Video di varie poesie brevi (autore Luca Gini)

Poesia “Alla Radio”

Alla radio
c’è un brano
in cui si sente un piano
e cantano uccelli.

È estate.
Le pale del ventilatore
girano lente nel calore
di luglio agonizzante.

Sorrido.
Mi muovo lento e piano
e lenta la mia mano
mi tormenta i capelli.

Respiro.
Sarebbe una gran sorte
godere di una morte
così gentile e lieve.

Sospiro.
Son stanco dell’orrore,
vorrei ci fosse un sole
che brucia la mia pelle.

Spiro.
No, mento, sono vivo,
non ho ancora capito
troppe cose attorno a me.

Haiku “Sala d’attesa”

Non tu invecchi
Invecchiano le cose
Come le vivi.

Poesia “Crepuscoli”, Luca Gini

Riuscirò a conservare
fino alla fine
Un’ultima illusione?

Riuscirà la morte
A trovarmi vivo?

Racconto “Lo Scrittore”

Come uno scrittore che nessuno conosce si paga le bollette: possibili scenari

Ho scritto questo piccolo racconto con incipit di Thomas.

Lo scrittore

“Quando inizierai da una mia frase per uno dei tuoi racconti?” – chiese Francesca un po’ stizzita.
Giuseppe non sapeva più che fare. Come scrittore, era un mezzo fallito. Un paio di case editrici minori, qualche piccolo premio, dei premietti, ma niente più. Il tempo avanzava, spietato ed incurante del suo dramma.
“E poi noi non dovevamo avere un figlio?”
Una rovina. Una slavina che precipitava giù, verso il villaggio dei suoi sogni di ragazzo. Sembrava una di quelle vecchie Cadillac della Cuba che fu. Quelle macchine americane figlie dell’embargo che andavano avanti da centinaia e centinaia di migliaia di chilometri. Tenute insieme con il fil di ferro, viti aggiuntive, bulloni, speranza e disperazione. Questa esattamente era la sua vita. Una cadillac cubana. Quelle però sono belle.

“Io vorrei tanto sapere come pensi di crescere nostro figlio, se mai ci sarà. Con quali soldi. No, dimmelo.”
Giuseppe spinse indietro la sedia, allontanandosi dalla scrivania. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia, fissò il pavimento. Stette in silenzio alcune decine di secondi. Poi si alzo di scatto.
Con movenze veloci e decise si mise il giubbotto, ed aprì la porta.
“Torno subito”, e la sbatté. Era in strada. Tregua, libertà.
Non sapeva più che cazzo dire. Ma proprio a nessuno, non sapeva più che balla raccontare. La Cadillac con un milione di chilometri. Un milione di chilometri sotto le scarpe, quanta strada ancora davanti?
E quella dietro, che senso aveva? E questa voce che da quando era piccolo continuava a bisbigliare “…e dimmi Giuse’, tutto il resto che senso ha?”.
Soldi e fama. Magari poi non sei felice, ma ti senti meglio a vedere tutto quelli che non ce l’hanno fatta. Sei il ratto in cima alla piramide di ratti che cercano di salvarsi dall’acqua che sale. Lo sai benissimo che quell’acqua salirà anche per te, e ti ricoprirà pure, ma con cosa puoi barattare la soddisfazione di essere l’ultimo ratto ad affogare?
Con niente, Giuse’.
Questo gli diceva la voce.

Però bisognava fare qualcosa. Trovare una via di uscita da un lavoro faticoso e poco remunerativo, da una relazione scalcinata. Doveva farsi venire un’idea e rivoluzionare la sua vita.
Gli venne in mente l’ultimo libro che aveva scritto. Quello dove c’era il municipio che prendeva fuoco. Ecco, magari poteva dare fuoco al municipio. Si sarebbe avverato quello che lui aveva scritto e sarebbe diventato famoso.

