Anche quest’anno alla Festa dell’Unicorno

luca gini festa dell'unicorno

Volevo avvertire tutti che anche quest’anno sarò presente alla Festa dell’Unicorno presso lo stand del Nox&Hop, insieme ad Ursula Coppolaro, autrice. Porterò il mio libro Valdarno, firmerò le copie, ma ne approfitterò anche per presentare l’attuale progetto. Venite a trovarmi, sono dove Via Fucini diventa Via Rossi. Allego piantina. Sarò presente tutti e tre i giorni.

Nuovo romanzo: Saligia, cap XII

[Grafica di Annibale di Lorenzo]

Il tempo passava e Prince si era abituato alla sua nuova casa. Lo lasciavo andare in giardino, che era molto grande per un bilocale. Era circondato da un vecchio muro di cemento, pieno di muffa verde. Non c’era una siepe intorno, ma esili alberelli cresciuti spontaneamente un po’ ovunque. C’era un grosso susino selvatico, ed altri due alberi di cui non conoscevo la specie. La parte del giardino più lontana dalla casa era sconosciuta anche a me. Era piena di piccoli alberi, molto giovani. Sulla destra c’era un fico. Poi intravedevo una minuscola costruzione di mattoni, alta un metro o poco meno. Forse era stato un pollaio.

Ogni tanto avevo paura di perdercelo, il gatto. Se si fosse perso nel boschetto in fondo avrei avuto bisogno di un machete per salvarlo. Confidavo però nel suo istinto felino di non rimanere intrappolato come uno scemo.

Era il dieci dicembre. C’erano ovunque decorazioni natalizie. Io soffrivo un po’ la solitudine, da quando Elisa se n’era andata.

«Non sai stare nemmeno un’ora solo con te stesso,»
Passavo il tempo a guardare immagini buffe su internet, senza interesse, senza averne voglia. Solo per non pensare, non pensare a niente. 

«o mettere a frutto il tuo tempo libero, anzi,
eviti di guardarti nel cuore,»
Evitavo gli sguardi delle persone, campavo di panini che compravo in giro. Il frigo era vuoto da settimane.

«e come uno schiavo che fugge senza meta»
La notte uscivo, quasi sempre bevevo,

«e cerchi di ingannare l’angoscia ora col vino»
e la mattina dormivo più del dovuto perché non volevo vedere la luce del giorno.

«ora col sonno.»

Decisi che era arrivato il momento anche per casa mia di avere degli addobbi. Aprii l’armadietto della cucina e presi il cappello da babbo natale. Lo misi sul ventilatore di metallo che era rimasto lì dall’estate. Il ventilatore mi fissò, col cappellino che gli pendeva di lato.

Uscii di casa. Evitai accuratamente di passare davanti la grande casa bianca, memore del mio furto. Passai davanti alla via dei cinesi, e finii in piazza. La grande statua bronzea si copriva la fronte come sempre. Arrivai al bar.

Di fronte al bar c’era spesso un uomo. Aveva la faccia scura, l’espressione torva. Era magro, non basso, capelli neri, di età indefinibile tra i cinquanta ed i settanta, vestito in maniera un po’ antiquata, con dei pantaloni con la riga, verdi, polo, camicia, sguardo da pazzo. Leggeva sempre. Ci avrei voluto parlare, ma avevo paura di disturbarlo.

Entrai dentro, presi una schiacciata da due euro e cinquanta. Quello era il pranzo e la colazione. Guardai di nuovo il tipo che leggeva.

Se il mercato letterario non fosse stato pieno di tutti quei troiai, probabilmente avrebbero letto di più anche me. Il fatto è che c’erano personaggi che vendevano solo perché erano famosi, completamente senza tenere di conto la qualità. Ai tempi di Dostoevsky questo non succedeva. Ma l’età dell’oro era passata.

Siamo nei vicoli dei ratti

Dovevo comunque riuscire a finire il mio cavolo di libro sul Neanderthal e trovare un editore serio, questa volta. Mi ero rotto dei piccoli editori. I libri precedenti erano sempre usciti per editori piccoli ed avevano sempre venduto poco. In campo editoriale più è grande la casa editrice, più vendi. Quasi sempre. 

Si stavano avvicinando Natale e capodanno, ma non avevo molta voglia di festeggiare. Lavoravo poco, guadagnavo poco. Cominciavo ad avere pochi soldi. 

In città c’era un trenino che faceva il giro del centro. Era pieno di bambini e dei loro genitori. L’autista era serio e svogliato, guidava scampanellando. I bambini ridevano, i genitori ridevano perché vedevano i bambini contenti.

Io invece ero più dell’umore dell’autista. 

Andai alla stazione. C’era un tipo seduto su un gradino fuori. Era completamente pieno di cicatrici.  Aveva cicatrici di ogni tipo sulle mani, sul volto, sulle braccia che si intravedevano  dalle maniche alzate. Lo avevo già visto ad agosto, era messo male anche sul petto e sulle gambe. Portava un gilet, allora, senza nient’altro sotto. Credo gli facesse piacere mettere in mostra le sue cicatrici. Chissà cosa significavano quelle cicatrici, e perché ne era orgoglioso. 

Lessi l’orario sui tabelloni, il treno non era in ritardo. Salii, andai al paesello dove avevo l’ufficio. 

Il pomeriggio si svolse senza eventi degni di nota. La sera tornai a casa e mi preparai un persico africano in salsa di pomodoro.

Con gli anni avevo un po’ imparato a cucinare. Più che altro perché le cose raffazzonate non mi piacciono, non che provassi davvero piacere ad armeggiare in cucina.

