, e camminando in questi boschi, che abbiamo avuto in concessione dalla Natura, pure voi dovete rispettare le nostre tradizioni.»
«Quindi cosa dovremmo fare?» chiese Virgilio.
«Intanto adornate i vostri capelli con questi trifogli, e seguitemi.»
Sentimmo qualcosa muoversi tra i cespugli lì vicino, e ci spaventammo, guardandoci tra noi.
Forse era una buona idea assecondare il tizio.
Aveva i capelli pettinati in maniera simile a quelli del prete di Empoli, e parlava con la sua stessa inflessione.
Quello che non mi era ben chiaro era questa storia dei trifogli.
Ce li mettemmo in testa, come consigliava lui, e subito dopo uscirono dai cespugli tre individui, due uomini ed una donna, vestiti in abiti molto colorati, con i capelli che sembravano molto sporchi, ed acconciati in una maniera che ricordava delle corde o qualcosa di simile.
Alcuni avevano degli anelli sui capelli o dei bulloni, una cosa che non avevo mai visto prima.
Erano armati con dei coltelli, ed uno di loro si portava dietro un grosso mazzuolo.
«Seguitemi – proseguì quella specie di prete – vi porteremo al nostro villaggio.»
Camminavamo dietro di lui nella foresta, e notai che usava il bastone per cercare la strada, come fanno i ciechi. Inciampava anche abbastanza spesso.
Arrivammo in uno spiazzo nel bosco. Lì c’erano diverse casette, tutte in legno, un po’ storte.
C’erano molte decorazioni colorate appese alle case, ed al centro del piccolo spiazzo una specie di altaretto con un fuoco sopra.
«Benvenuti nel nostro villaggio, Mitropoli. In questa giornata di gaudio festeggiamo il passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. In questo giorno il nostro santissimo Mitra è sceso agli inferi e tornato al mondo dei vivi. Sia lode a Mitra!»
«Amen» risposero gli abitanti svogliatamente.
«Qui noi non uccidiamo poveri animali e non mangiamo carogne. Qui viviamo in armonia con la natura e ci cibiamo di quello che il nostro bosco ci offre. Solo prodotti bio, come i nostri avi ed i loro avi prima di loro.»
Non sapevo cosa fossero questi prodotti bio, ma vidi Virgilio che lo guardava piuttosto male, mentre Guido aveva chiaramente un’espressione di uno che non sta capendo molto.
«Vi prego di partecipare al nostro pasto mattutino, che ci fornirà le energie vitali per la dura giornata che ci attende.»
Il sacerdote ci accompagnò al centro del villaggio, dove c’era questa specie di altarino e varie sedie in legno.
Ci sedemmo insieme ai tipi di prima ed altri abitanti del villaggio.
Il prete prese in mano dei pezzi di pane, e declamò: «Queste gallette da colazione, pasto più importante della giornata, le dedichiamo a te Mitra, affinché divengano per noi cibo di salvezza.»
Poi, mancando la presa diverse volte e brancolando un po’ a caso, prese in mano una bottiglia graffiata con dentro un liquido giallognolo, e disse: «Questo succo bio, frutto dei peri e del lavoro dell’uomo, lo dedichiamo a te Mitra, affinché diventi per noi bevanda di salvezza.»
«Amen» dissero gli abitanti.
Io e gli altri ci guardammo un po’ perplessi, mentre lo strano sacerdote distribuiva succo e gallette. Non erano particolarmente schifosi, e li mandammo giù.
«Adesso che le nostre energie vitali sono state ripristinate dopo la nera notte, comincino i preparativi per la Festa della Rinascita!»
Chiesi al prete, o come lo si voleva chiamare, cosa fosse questa Festa della Rinascita.
«Settanta anni or sono – iniziò – in questo giorno sacro, i doni di Mitra caddero dal cielo e posero fine all’oscurità che avvolgeva il genere umano. Noi quest’oggi, secondo tradizione, festeggiamo tale evento sacro. Il passaggio dall’oscurità alla luce, la morte del freddo invernale e l’avvento della primavera.»
«Cosa intende per “doni di Mitra”?» chiesi.
«I suoi splendenti doni, che posero fine all’umanità triste e corrotta e fecero iniziare, tramite il loro bagliore, una nuova, luminosa era.»
Capii che si riferiva alle bombe.
«E quindi quando caddero questi doni di Mitra?»
«Il santo giorno del 21 marzo 2037. Oggi è il 21 marzo dell’anno 70 della nuova era, l’era della luce. Oggi festeggiamo i settanta anni dai doni.»
