Racconto “Masha e l’orso”


Mentre il sangue del nano si allargava in una pozza, il cane mi fissava con malevola intelligenza.

Non sarei mai dovuto uscire con Masha. Era troppo rigida, troppo invasata. Tutto quell’animalismo. Io ero pure onnivoro. Ma in realtà pure lei, non mangiava la carne solo di alcuni animali. Diceva che i maiali erano bestie intelligenti, e non bisognava accopparli. Anche i polpi, se è per questo. Bisognerebbe fare sempre un test di intelligenza ad un animale prima di mangiarlo. Magari facendogli vedere la pentola. Se capisce che la pentola è la sua fine, viene graziato.

In quel caso non si parlava di accoppare animali, ma da quello che diceva lei di torturarli. C’era il circo in città. Lo capivi subito dai volantini messi sulle auto, nelle cassette della posta, ovunque. Il circo, con quella foto di pagliaccio tristissima sul volantino. Assicurazioni di grandi risate, di «show eccezionali».

Non c’erano accenni agli spettacoli di animali. Sapevano benissimo che gli animali stavano diventando un argomento molto delicato. Pare che tutte le famiglie avessero almeno due animali in casa. Sicuramente più animali che bambini.

Masha era completamente orripilata da quei soprusi. Mi aveva raccontato che gli elefanti venivano addestrati con dei punteruoli, i leoni a frustate. Queste bestie venivano indottrinate quando erano ancora dei cuccioli, quindi il leone avrebbe potuto sbranare tranquillamente il suo domatore fregandosene della frusta, e l’elefante avrebbe potuto spaccare la testa al suo carnefice con il suo stesso pungolo. Ma, sebbene fossero bestie che pesavano centinaia o anche migliaia di chili, avevano lo stesso paura e non lo facevano. Si ricordavano di quando erano cuccioli, ed erano alla mercé dei loro padroni. Praticamente un dominio basato sul trauma.

A me Masha era sempre piaciuta. Poi sinceramente era tanto che non andavo con una donna. Insomma, avrei fatto di tutto perché ero genuinamente disperato.
Questa cosa però io non la volevo fare. Mi sembrava una grossa puttanata. Liberare un Orso Bruno Marsicano. Un bestione di duecento chili, a 5 minuti da un centro cittadino. Un potenziale massacro. Chissà se gli orsi si fermano quando cominciano ad uccidere. Mi era stato detto che i lupi non lo fanno. I lupi continuano ad uccidere finché hanno qualcosa di vicino.
Forse era vero. Quando ero bambino avevamo un cane lupo. Lo tenevano nel cosiddetto «rinserrato», una gabbia molto grossa. Era accanto al pollaio.
Una volta il cane lupo ce la fece a rompere la rete, e sbucò nel pollaio. Fece una strage. Era tutto pieno di polli morti e penne, ovunque. Non li mangiò, li uccise soltanto. Probabilmente è l’istinto. Devono fare così. Ma l’orso? Boh. Magari entra in un supermercato a comprare il miele, come un simpatico Orso Yoghi, o un Winnie the Pooh. Oppure sbrana solo i bambini, perché corrono più piano.

Mentre ci stavamo avvicinando alle gabbie questi erano i miei pensieri. Mi sembrava comunque una puttanata quello che stavamo facendo, ma Masha era convintissima.
«Se il sindaco gli permette ancora di fare questi show dell’ignoranza e del sopruso, se le autorità non intervengono, lo devono fare i cittadini che hanno il senso della giustizia».

L’idea era quella di avvicinarsi alla gabbia dell’orso e liberarlo, nella speranza che sarebbe scappato nel parco lì accanto, e poi nei campi, e di nuovo nel bosco risalendo sulla montagna, verso la libertà.
Masha era sicurissima che sarebbe andata così. Io un po’ meno.

Erano mesi che lei diceva che andava fatto qualcosa. Che andava lanciato un segnale forte, agli addetti di quel mondo spietato, alle autorità, a tutti. L’orso sarebbe diventato un simbolo della rivolta contro questi riti brutali e obsoleti che si svolgevano nel nostro civile ventunesimo secolo.

L’orso andava liberato. Ed ovviamente toccava a me.

Era notte. Ci avvicinammo vestiti di nero alle gabbie. Erano piene di animali… tigri, leoni, elefanti. Arrivammo alla gabbia dell’orso.
Era una bestia imponente, dal manto marrone scuro. Dormiva.

La gabbia era tenuta chiusa da un lucchetto semplicissimo. Avevo imparato ad aprire quel genere di lucchetti dai video su internet. Bastavano una forcina e un cacciavite. Dovevi ficcare la forcina nella serratura, e cominciare a raspare nell’ingranaggio, contemporaneamente cercando di girare la serratura col cacciavite. Alla fine si apriva.

Cominciai a ad armeggiare col lucchetto. Andai avanti un paio di minuti, forse qualcosa di più e alla fine fece uno scatto. Guardai l’orso. Dormiva ancora. Probabilmente era abituato, i rumori non gli davano troppo fastidio.
Aprii la gabbia e mi allontanai molto molto lentamente, con Masha accanto.
L’idea era di tirargli un sassetto, in modo da svegliarlo. A quel punto l’orso, avendo ormai spianata la strada verso la libertà, sarebbe corso via.

Mi misi a cercare un sassetto nelle vicinanze, quando sentimmo un rumore. Ci nascondemmo dietro una roulotte, e vedemmo un nano che si avvicinava. Stava guardando le gabbie. L’orso si svegliò. Il nano arrivò davanti la gabbia dell’orso e l’orso si mosse. Il nano vide che la gabbia era aperta, rimase fermo, ma cominciò ad urlare. Tutti gli animali urlarono di rimando, l’orso si spaventò e balzò sul nano. Gli assestò addosso tre o quattro zampate furiose. Poi si guardò intorno, tornò nella gabbia aperta e dopo poco si addormentò di nuovo.

Ci guardammo con gli occhi spalancati, e cominciammo ad allontanarci pianissimo, camminando all’indietro.

Non ne parlammo mai più.


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