Lessi un po’ Mishima. Come era elegante. Non era freddo, era tiepido. Come la lama di una katana usata per aprire un ventre. Povero Yukio.

Decisi di uscire. Casa mia era un disastro ormai, da quando Elisa non c’era più. La maggior parte dei miei vestiti erano ammassati in maniera caotica sul lato del letto dove non dormivo. Ogni giorno pescavo qualcosa da quel marasma e mi preparavo ad uscire. Nel lavello c’erano i piatti sporchi di una settimana. Sul pavimento le briciole di pane si ammassavano intorno al battiscopa, come una folla che cerca disperatamente di scappare da una tragedia. Le sedie erano impolverate, il tavolo sporco. Dovevo decisamente rimettere tutto in ordine, la situazione stava diventando proibitiva per la sopravvivenza umana. Probabilmente però ormai avevo un sistema immunitario che poteva sconfiggere senza problemi la peste nera.

Tra l’altro la Peste Nera aveva l’ottantacinque percento di tasso di mortalità nel milletrecento. Quella si che era una pandemia.

Il cielo era velato, c’era la luna. Mi incamminai verso il Purple. Fuori c’era molta gente, come sempre. Era venerdì.

Avevo fissato con Andrea e una nostra amica di nome Giorgia. Erano le undici e mezzo. Andrea aveva già davanti a sé i bicchieri di due Long Island, il terzo lo teneva in mano. Giorgia non beveva mai. Giorgia risparmiava sempre, campava con una miseria. Probabilmente viveva meglio di molti di noialtri che qualche soldo lo avevamo, perché è vero che aveva pochi soldi, ma spendeva poco. Comprava le scatole di cartine delle sigarette dove c’era qualche cartina in più e che costavano dieci centesimi in meno. Voglio dire che non è che comprava quelle perché le piacevano, le prendeva per il miglior rapporto qualità-prezzo, per risparmiare dieci centesimi. Io avevo picchiato la macchina e fatto un danno da diecimila euro. Lei la macchina non ce l’aveva. In totale quanti soldi aveva risparmiato senza auto tutti quegli anni? Niente benzina, niente bollo, niente assicurazione. Decine e decine di migliaia di euro. Però anche niente macchina. Beh, io preferivo decidere dove andare e non essere in balia degli eventi. Prima o poi avrei dovuto riparare la mia. 

Salutai tutti, mi avviai verso il bancone per prendere qualcosa. Il locale era pieno di gente. C’erano manifesti di film alle pareti, manifesti di vecchi film che sventolavano lievemente quando le cameriere passavano, quasi correndo, a portare i drink ai vari tavoli.

Arrivai al bancone. Salutai una cameriera con la quale parlavo spesso. Una volta l’avevo sentita canticchiare dietro il bancone, le avevo detto che era brava. Secondo me doveva insistere, prendere qualche lezione. Ormai era un volto amichevole.

«Ciao Matteo, come va!?» 

Socchiusi gli occhi, sto
supino nel trifoglio
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò. 

«Bene» – mentii –

«Che ti faccio?»

Presi un whiskey torbato. Stavo sputtanando tutti i soldi. Certo però va detto che la percentuale alcolica del whiskey è molto buona, quindi alla fine si rivela relativamente a buon mercato se vuoi ubriacarti.

Vidi Serena al banco. Linea delle sopracciglia nettissima, lunga, elegante. Bocca piccola e carnosa, tratti dolci, sguardo di marmo.

The fucking pubs are fucking dull
The fucking clubs are fucking full
Of fucking girls and fucking guys
With fucking murder in Their eyes 

La conoscevo bene. Ci ero già uscito. 

«Allora, matteoaringhieri?» – Chiese con un sorriso. Il sorriso era simpatico –

Alla fine anche lei era simpatica, solo che era anaffettiva. 

«Siamo qui. Beviamo. Respiriamo. Va meglio che ad altri»

Ci mettemmo a parlare. Si era messa finalmente a lavorare sul serio. Era un’artista, una pittrice. Era pure brava, aveva esposto in varie mostre in Italia ed anche qualcosa all’estero, ma non si campa con l’arte. Avevo un sacco di amici artisti, ma nessuno ci campava davvero. Anche gli artigiani fanno fatica, ma lì perlomeno ce la puoi fare. Lei alla fine era andata a lavorare in una gioielleria.

Continuammo a bere. Lei offrii, io offrii. Scherzavamo, ridevamo. Lei mi parlò un po’ dei suoi problemi. Preferiva quando aveva molto più tempo libero e dipingeva. Adesso non dipingeva più, quell’epoca era passata. No, non lo poteva fare nel tempo libero, aveva bisogno della mente libera. No, serviva più tempo. Ed io? Non avevo voglia di alzarmi la mattina. Nessuno ha voglia di alzarsi la mattina. Ma io proprio per niente. Per tutti è così. 

Non ne uscivamo, ma era comunque una conversazione divertente. 

Arrivarono Giorgia ed Andrea, mi dissero che andavano da un’altra parte. Li salutai.

Alla fine eravamo stanchi di stare lì. Volevamo andare da qualche parte. Decidemmo di andare a ballare. Ma dove, era l’una e mezzo. Il Saturn. Il Saturn era aperto. Si, l’età era un po’ bassa, ma era giusto per farsi un giro.

Montammo sulla sua macchina. Lei mise una canzone che avevo sentito in un film. Sentivo il testo che diceva «money, success, fame, glamour». Le si addiceva. 

Guidava veloce. 

«Guidi veloce.»

«Hai paura?»

«No»

«Allora perché me lo chiedi.»

