Odio il Natale


Dall’incipit di un utente Instagram

“Odio il Natale, le sue luci, lo sghignazzare della gente, l’eccesso. Che festa del cazzo.”
Questo fu il pensiero di Don Enrico mentre passava davanti ai proiettori da cinquantamila euro che illuminavano la facciata della chiesa con fiocchi di neve e babbi natali. Che poi quella chiesa era la sua, e lui non voleva assolutamente tutta quella roba, ma il comune e la diocesi si erano fatti dei piaceri a vicenda, ed adesso ‘stammerda bisognava tenersela.
Era piuttosto giovane Don Enrico, aveva appena quarant’anni. Era entrato in seminario a ventuno con grandi speranze. Voleva cambiare la percezione che la gente aveva del cattolicesimo. Non più una buffonata per alcuni poveri rincoglioniti, ma una fede complessa, un sistema che era coerente con se stesso, ma comunque aperto all’anno duemilaventuno.
Don Enrico non era del tutto d’accordo con l’impostazione moderna della chiesa, ma si rendeva conto che per sopravvivere nei tempi moderni essa doveva cedere un po’ di terreno, se ai tempi moderni voleva sopravvivere. Quindi era contrario ai matrimoni tra i gay in chiesa, ma se proprio si volevano sposare da un’altra parte, cavoli loro.
Don Enrico aveva un aspetto mite, ed era un uomo mite. Un pover’uomo che aveva donato la sua vita a servire la comunità che gli era stata affidata. Una vecchietta passò di lì. “Buona sera Don Enrico!”. “Buona sera Ida”, rispose lui, bonario. “Dove va?”. “Vado a comprare un regalo, per i nipotini!”. “Ah, bene, bene”. Commentò lui sorridente. I più attenti avrebbero notato un microscopico turbamento nella sua serenità, un’increspatura tra le placide acque della sua anima all’udire la parola “regali”. Regali. ‘Sti cazzo di regali. La nascita del messia era diventata ormai una scusa per regalare un Biotruck 3000. Che poi la maggior parte della gente manco ci faceva più caso alla nascita del messia. Anzi, non gliene fregava proprio niente. A dirla tutta avrebbero preferito che tutti si scordassero improvvisamente di questo messia. Atei bastardi. Che il demonio li prendesse tutti.

Don Enrico si ricordò di quelle decine di passi della bibbia che, in un modo o nell’altro suggerivano di mantenere la calma. Recitò una breve preghiera di scuse; il suo sguardo tornò sui proiettori, e sulle immagini proiettate.
“Belli questi proiettori, eh Don Enrico?”. Era Antonio. Antonio era un grande fan dei proiettori. Così come il figlio, Jonata. Jonata. Cinquantamila euro di proiettori. Babbo Natale sulla facciata.
Gli occhi di Don Enrico si spalancarono. Per un attimo si vide il bianco.
“Belli. Già.”, riuscì a malapena a rispondere il prelato. “Proprio un bel regalo”. “Jonata, fai vedere a Don Enrico cosa abbiamo comprato”. Un Biotruck 3000. Un altro. Sti bambini tutti fissati con sto cazzo di Biotruck 3000.
“Ah, bene, bene” disse Don Enrico sorridente. “Ma allora vi vedrò alla messa di Natale?”.
“Ah, Don Enrico, ci dispiace ma in quei giorni per fortuna saremo in settimana bianca”.
“Eh. In settimana bianca. Eccerto.”
“La salutiamo Don Enrico. Buon Natale”
“Buon natale!” disse Don Enrico, esausto.
Si avviò verso la sua abitazione. Evitò volontariamente gli sguardi dei fedeli, si divincolò tra la folla con ampie falcate. Gli mancava l’aria.
Entrò nella sua stanza. Respirava rumorosamente, aveva le mani nei capelli. Non ce la faceva più. Erano le sette e mezza di sera, ed era già sfinito.
Era stato tutto il giorno a vedere i suoi fedeli, il suo piccolo gregge, spendere i loro soldi in puttanate. In chiesa ultimamente non si vedeva più nessuno. Tutti a casa a fare l’albero, il presepe, mettere gli addobbi. Era ancora fine novembre, Cristo!
Si gettò sul letto con un fortissimo mal di testa. Pregò per cercare di addormentarsi. Alla fine la stanchezza ed il desiderio di affrancarsi da tutto ebbero il sopravvento.

Si svegliò alle tre di notte. Si sentiva riposato. Calmo, rilassato.
Aveva preso una decisione.
Scese le scale, andò nel garage. Frugò tra le scatole della Caritas, alla fine trovò le calze destinate alle mamme povere. Sbranò la confezione, prese in mano una calza. Se la mise in testa.
Poi si guardò intorno e cominciò a spostare tutte le zappe e le pale. Afferrò un piccone.
Premette un pulsante sul muro, la porta del garage cominciò ad aprirsi lentamente, con un rumore elettrico. Mentre si apriva, la luce dipinse la silhouette di un uomo ben piantato sulle gambe, con un piccone in mano. Diligentemente, Don Enrico premette il bottone e il portone cominciò a chiudersi.
Si voltò e cominciò a camminare a passo svelto, deciso, in direzione della chiesa. Erano le tre di notte. “L’ora del diavolo”, sogghignò. Si posizionò accanto ai proiettori, alzò alto il piccone, inarcando la schiena, piegando molto all’indietro le braccia e con un grugnito lo lasciò cadere, spaccando una macchina da decine di migliaia di euro, facendo volare pezzi di vero e plastica ovunque. Un altro colpo, caricatissimo, cadde impietoso sulle apparecchiature elettroniche. Poi un altro ed un altro.

Si aprì una finestra. “Ma chi è!?” -Urlò una voce-
Per tutta risposta Don Enrico si arrampicò sull’impalcatura, nel tentativo di distruggere pure i proiettori più in alto.
Dopo pochi secondi si sentì il suono di una sirena. I carabinieri passavano sempre da quella piazza, probabilmente nemmeno era stato necessario avvertirli, avevano visto la scena da lontano.
Quando arrivarono lì non seppero cosa fare di preciso. Cercarono di chiamare Don Enrico per farlo scendere dall’impalcatura, ma egli continuava a menare picconate a quello che rimaneva dei proiettori. Alla fine ad un carabiniere toccò scalare l’impalcatura e tirarlo giù, con sommo imbarazzo suo e del collega.
Il tragitto verso la caserma fu in silenzio. Sui sedili posteriori, Don Enrico sfoggiava un ampio sorriso soddisfatto.


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