No, non funziona così. Almeno credeva. Stava camminando da mezz’ora, senza una meta precisa. Aveva fame, era ora di cenare.
Decise di tornare a casa.
Aprì la porta.
“Ciao. Dove sei stato?”
“Dovevo sbrigare delle commissioni. Prepari tu qualcosa?”
“Sarebbe il caso che per una volta facessi qualcosa tu, invece”
Si mise ai fornelli, con scarsissima voglia. Decise di fare la pasta in bianco. Lei gli avrebbe sicuramente detto che era diventato uno chef di prim’ordine ed aveva fatto bene a mettersi con lui, ma chi cazzo se ne frega, alla fine lo aveva scelto lei, lo sapeva come era, mica era colpa sua se non gli piaceva cucinare, anzi gli faceva schifo, schifo!
Battè un pugno sul piano della cucina. Lei si voltò “Ma che fai!?”.
Continuò a fissare davanti a sé con la mascella serrata. Lei tornò a guardare il giornale degli sconti del supermercato.
Si sentì un altro colpo.
“Ma la fai finita!!?”
“Io non ho fatto niente. Il colpo è arrivato dal pavimento.”
Era il vecchiaccio di merda del piano di sotto. Quel vecchio sporco rincoglionito borghese ritardato. Ma questa volta aveva rotto i coglioni. Aveva proprio rotto le palle. “Adesso vado giù e lo gonfio di cazzotti” – disse Giuseppe.
“Ma stai fermo, ma cosa vai giù che a te ti mena pure un vecchio!”
Ma Giuseppe questa volta era deciso a farsi giustizia ed a far pagare al vecchio anni di rotture di coglioni. Probabilmente aveva sentito il suo pugno sul bancone e si era messo a battere con la scopa. Il vecchio di merda. Il vecchio borghese di merda.

Giuseppe scese giù e trovò la porta socchiusa. Spalancò la porta rimanendo fermo sulla soglia. Vide il vecchio che penzolava dal lampadario, corda al collo. Sotto, il tavolo. Il tavolo di cucina, pieno di banconote. Sopra, insieme a delle feci, campeggiava la scritta “E prendetevela ‘st’eredità, merde!”. Probabilmente sperava che lo avrebbero trovato i figli. Giuseppe frugò in cucina stando attento a toccare tutto solo con le maniche della maglia, e non con le mani.
Alla fine trovò un sacchetto, cominciò a metterci dentro i soldi non sporchi. Erano un sacco di soldi, con tante banconote da cinquecento.
Ripulì la maniglia della porta e tutte le superfici che aveva toccato, ed uscì.

Mise i soldi in macchina.
Tornò in casa.
“L’hai menato il vecchio, eh Rocky?”
“Francesca, non ti ho detto una cosa.”
“Cosa?”
“Il mio ultimo libro ha avuto successo”

Poesia “Alla Sera”

La sera,
quando la mano dell’angoscia
ci afferra al collo,
e si cerca di uccidere il tempo
mentre si attende la notte,
improvvisamente ci attraversa un pensiero
dannazione, io sono vivo –
e di colpo apriamo la porta
e guardiamo le stelle
e ci chiediamo chi altro
le stia guardando con noi.

Luca Gini, 19/01/2021
Video di Lucrezia Cappellini

Racconto “Masha e l’orso”

Mentre il sangue del nano si allargava in una pozza, il cane mi fissava con malevola intelligenza.

Non sarei mai dovuto uscire con Masha. Era troppo rigida, troppo invasata. Tutto quell’animalismo. Io ero pure onnivoro. Ma in realtà pure lei, non mangiava la carne solo di alcuni animali. Diceva che i maiali erano bestie intelligenti, e non bisognava accopparli. Anche i polpi, se è per questo. Bisognerebbe fare sempre un test di intelligenza ad un animale prima di mangiarlo. Magari facendogli vedere la pentola. Se capisce che la pentola è la sua fine, viene graziato.