With fucking murder in Their eyes 

Arrivammo, parcheggiammo non lontano. Il posto era in una zona industriale. Era un locale di musica dal genere indefinito, non era rock, non era commerciale, non so cosa fosse. C’erano molte casse in quattro quarti. La musica si sentiva bene da fuori.

Entrammo. Ci chiesero la carta di identità. Lei protestò. 

«A che vi serve la carta di identità?»

«È la regola»

«È una regola del cazzo» – Gli disse, tirando fuori la carta. –

Entrammo. Dentro c’era ressa, era pieno di gente nei primi vent’anni. Lei si fece strada tra la folla, arrivammo alla cassa. Conoscevo i barman da un sacco di tempo. Lei insistette per saltare la fila. Decisi di accontentarla. Salutai Alessio, gli chiesi come andava. Era il proprietario, il locale era colmo. Si capiva che andava bene. Prendemmo due Gin Tonic. Lei si spostò sotto le casse, cominciò a ballare. Ero alticcio, cominciai a ballare pure io. Da lì a poco cominciai a toccarle i fianchi. Erano morbidi, sotto il cappotto di pelle nero. Lo spostai di lato, le misi una mano sul culo. Continuavamo a ballare, a sincrono. La girai, le misi entrambe le mani sulla vita, che era scoperta per via della maglia corta. La vita era sottile, calda. Feci scorrere le mie mani su, scorrendo sui fianchi, sul torace, fino alle ascelle. Misi i miei pollici proprio al di sopra dei suoi seni. Incominciai a spingere con i  pollici verso l’alto. Vidi i piccoli seni muoversi impercettibilmente. Le misi entrambe le mani sul culo, lo spinsi verso di me. La sua bocca era piccola, ci appoggiai le labbra. Non la baciai. Feci risalire la mano destra lungo la schiena, passando forte le dita ad uncino tutto sopra la colonna. Con l’altra mano le palpavo il culo, poi la mano destra salì ancora, fino alla nuca, e si serrò intorno ai capelli di lei. Con quella mano spinsi la sua testa verso di me, le sue labbra sulle mie, ficcandole la lingua in bocca. 

Cercai di mettere la mano sinistra da un’altra parte, ma lei mi tirò uno schiaffo. Continuai a pomiciarci. Lei si girò e cominciò ad agitarmi il culo addosso. Io ballavo, e le tenevo i fianchi. Mi dava come l’impressione che stesse dicendomi «stasera potrai scoparmi». Non mi sembrava davvero attratta da me. Cominciai a diventare meccanico nei movimenti. Lei si accorse del mio improvviso calo di interesse e ne approfittò per andare in bagno. Andai nel bagno degli uomini.

Quando uscii non la vidi. Feci un giro del locale, non la vedevo più. Uscii fuori, davanti al locale, tra la gente nel piccolo piazzale, ma lei non c’era. Feci un controllo poco più che pro-forma, andai dove avevamo parcheggiato la macchina. La macchina non c’era più.

Presi il cellulare.

«Sei molto insicura, Serena» – scrissi –

«Sei tu insicuro»

«Io sono sicurissimo»

«Torna a piedi» –  numerose faccine –

«C’è una bella luna in cielo. Mi piace camminare di notte.»

Le mandai una foto della luna.

In realtà stavo già camminando dopo il primo messaggio. Sapevo come sarebbe andata a finire. Mi persi un paio di volte nella zona industriale, su strade mortifere e deserte. Arrivai sulla statale. Erano le tre. Ogni tanto passava qualche macchina, velocissima, accanto a me, che avevo camicia, cappotto lungo, le scarpe eleganti, e camminavo in una strada senza marciapiede. Sulla destra c’erano i campi, verdi. Il vento invernale soffiava leggero. Io ero ubriaco. La luna splendeva alta. C’erano le stelle.

Era bello essere  vivi.

Trovai un bullone di un camion, del cerchione, grosso e massiccio. Me lo misi in tasca. Attraversai zone di campagna, due o tre rotonde, periferia, infine arrivai in città. 

Dopo un’ora e mezzo di cammino ero a casa.

Presentazione Valdarno Post Nucleare alla libreria “L’Orsa Minore”

Sarò presente con il mio libro “Valdarno Post Nucleare” presso la libreria Orsa Minore di Pisa (via Mercanti 19) sabato 11 alle ore 17:30. L’Orsa Minore è una particolarissima libreria di libri di viaggio e mappe, nel cuore di Pisa. Verrà presentata l’opera, e verranno raccontati curiosità ed aneddoti a riguardo.

All’evento parteciperanno anche Valeria Prosperi e Matteo Cherubini di Philonetwork

Bandiera – racconto

Un vecchio racconto che scrissi durante un corso di scrittura creativa. È una storia molto cupa e psicotica, ambientata in una città che conosciamo bene. Ai tempi piacque molto ad una persona autorevole in campo letterario. Gli allego un’immagine che non ci incastra praticamente niente, se non a livello emotivo.

I

Era annoiato, quella notte. Era entrato in quello stato di catalessi che lui chiamava “la meditazione cattiva”. Stava guardando la televisione, ma l’aveva spenta.
Sedeva sul divano, aveva gettato il telecomando in terra, e fissava uno schermo nero.

Il cervello andava veloce, fin troppo. I pensieri gli correvano in testa, senza trovare cause né giungere a conclusioni. Ripensava a tutti i fallimenti, tutti i torti che aveva subito nella vita. Con una mano si tormentava tempia e capelli.

Realizzò che non portava a nulla passare il tempo così. Ci voleva qualcosa, una cosa qualsiasi. Automaticamente andò in camera e si tolse la tuta; si infilò una camicia poco stropicciata, un paio di pantaloni non sporchi, le scarpe, ed uscì fuori.