Quindi, pareva che questa specie di tribù con strane abitudini alimentari e religiose considerasse lo scoppio della terza guerra mondiale un dono, bombe comprese, anzi, in particolare le bombe.
Cominciavo ad annoiarmi. Non provavo interesse per questi tipi e le loro strambe credenze, e quindi guardai Virgilio, che sembrò intuire i miei pensieri.
«Va be’, grazie di tutto signor sacerdote. Noi, col vostro permesso, continueremmo il cammino» dissi.
«Non rimanete per i grandi riti di stanotte?»
E qui Virgilio, col suo caratterino, fece un piccolo errore.
«Non ce ne frega veramente niente» disse.
Il sacerdote strabuzzò gli occhi, che mi accorsi essere molto opachi, probabilmente era cieco o quasi.
«Come sarebbe a dire che non ve ne frega niente!? Voi state insultando noi e l’Altissimo!»
«Non ce ne frega niente. Eppoi a me piace la carne, stasera voglio mangiare cinghiale» proseguì Virgilio.
Il prete, o come lo si voleva chiamare, batté per terra il bastone un paio di volte, ed i tre individui di prima, che erano vicini, scattarono verso di noi e ci puntarono le armi contro.
In maniera non particolarmente gentile ci tolsero tutto tranne i vestiti e ci “scortarono” dentro una casetta angusta, senza finestre, una specie di rimessa.
Bloccarono la porta da fuori. Provammo a prenderla a spallate ma niente, sembrava l’unica cosa solidamente costruita di tutto il villaggio. Dopo un po’ ci arrendemmo.
Dentro era buio, ma sentivamo lo stesso gli abitanti ed il prete parlare, anche se non capivamo cosa stessero dicendo.
Rimanemmo per ore lì dentro, e Guido alla fine si addormentò. Io e Virgilio rimanemmo svegli, per niente tranquilli.
Dagli interstizi tra le tavole del misero abituro filtrava un po’ di luce, e dopo alcune ore capimmo che era ormai tramontato il sole.
Fuori, nel frattempo, il brusio aumentò, fino a quando non sentimmo battere alla porta.
La porta venne aperta, e vedemmo gran parte del villaggio all’ingresso, quasi tutti con delle armi in mano, che ce le puntavano contro.
Il sacerdote, alzando in aria il bastone, ci intimò di seguirlo. Il fuoco al centro del villaggio era acceso, ed intorno ad esso c’erano tre pali con accatastati sotto paglia e pezzi di legno. Sembrava materiale da ardere.
«A causa dei gravissimi crimini perpetrati contro di noi, il nostro buon Mitra e l’alimentazione bio, condanniamo questi non-forestieri alla morte per mezzo del fuoco purificatore!»
«Amen!» gridò la folla, che sembrava improvvisamente aver ripreso brio e vitalità.
Ci legarono ai pali, mentre il sacerdote pronunciò queste parole: «Per le sacre scritture, le sante pagine provenienti dai siti di controinformazione tramandateci dai nostri avi, ti ringraziamo, o Mitra!»
«Amen!»
Vidi che teneva in mano alcuni fogli, sporchi ed ingialliti, di provenienza ignota.
«Per il sacro culto, trasmessoci dai nostri avi secondo il vvv, come da tradizione, ti ringraziamo, o Mitra!»
«Amen!»
Gli “amen” crescevano di intensità ad ogni nuova scempiaggine. Guardai Virgilio nella speranza che almeno lui ci stesse capendo qualcosa, ma scosse la testa ed alzò le spalle.
«Per questo sacro fuoco, simbolo della purificazione dall’era dell’oscurità, per i doni di Mitra scesi dal cielo a portare la salvezza settanta anni or sono, noi ti ringraziamo!»
«Amen!»
Nonostante la nostra vita fosse in pericolo cominciavo quasi ad annoiarmi.
Dall’altro lato del villaggio vidi avvicinarsi un uomo incappucciato con una torcia in mano.
«Adesso Giovanni, nel ruolo del portatore di luce, accenderà le pire purificatrici, che in questa santa notte sono poste al di sotto di esseri indegni dei tuoi doni, o Mitra.»
Capii che gli esseri indegni eravamo noi, e che probabilmente sarebbe finita male.
«Addio ragazzi» dissi.
Mentre il “portatore di luce” avanzava sentimmo un forte boato, e tutti si voltarono.
Vidi, a diverse decine di metri, una serie di uomini vestiti in abiti militari. Si misero ad urlare: «Avete rotto le palle con queste stronzate, brutti rincoglioniti!»
Sentii una botta in testa, ed è l’ultima cosa che ricordo.


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