In quel caso non si parlava di accoppare animali, ma da quello che diceva lei di torturarli. C’era il circo in città. Lo capivi subito dai volantini messi sulle auto, nelle cassette della posta, ovunque. Il circo, con quella foto di pagliaccio tristissima sul volantino. Assicurazioni di grandi risate, di «show eccezionali».

Non c’erano accenni agli spettacoli di animali. Sapevano benissimo che gli animali stavano diventando un argomento molto delicato. Pare che tutte le famiglie avessero almeno due animali in casa. Sicuramente più animali che bambini.

Masha era completamente orripilata da quei soprusi. Mi aveva raccontato che gli elefanti venivano addestrati con dei punteruoli, i leoni a frustate. Queste bestie venivano indottrinate quando erano ancora dei cuccioli, quindi il leone avrebbe potuto sbranare tranquillamente il suo domatore fregandosene della frusta, e l’elefante avrebbe potuto spaccare la testa al suo carnefice con il suo stesso pungolo. Ma, sebbene fossero bestie che pesavano centinaia o anche migliaia di chili, avevano lo stesso paura e non lo facevano. Si ricordavano di quando erano cuccioli, ed erano alla mercé dei loro padroni. Praticamente un dominio basato sul trauma.

A me Masha era sempre piaciuta. Poi sinceramente era tanto che non andavo con una donna. Insomma, avrei fatto di tutto perché ero genuinamente disperato.
Questa cosa però io non la volevo fare. Mi sembrava una grossa puttanata. Liberare un Orso Bruno Marsicano. Un bestione di duecento chili, a 5 minuti da un centro cittadino. Un potenziale massacro. Chissà se gli orsi si fermano quando cominciano ad uccidere. Mi era stato detto che i lupi non lo fanno. I lupi continuano ad uccidere finché hanno qualcosa di vicino.
Forse era vero. Quando ero bambino avevamo un cane lupo. Lo tenevano nel cosiddetto «rinserrato», una gabbia molto grossa. Era accanto al pollaio.
Una volta il cane lupo ce la fece a rompere la rete, e sbucò nel pollaio. Fece una strage. Era tutto pieno di polli morti e penne, ovunque. Non li mangiò, li uccise soltanto. Probabilmente è l’istinto. Devono fare così. Ma l’orso? Boh. Magari entra in un supermercato a comprare il miele, come un simpatico Orso Yoghi, o un Winnie the Pooh. Oppure sbrana solo i bambini, perché corrono più piano.

Mentre ci stavamo avvicinando alle gabbie questi erano i miei pensieri. Mi sembrava comunque una puttanata quello che stavamo facendo, ma Masha era convintissima.
«Se il sindaco gli permette ancora di fare questi show dell’ignoranza e del sopruso, se le autorità non intervengono, lo devono fare i cittadini che hanno il senso della giustizia».

L’idea era quella di avvicinarsi alla gabbia dell’orso e liberarlo, nella speranza che sarebbe scappato nel parco lì accanto, e poi nei campi, e di nuovo nel bosco risalendo sulla montagna, verso la libertà.
Masha era sicurissima che sarebbe andata così. Io un po’ meno.

Erano mesi che lei diceva che andava fatto qualcosa. Che andava lanciato un segnale forte, agli addetti di quel mondo spietato, alle autorità, a tutti. L’orso sarebbe diventato un simbolo della rivolta contro questi riti brutali e obsoleti che si svolgevano nel nostro civile ventunesimo secolo.

L’orso andava liberato. Ed ovviamente toccava a me.

Era notte. Ci avvicinammo vestiti di nero alle gabbie. Erano piene di animali… tigri, leoni, elefanti. Arrivammo alla gabbia dell’orso.
Era una bestia imponente, dal manto marrone scuro. Dormiva.

La gabbia era tenuta chiusa da un lucchetto semplicissimo. Avevo imparato ad aprire quel genere di lucchetti dai video su internet. Bastavano una forcina e un cacciavite. Dovevi ficcare la forcina nella serratura, e cominciare a raspare nell’ingranaggio, contemporaneamente cercando di girare la serratura col cacciavite. Alla fine si apriva.