“E ora?”
Si mise a camminare, era nervoso. Non sapeva dove andare, né a far che. Gli tornò in mente un suo amico che gli parlava sempre di un posto, distante qualche chilometro, dove per entrare dovevi suonare il campanello e che era aperto fino a mattina.

Si ricordava all’incirca le indicazioni e quindi continuò a camminare, a passo sostenuto, per venti minuti buoni.
Poca gente in giro, quella notte. Turisti, perlopiù. C’era una via piena di locali, chiassosi, frequentati da gente giovanissima. Non voleva entrare lì dentro… sarebbe sembrato un vecchio maniaco. Gli era capitato spesso di sentirsi vecchio e maniaco, anche da solo a casa.

Passò davanti ai locali guardando di sbieco. Una ragazza era tenuta per un braccio da un’amica, la stava aiutando a rialzarsi, ridevano. Poco più in là un ragazzo stava piegato in due con le mani sulle ginocchia e vomitava.
La musica era piuttosto forte, anche da fuori. Non era ancora freddo, le ragazze avevano le gambe scoperte. Quel demone che un tempo gli rodeva così forte ultimamente era acquietato, domato. Era però morbosamente attratto dalle scene di degrado. Gli aveva raccontato un tipo che una volta era entrato lì dentro, e dopo cinque minuti era finito in bagno con una sconosciuta. Dopo altri cinque minuti questa si era addormentata e lui l’aveva lasciata lì, sul cesso.
Questo era interessante, più degli edifici antichi lì vicino.

Continuò a camminare, oltrepassò un ponte. Sbagliò strada un paio di volte, cercò di orientarsi. Alla fine arrivò dove doveva arrivare. C’era una porta a vetri, una debole luce veniva da dentro. Sopra la porta un’insegna al neon da film americano, ma piccola. Era in

una bella strada, probabilmente di età rinascimentale. Suonò il campanello.

Un omone nero in giacca e cravatta gli aprì la porta. “Tessera”. “Non ce l’ho”. “Falla da lei”, indicando una tipa che, ad occhio, aveva avuto più di un intervento estetico. Accanto a questa una bella ragazza, forse meno che ventenne. Facce sorridenti, amichevoli, gentili. Gli si allentò un po’ l’astio generale. Fece la tessera, pagò, lo ringraziarono.
Il locale era bello. Estremamente kitsch, pieno di riproduzioni di opere d’arte antiche, ed i muri erano a fantasia leopardata. Leopardata? Passò dal bagno… era incredibile. Era un concentrato di arte barocca, un capolavoro di un cattivo gusto ricercatissimo. Il lavandino era una conchiglia, il bagno aveva una specie di sala d’aspetto, c’era una fontana ed un divano pieno di cuscini appoggiato alla parete.

Si sentì a casa.
Andò al bancone ed ordinò un Gin Tonic. Gli piaceva il Gin Tonic perché non sembrava uno dei soliti intrugli dolcissimi, come la maggior parte dei cocktail. Era secco ed amaro e lo potevi sorseggiare piano, ti faceva compagnia.

Vicino a lui c’era un uomo sulla trentina che offriva da bere a tutti. Era molto espansivo, troppo. Probabilmente aveva tirato su qualcosa. Rideva, salutava tutti, chiamava tutti al banco, continuava ad offrire da bere.

Dopo un po’ si stufò di tutto quel chiasso. Però nessuno gli dava troppe attenzioni, alla fine la situazione era cordiale. Decise comunque di farsi un giro al piano superiore.

C’era una specie di musica caraibica, Bossa Nova o qualcosa di simile. C’erano anche delle belle ragazze che bevevano con i bicchieri appoggiati su dei tavolini bassi. Ridevano. La fantasia leopardata era praticamente onnipresente, e poi c’erano piante appese al soffitto e tappeti un po’ ovunque.

Salì una scala stretta, ricoperta da un tappeto, che portava al piano superiore.

Arrivato in cima si trovò in un’area dal soffitto basso, divisa in varie sezioni, separate da muretti ricoperti di legno che arrivavano alla vita, ed oltre i quali potevi vedere coppie stravaccate su divanetti simili a letti. Molti fumavano. Ma si poteva fumare dentro un locale?

A destra, nascosto in una nicchia, davanti ad piccolo tavolo, c’era qualcuno.
Si avvicinò senza guardare direttamente, ma di sbieco si accorse che era una donna. Di circa

cinquant’anni, guanti di pizzo neri capelli neri, gonna nera con rifiniture dorate.

Si mise a sedere su una poltrona lì vicino, gin in mano. Decise di accendersi una sigaretta. Guardò la donna. Lei gli sorrise. Aveva delle carte davanti, che appoggiava sul tavolo, girava, rimetteva nel mazzo.

Continuò a bere. Si guardò un po’ intorno… scosse la sigaretta in un portacenere di ceramica nera. La gente intorno a lui rideva, fumava, scherzava. C’era chi giocava a dei giochi da tavolo per bambini.

Finì di bere, finì la sigaretta. Si guardò intorno… e vide di nuovo la donna che lo guardava.

Decise di andare lì.
“Salve” – disse lui sorridendo –
“Cosa fai da queste parti?” – Aveva i denti macchiati dal caffè – “Non lo so.”
“Vuoi che ti faccia le carte?”
“Boh… ok”
“Mettiti a sedere.”

Il tavolino era di legno marrone scuro, pieno di graffi e segni d’usura, in legno massello, piuttosto vecchio. La tipa si mise a mischiare le carte.
“Di cosa ti occupi?”
“Di niente.”

Tirò giù una carta, lentamente, molto lentamente, guardandolo negli occhi. Appoggiò prima il fondo della carta, poi il centro, e, sempre tenendola tra l’indice ed il pollice, la fece schioccare sul tavolino.

Poi sorrise.

“Non fai molto, vero?”
“No, non molto. Perdo tempo perlopiù.” “Qui c’è un bel bagatto”
“Un che?”

Prese un’altra carta dal mazzo, lentamente. La appoggiò sul tavolo, la fece schioccare. C’era disegnata sopra una donna su un trono, con una bilancia ed una spada.
“Hai subito qualche torto, ce l’hai con qualcuno?” – Chiese lei –

“Tutti e nessuno in particolare” – Rispose lui –

Pescò un’altra carta, gliela mostrò:
“Non da prendere letteralmente, ovvio” – Disse sorridendo –

C’era uno scheletro con una falce. La tunica nera eccetera. Insomma, era chiaro, la rappresentazione standard.

Lui ringraziò, le strinse la mano, le dette dieci euro, ed uscì. Fuori era fresco, ed era molto tardi. Decise di tornare a casa.

Per strada una berlina nera lo superò. Proseguì per qualche decina di metri e fece un’inversione ad U.
La berlina nera gli passò accanto. Dentro un uomo in giacca e cravatta lo fissava.

Continuò a camminare a passo spedito. Passò davanti ad un portone, ed ebbe un sobbalzo. Il portone era chiuso, ma c’era dentro qualcuno vestito di nero, con una felpa nera ed il cappuccio tirato su, che fumava. Non si vedeva in faccia, e guardava davanti a sé.

Accelerò ancora il passo, e vide una macchina della polizia. Dentro c’erano due poliziotti che quando lo videro si misero a parlare tra di loro, poi salirono e gli passarono accanto. Continuò a camminare, sempre più veloce e sempre più sudato, finché non arrivò a casa.

Girò nervosamente la serratura, entrò.
Tornò sulla poltrona, seduto, tormentandosi tempia e capelli.

II

-“Non avete visto il momento in cui l’hanno legata alla ringhiera”- Disse una voce spaventata dalla televisione appena accesa.

Era un servizio del telegiornale, stava parlando un testimone oculare di una violenza, la faccia sconvolta.
Si immaginò la scena… la tizia legata, lo stupro. Sembrava uscita da un film hard sadomaso. Abbastanza surreale.

Lui non aveva mai compiuto una violenza carnale. Però ogni tanto ci aveva fantasticato su

… niente più che pensieri, vagheggiamenti. Continuò a guardare il servizio. Il testimone aveva assistito al fatto da lontano, impaurito, senza far nulla, scappando quando i due tizi se ne erano andati via.

Sul posto era stata ritrovata una bandiera di un gruppo di estrema destra, oltre alla donna, in stato confusionale.

Da giovane aveva militato in uno di quei gruppi. Era passato molto tempo, ed un po’ se ne vergognava. Ne aveva fatto parte, e gli era sembrato tutto grande ed importante.
I raduni, le riunioni, la musica politicizzata, il volantinaggio. L’ostracismo da parte della cosiddetta gente comune, borghesi, termine con cui chiamavano quasi tutti. Il culto dei regimi, l’adorazione degli squadristi, l’idealizzazione del ventennio.

A ripensarci si sentiva un po’ in imbarazzo. Che gli passava per la testa? Ah, giusto. Si sentiva solo come un cane. Emarginato, rifiutato. Aveva trovato qualcosa di cui fare parte, qualcosa a cui appartenere. Alla fine si era reso conto che era un micromondo, e tutta quella importanza la vedevano solo lui ed i suoi cosiddetti camerata.
Aveva capito che era tutta una buffonata, e quindi aveva smesso.
Adesso non andava più a votare, non aveva più nessun interesse verso le cose della politica.

Però ogni tanto ci ripensava. Aveva paura di esser stato schedato. Aveva paura che qualcuno lo cercasse per fargli pagare quell’appartenenza giovanile, che lo controllassero ancora.

Che la gente che aveva trovato nel tragitto verso casa seguisse davvero lui? E la chiromante che gli aveva predetto la morte?

Era quasi mattina, non riusciva a dormire. Una luce entrò dalla finestra, sembrava un faro od una torcia.
La televisione continuò a parlare dei gruppi di estrema destra e di come il fenomeno fosse ancora fin troppo vitale.

Un politico dichiarò: “Prenderemo provvedimenti, non solo su chi ne fa parte adesso, ma anche su chi ne ha fatto parte in passato”.

La polizia che aveva incontrato nel ritorno a casa lo seguiva, sicuramente. Erano settimane che si sentiva osservato. Lo stavano cercando.

Sentì suonare alla porta.
Abbassò il volume della televisione, senza spegnerla. Si allontanò piano, andò in camera.

Non riusciva a dormire. Stava sul letto, con gli occhi spalancati che guardavano il soffitto. Suonò il telefono. Non fece nulla, lo lasciò squillare.

Sentì bussare alla porta, dei bei colpi.
Si alzò, chiuse a chiave la camera. Andò al comodino, frugò nel cassetto. Trovò la scatola dei sonniferi.

Uno ad uno li estrasse dal blister, e li ingoiò, a manciate. Poi si distese sul letto e chiuse gli occhi.

Dopo un’ora entrò la polizia insieme alla padrona di casa, che lo cercava per l’affitto.

Capitolo VI nuovo romanzo di Luca Gini, titolo: “Saligia”

Capitolo VI del nuovo romanzo di Luca Gini. Contenuto presente solo sul sito ed inviato agli iscritti alla newsletter.