Cominciai a ad armeggiare col lucchetto. Andai avanti un paio di minuti, forse qualcosa di più e alla fine fece uno scatto. Guardai l’orso. Dormiva ancora. Probabilmente era abituato, i rumori non gli davano troppo fastidio.
Aprii la gabbia e mi allontanai molto molto lentamente, con Masha accanto.
L’idea era di tirargli un sassetto, in modo da svegliarlo. A quel punto l’orso, avendo ormai spianata la strada verso la libertà, sarebbe corso via.

Mi misi a cercare un sassetto nelle vicinanze, quando sentimmo un rumore. Ci nascondemmo dietro una roulotte, e vedemmo un nano che si avvicinava. Stava guardando le gabbie. L’orso si svegliò. Il nano arrivò davanti la gabbia dell’orso e l’orso si mosse. Il nano vide che la gabbia era aperta, rimase fermo, ma cominciò ad urlare. Tutti gli animali urlarono di rimando, l’orso si spaventò e balzò sul nano. Gli assestò addosso tre o quattro zampate furiose. Poi si guardò intorno, tornò nella gabbia aperta e dopo poco si addormentò di nuovo.

Ci guardammo con gli occhi spalancati, e cominciammo ad allontanarci pianissimo, camminando all’indietro.

Non ne parlammo mai più.

Estratto da “Valdarno Post Nucleare”, cap XII, “Il Culto”