VI

Tornai a casa da Elisa. Quando entrai ci salutammo brevemente.
«Mi telefoni abbastanza spesso, ma mai per dirmi che tieni a me»
Era vero. Verissimo, lapalissiano. Non potevo replicare.
«Non è vero» – replicai –
«Dimmi l’ultima volta che mi hai fatto un complimento.»
«Ieri» – mentii –
«Io non me lo ricordo»
«Mentre stavi uscendo»
«Mentre stavo uscendo tu dormivi»
Ero all’angolo, stava per arrivare l’uppercut definitivo.
«L’ho detto a bassa voce»
«See. Faccio finta di crederci.»
Per ora ero salvo, ma quanto potevo andare avanti con queste menzogne? Non sapevo nemmeno io di preciso perché continuavo così.

«Ho conosciuto una persona online» – Disse lei –
Sapevo che frequentava i siti di incontri. Non gliene facevo una colpa. La facevo a me caso mai.

Adesso avrei dovuto fare una mossa. Una grande mossa per riprendere il controllo della situazione. Qualcosa che l’avrebbe stupita, ammaliata, conquistata. Qualcosa che avrebbe spazzato via ogni altro contendente, possibilità, alternativa.
Che l’avrebbe fatta diventare mia per sempre. Adesso dovevo finalmente prendere posizione.

«Vado a fare due passi» – Dissi –
«Ciao.»

Uscii senza sbattere la porta. Ero fuori.
Il vento mi scompigliava i capelli, faceva freddo. Non sapevo nemmeno di preciso dove andare, né cosa fare.

«Tutto ciò che non sei tu
E’ sofferenza
Tutto ciò che non sei tu
E’ l’uomo che crolla.»

Dovevano essere versi di Carnevali. Era vero. Tutto ciò che non era lei, era sofferenza. Mi faceva divertire. Mi tirava su. Era la persona con cui parlavo, che mi faceva ragionare. Era la parte sana della mia vita, forse l’unica. Tutto ciò che non era lei, era l’uomo che crolla.
Quanto avrei voluto essere innamorato. Anche solo invaghito. Invece ero per strada.

«La città è silente,
immobile;
nessuno parla di
ceppo responsabile,
di antigene,
i rami sono quieti,
la sera d’inverno mite.»

Non era ancora inverno, era autunno. Camminando ero arrivato nel parco. Era un piccolo parco nella zona residenziale, c’era un canestro, un piccolo campo da calcio, degli attrezzi ginnici scadenti. Mi misi a sedere su una panchina.
Stava cominciando a fare buio, non c’erano molti altri posti dove andare.
L’erba era alta. Un vento autunnale spostava le foglie sul prato. Il campo da calcio era quasi senza erba, con tanti buchi, e ciuffi che spuntavano ogni tanto. C’era una persona che portava a spasso il cane. Il sole era calato, rimaneva un vago chiarore in cielo.

Ero immerso nei miei pensieri quando vidi un cespuglio muoversi. Mi spaventai e misi una mano in tasca, alla ricerca della grossa chiave della macchina. Meglio di niente.
Dal cespuglio uscì un uomo vestito di nero, con una bici.
Lo riconobbi, era Boccetta.

Nessuno sapeva di preciso come Boccetta, che ovviamente non era il suo vero nome, fosse arrivato dalle nostre parti. L’accento non si capiva da dove diavolo venisse, ma di sicuro non era di qui. Sembrava un non identificabile accento del nord. Io la sapevo la sua vita. Era un barbone, ma un barbone che ci sapeva fare. Aveva anche lavorato per lunghi periodi, negli anni. Aveva messo da parte dei soldi, ma sempre facendo il barbone. A lui piaceva così.

Adesso si divertiva a fare l’arrotino itinerante, con la sua bicicletta scassata con innestata la pietra per affilare, azionata da un meccanismo collegato ai pedali. Gli piaceva chiacchierare.

«Ciao Boccetta.»
«Ragazzaccio. Che giri? Non è un posto buono per starci di notte.»
«E te invece?»
«Tzé. A me che vuoi che mi facciano? Mi derubano? C’ho tre spicci. Mi fregano la bicicletta? Con la mola? Ma chi se la piglia. Non ho paura di nulla, io» – rise –
«Beato te. Cosa fai qui?»
«Ah, nulla, facevo un giro prima di andare a lavorare.»
«Dove devi andare?»
«Al Piccione stordito, ad affilargli i coltelli.»
«Vengo con te, dissi»

Non me la sentivo di tornare da Elisa. Tanto la spesa gliela avevo riportata, avrebbe avuto da mangiare qualcosa.
Boccetta spingeva la sua vecchia bici modificata, io lo seguivo.
«Boccetta, l’altra volta mi raccontavi di quando stavi a Viareggio a fare il barbone, poi ci hanno interrotto.»
«Ah, si già»

Boccetta aveva questa mania di vestirsi da boscaiolo. Aveva una t shirt bianca, sporca, dei pantaloni di jeans, sicuramente non puliti, e degli stivaletti consumati, graffiati e fangosi.
Le dita delle mani erano a punta, gonfiate da anni di lavoro manuale. La barba incolta, i denti soggetti ad una certa piorrea, probabilmente per le molte sigarette ed il non poco alcool. Aveva una pancia enorme, a causa del bere. Non era una persona stupida.

«Quando stavo a Viareggio erano bei tempi»
«Ma facevi il barbone?»
«Eccerto. Viareggio era il posto migliore per fare il barbone.»
«Come mai?»
«La gente a Viareggio ha i soldi. Lo sai quanto facevo al giorno di elemosina?»
«No… non ho idea.»
«Centoventi euro»
«E dove dormivi?»
«In albergo.»

Passammo davanti le case della zona residenziale. C’erano alcuni begli edifici. C’era una casa bianca, alta, con un grande lucernario in cima, cipressi fitti ed alti intorno, un grande cancello in ferro battuto. Davanti il cancello, che era stato ricoperto da lastre di metallo per aumentare la privacy, c’era un gatto. Era bianco e grigio, di pelo lungo, vaporoso. Ti guardava impettito, seduto, con le zampe anteriori dritte, il petto bianchissimo in fuori, coda arricciata intorno alle zampe.
Era un gatto stupendo, sembra quello di una vecchia pubblicità di cibo gourmet.
Avrei adorato avere un gatto in quel modo.

Poi passammo davanti alla Croce Rossa, ai carabinieri, ed ancora case residenziali.
Ora davanti a noi c’era la stazione, con l’orologio in cima e la piazzetta davanti piena di umanità poco raccomandabile.
Costeggiammo la ferrovia, poi sotto il sottopassaggio (un treno passò e fece un baccano infernale), poi eravamo sulla salita ed infine dall’altra parte. Di lì a poco, sulla destra, c’era il Piccione Stordito.
«Buonasera!» – disse Boccetta –
«Ooo!» – fece eco il barman. Si abbracciarono –
Boccetta sorrideva con i suoi denti mangiati dalla piorrea, dall’altra parte Gigi, il barman, gli dava energiche pacche sulla spalla.
«Insomma, dove sono ‘sti coltelli?»
«Ora te li porto, campione»
Il locale era piccolo, minuscolo. C’era un singolo tavolino, una mensola con dei giornali anarchici ed un computer. Il banco era pieno di piante aromatiche da servire coi Gin Tonic. Il barista era basso di statura, vestiva con dei pantaloni larghissimi, scarpe da ginnastica veramente grosse e bombate, maglia larga, cappello da baseball.

Fuori c’erano altri personaggi assortiti, tra cui uno che sembrava un po’ Super Mario (aveva pure baffetti e salopette), con una maglia verde. Era un ibrido tra Mario e Luigi.
Tutti stavano bevendo, un ragazzo si stava rollando una canna.
Dentro sentivo la voce roca del barman che urlava qualcosa.
In quel momento passò davanti a noi un furgone bianco, seguito da un ragazzo in pantaloncini, scarpe e maglia sportiva. Guardai meglio, aveva in mano una fiaccola accesa. Sembrava il tedoforo delle olimpiadi, quello che portava la fiaccola. Ma che faceva lì? In quel momento il furgone si fermò, e scese una ragazza con un paio di leggins attillati, blu, scarpe da ginnastica, una maglietta a maniche corte. La maglietta lasciava intravedere un po’ della pancia, piatta, con delle delicate linee che tracciavano i suoi muscoli addominali. Le gambe erano toniche, scolpite. Si potevano vedere i singoli muscoli al di sotto dei leggins, che andavano a creare, con il resto della figura, un’immagine di giovinezza e vigore.
Il tipo vestito da Super Mario ruttò. La tedofora iniziò il suo turno, e vedemmo passare il furgone davanti a noi, con gli altri tedofori dentro pronti per dare il cambio.

Controllai sul cellulare: non era stata un’allucinazione. I tedofori arrivavano dall’Albania, stavano risalendo l’Italia, e dovevano passare da noi. Era un percorso lungo due anni.
«Ooo! Si beve o si perde tempo!?» – disse il barista con voce gracchiante –
Entrai dentro, mi presi un gin tonic, uscii fuori. Era ormai notte. Il cielo era nero, ma c’era la luna piena e si intravedeva qualche stella. Cercai le Pleiadi, come faccio sempre. Le considero la mia costellazione fortunata. Lo so che non sono una costellazione a sé, ma una volta che le hai individuate sono così caratteristiche. Sembrano un uncino, o il pungiglione di uno scorpione. Perlomeno a me… ho scoperto che nella storia dell’umanità le hanno paragonate a qualsiasi cosa: sette sorelle, chioccette, ma mai un pungiglione. Io ce lo vedevo. Se avessi dovuto decidere io avrei fatto come minimo la «Costellazione dell’Uncino».

In lontananza sentivo i rumori dei treni che passavano, distanti un centinaio di metri. Provai improvvisamente la voglia di essere in un campo, con l’odore dell’erba, quello delle piante. Il piccolo circolo del paesello da dove venivo era accanto ai campi. Lì potevi uscire fuori, metterti sul muretto di cemento accanto, guardare a sinistra e vedere le lucciole, nella stagione giusta. Come sarebbe stato bello vivere cento anni prima, in una dimensione più rurale. Più contadina, più ignorante. Ignorare.

«Benedetta l’ignoranza infinita»

Invece di sapere che eravamo una briciola nell’universo, quelle stelle erano probabilmente morte, e noi con ogni probabilità eravamo un incredibile caso chimico e fisico.

«nascere, non è caso ideologico medico etico
e antecedente all’idea di diritto divina
conseguenza d’amore»

Pensai al paradosso di Fermi. Era interessante.
«CHI LO VOLE UN PANINOO!? C’è lo sconto, devo finì la porchetta!» – Urlò Gigi, il barman –
Fui come svegliato. Vidi Boccetta in un angolo che affilava i coltelli. Decisi che era il momento di tornare a casa.