Altro estratto dal mio libro distopico ambientato nel Valdarno

Ci alzammo riposati dopo la notte al vecchio osservatorio. Le cinghie delle borse cominciavano a far male, e fu piuttosto doloroso caricarsi nuovamente tutto in spalla. Cominciavo a nutrire dubbi sul buon risultato del viaggio. Gliene sarebbe fregato qualcosa ai livornesi dei problemi di Empoli?
Da una parte Empoli faceva comodo anche a loro. Era a metà strada tra Livorno e Firenze, e un’occupazione del vecchio nemico avrebbe potuto complicargli le cose in futuro.
Avevamo ripreso a camminare, ed ero immerso in questi pensieri, quando sentii Guido bestemmiare.
Mi voltai indietro e gli chiesi cosa fosse successo, e lui, indicando la ciabatta, spiegò, iniziando con un “maremma maiala”: «S’è rotta.»
Un bel problema. Non avevamo niente per sostituirla e, nonostante i calzini, non sarebbe stato facile camminare tra pietre e sterpaglie.
Guido bestemmiava aspramente, e stavamo pensando a come risolvere la situazione, quando, da dietro una curva, vedemmo arrivare un individuo.
Aveva un bastone in mano con in cima il simbolo di un trifoglio, e ci venne incontro aprendo le braccia.
Vidi Virgilio che metteva mano al coltello.
«Salve figliuoli» salutò.
Era vestito con una specie di saio di sacco, legato in vita con una corda.
«Siate benedetti, o voi che vagate in questo bosco sacro.»
«Bosco icché?» lo interruppe Guido.
«Bosco sacro. Non sapete niente, siete non-forestieri immagino.»
«’un c’ho capito nulla» disse Guido.
«Non vivete qui nella foresta, immaginavo. Oggi per noi è una ricorrenza sacra, e camminando in questi boschi, che abbiamo avuto in concessione dalla Natura, pure voi dovete rispettare le nostre tradizioni.»
«Quindi cosa dovremmo fare?» chiese Virgilio.
«Intanto adornate i vostri capelli con questi trifogli, e seguitemi.»
Sentimmo qualcosa muoversi tra i cespugli lì vicino, e ci spaventammo, guardandoci tra noi.
Forse era una buona idea assecondare il tizio.
Aveva i capelli pettinati in maniera simile a quelli del prete di Empoli, e parlava con la sua stessa inflessione.
Quello che non mi era ben chiaro era questa storia dei trifogli.
Ce li mettemmo in testa, come consigliava lui, e subito dopo uscirono dai cespugli tre individui, due uomini ed una donna, vestiti in abiti molto colorati, con i capelli che sembravano molto sporchi, ed acconciati in una maniera che ricordava delle corde o qualcosa di simile.
Alcuni avevano degli anelli sui capelli o dei bulloni, una cosa che non avevo mai visto prima.
Erano armati con dei coltelli, ed uno di loro si portava dietro un grosso mazzuolo.
«Seguitemi – proseguì quella specie di prete – vi porteremo al nostro villaggio.»
Camminavamo dietro di lui nella foresta, e notai che usava il bastone per cercare la strada, come fanno i ciechi. Inciampava anche abbastanza spesso.
Arrivammo in uno spiazzo nel bosco. Lì c’erano diverse casette, tutte in legno, un po’ storte.
C’erano molte decorazioni colorate appese alle case, ed al centro del piccolo spiazzo una specie di altaretto con un fuoco sopra.
«Benvenuti nel nostro villaggio, Mitropoli. In questa giornata di gaudio festeggiamo il passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. In questo giorno il nostro santissimo Mitra è sceso agli inferi e tornato al mondo dei vivi. Sia lode a Mitra!»
«Amen» risposero gli abitanti svogliatamente.
«Qui noi non uccidiamo poveri animali e non mangiamo carogne. Qui viviamo in armonia con la natura e ci cibiamo di quello che il nostro bosco ci offre. Solo prodotti bio, come i nostri avi ed i loro avi prima di loro.»
Non sapevo cosa fossero questi prodotti bio, ma vidi Virgilio che lo guardava piuttosto male, mentre Guido aveva chiaramente un’espressione di uno che non sta capendo molto.
«Vi prego di partecipare al nostro pasto mattutino, che ci fornirà le energie vitali per la dura giornata che ci attende.»
Il sacerdote ci accompagnò al centro del villaggio, dove c’era questa specie di altarino e varie sedie in legno.
Ci sedemmo insieme ai tipi di prima ed altri abitanti del villaggio.
Il prete prese in mano dei pezzi di pane, e declamò: «Queste gallette da colazione, pasto più importante della giornata, le dedichiamo a te Mitra, affinché divengano per noi cibo di salvezza.»
Poi, mancando la presa diverse volte e brancolando un po’ a caso, prese in mano una bottiglia graffiata con dentro un liquido giallognolo, e disse: «Questo succo bio, frutto dei peri e del lavoro dell’uomo, lo dedichiamo a te Mitra, affinché diventi per noi bevanda di salvezza.»
«Amen» dissero gli abitanti.