Salutai Gigi, mi incamminai. Ripassai davanti alla stazione, tra le case, davanti «la casa bella».
Arrivai a casa mia. Girai la serratura nella porta, entrai in camera. Elisa non c’era; come sospettavo. Sul tavolino c’era un biglietto:
«Non credo sia giusto che si vada avanti. Tu non provi niente. In bocca al lupo.»
La sua roba era sparita. Mi misi a sedere sul divano. Mi tenevo in mano la testa. Poi mi alzai, andai in terrazza. Alzai lo sguardo. Le Pleiadi splendevano al loro posto nel cielo. L’universo se ne frega, comunque vada.
Non ero triste, ero scoraggiato. Avevo trovato una persona apposto, finalmente, e l’avevo lasciata andare. Era tutta, interamente, colpa mia.
Mi venne in mente quel brano

«Che farò senza Euridice?
Dove andrò senza il mio bene?»

Mi misi a letto, mi riempii di sonniferi, e cercai di dormire.

Presentazione Valdarno Post Nucleare Libreria Nessundove di Empoli

Questo venerdì (21 ottobre) alle ore 21:00 sarò alla Libreria Nessundove di Empoli (Piazza dei Leoni) a presentare il mio libro Valdarno Post Nucleare.

Vieni a scoprire tutti i segreti di questo romanzo post apocalittico ambientato nel Valdarno.

Se ti sei perso le precedenti presentazioni o gli streaming è il momento giusto. Sarà effettuato il firmacopie

Incipit del nuovo romanzo, titolo provvisorio “Saligia”

Sto scrivendo un nuovo romanzo. Sarà molto diverso dal precedente. Parlerà di una persona che attraversa tutti i vizi capitali. Il titolo provvisorio dell’opera è “Saligia”. La allego qui, in anteprima. I pareri sono molto graditi


Sono affascinanti i treni. Trasportano storie.

Il treno da Firenze era in ritardo di cinque minuti. Era scritto sul display del binario lassù in cima. Sotto, una cernita di variopinta umanità lo aspettava, per andare a Pisa o comunque in direzione del mare.

Sono pieni di gente, gente che guarda fuori, guarda il cellulare, dorme, parla. Ognuno ha una storia diversa. Ognuno proviene da un posto diverso, a volte un continente diverso, con un passato diverso.

Mi è sempre piaciuto guardare i treni. La prima volta che uscivo con una ragazza la portavo sempre alla stazione. Credo più che altro per testarla. Se riusciva a reggere questo, poteva andare bene.

Una cosa che mi piace molto fare è guardare dentro al treno le facce della gente. È voyeurismo. Amo quando qualcuno guarda fuori, e per un attimo i nostri sguardi si incrociano. Perché poi il treno porta tutto via, e non ci sono legami, tutto si dissolve. Un rapporto occasionale.

Mi piace il rumore del treno, in particolare quando ci sei sopra. Il rumore dei vecchi treni. Quel rumore forte, ritmico. Mi fa addormentare. A volte mi sono messo a suonare il piccolo tavolino davanti ai sedili. L’ho fatto quando non c’era nessuno. Una volta sono sceso dal vagone ed ho visto una che era seduta due posti dietro di me. Ho provato imbarazzo. Lei però non aveva detto niente, quindi credo le andasse bene.

Aspettavo Elisa, lì seduto sulla panchina della stazione. Elisa era un’illustratrice, lavorava a Firenze. Le piaceva il suo lavoro. La pagavano poco e la facevano lavorare tanto, ma a lei piaceva. Prima di quello aveva fatto un sacco di lavori schifosi. Centralinista. Chiamate in uscita al call center. Responsabile di una sala slot. Parlava spesso della sala slot. Doveva essere davvero un posto da schifo.

Ci vedo un piccolo suicidio in una sala slot. Come un desiderio di ammazzarsi un gettone per volta. Voglia di morire.

Ogni notte

È una piccola morte

In questo letto deserto,

Nei miei pensieri d’incubo.

Io scrivo. In realtà non faccio questo di lavoro. Non so nemmeno se lo vorrei fare di lavoro. È che è un problema, come incomincio    parlarne non smetto più. Con chi mi sta a sentire, ovvio. Altrimenti ho un sacco di argomenti. La pesca sportiva dalla spiaggia. Il Nascar. Il Basket. I crateri da impatto.

Insomma, so intrattenere una conversazione. Solo che, soprattutto quando sono un po’ brillo, comincio a parlare di letteratura con la povera vittima di turno, e non la finisco più. Se sono veramente brillo mi metto a recitare versi. Non ci posso fare niente, è più forte di me. È un problema, me ne rendo conto.

Il treno di Elisa si era fermato lentamente. Il vagone si stava arrestando, la porta stava fermandosi davanti a me. La linea della porta si fermò proprio tra le mie gambe, tagliandomi a metà.

Cominciò a scendere un sacco di gente, poi lei.

«e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.»

Mi sorrise. Era così bello il suo sorriso, sempre così sincero. Il mio spesso era una smorfia sbilenca.

«Ciaooo!»

Aveva un entusiasmo travolgente, che nemmeno la mia negatività riusciva a scalfire. Sorrisi, abbassai la testa, le misi un braccio sulle spalle.

«Com’è andata oggi?»

Luca Gini alla Festa dell’Unicorno

Nei prossimi 3 giorni (venerdì 29, sabato 30 e domenica 31 luglio) sarò alla Festa dell’Unicorno con un mio stand, gentilmente concesso dall’organizzazione.

Potrete trovare me, un bislacco accompagnatore e la nuova edizione di Valdarno Post Nucleare, che firmerò per chiunque la vorrà.

Accorrete numerosi, mi trovate dalle 18:00 nella sezione “Abisso d’Acciaio”.

Ciao!