Io e gli altri ci guardammo un po’ perplessi, mentre lo strano sacerdote distribuiva succo e gallette. Non erano particolarmente schifosi, e li mandammo giù.
«Adesso che le nostre energie vitali sono state ripristinate dopo la nera notte, comincino i preparativi per la Festa della Rinascita!»
Chiesi al prete, o come lo si voleva chiamare, cosa fosse questa Festa della Rinascita.
«Settanta anni or sono – iniziò – in questo giorno sacro, i doni di Mitra caddero dal cielo e posero fine all’oscurità che avvolgeva il genere umano. Noi quest’oggi, secondo tradizione, festeggiamo tale evento sacro. Il passaggio dall’oscurità alla luce, la morte del freddo invernale e l’avvento della primavera.»
«Cosa intende per “doni di Mitra”?» chiesi.
«I suoi splendenti doni, che posero fine all’umanità triste e corrotta e fecero iniziare, tramite il loro bagliore, una nuova, luminosa era.»
Capii che si riferiva alle bombe.
«E quindi quando caddero questi doni di Mitra?»
«Il santo giorno del 21 marzo 2037. Oggi è il 21 marzo dell’anno 70 della nuova era, l’era della luce. Oggi festeggiamo i settanta anni dai doni.»
Quindi, pareva che questa specie di tribù con strane abitudini alimentari e religiose considerasse lo scoppio della terza guerra mondiale un dono, bombe comprese, anzi, in particolare le bombe.
Cominciavo ad annoiarmi. Non provavo interesse per questi tipi e le loro strambe credenze, e quindi guardai Virgilio, che sembrò intuire i miei pensieri.
«Va be’, grazie di tutto signor sacerdote. Noi, col vostro permesso, continueremmo il cammino» dissi.
«Non rimanete per i grandi riti di stanotte?»
E qui Virgilio, col suo caratterino, fece un piccolo errore.
«Non ce ne frega veramente niente» disse.
Il sacerdote strabuzzò gli occhi, che mi accorsi essere molto opachi, probabilmente era cieco o quasi.
«Come sarebbe a dire che non ve ne frega niente!? Voi state insultando noi e l’Altissimo!»
«Non ce ne frega niente. Eppoi a me piace la carne, stasera voglio mangiare cinghiale» proseguì Virgilio.
Il prete, o come lo si voleva chiamare, batté per terra il bastone un paio di volte, ed i tre individui di prima, che erano vicini, scattarono verso di noi e ci puntarono le armi contro.
In maniera non particolarmente gentile ci tolsero tutto tranne i vestiti e ci “scortarono” dentro una casetta angusta, senza finestre, una specie di rimessa.
Bloccarono la porta da fuori. Provammo a prenderla a spallate ma niente, sembrava l’unica cosa solidamente costruita di tutto il villaggio. Dopo un po’ ci arrendemmo.
Dentro era buio, ma sentivamo lo stesso gli abitanti ed il prete parlare, anche se non capivamo cosa stessero dicendo.
Rimanemmo per ore lì dentro, e Guido alla fine si addormentò. Io e Virgilio rimanemmo svegli, per niente tranquilli.
Dagli interstizi tra le tavole del misero abituro filtrava un po’ di luce, e dopo alcune ore capimmo che era ormai tramontato il sole.
Fuori, nel frattempo, il brusio aumentò, fino a quando non sentimmo battere alla porta.
La porta venne aperta, e vedemmo gran parte del villaggio all’ingresso, quasi tutti con delle armi in mano, che ce le puntavano contro.
Il sacerdote, alzando in aria il bastone, ci intimò di seguirlo. Il fuoco al centro del villaggio era acceso, ed intorno ad esso c’erano tre pali con accatastati sotto paglia e pezzi di legno. Sembrava materiale da ardere.
«A causa dei gravissimi crimini perpetrati contro di noi, il nostro buon Mitra e l’alimentazione bio, condanniamo questi non-forestieri alla morte per mezzo del fuoco purificatore!»
«Amen!» gridò la folla, che sembrava improvvisamente aver ripreso brio e vitalità.
Ci legarono ai pali, mentre il sacerdote pronunciò queste parole: «Per le sacre scritture, le sante pagine provenienti dai siti di controinformazione tramandateci dai nostri avi, ti ringraziamo, o Mitra!»
«Amen!»
Vidi che teneva in mano alcuni fogli, sporchi ed ingialliti, di provenienza ignota.
«Per il sacro culto, trasmessoci dai nostri avi secondo il vvv, come da tradizione, ti ringraziamo, o Mitra!»
«Amen!»
Gli “amen” crescevano di intensità ad ogni nuova scempiaggine. Guardai Virgilio nella speranza che almeno lui ci stesse capendo qualcosa, ma scosse la testa ed alzò le spalle.
«Per questo sacro fuoco, simbolo della purificazione dall’era dell’oscurità, per i doni di Mitra scesi dal cielo a portare la salvezza settanta anni or sono, noi ti ringraziamo!»
«Amen!»
Nonostante la nostra vita fosse in pericolo cominciavo quasi ad annoiarmi.
Dall’altro lato del villaggio vidi avvicinarsi un uomo incappucciato con una torcia in mano.
«Adesso Giovanni, nel ruolo del portatore di luce, accenderà le pire purificatrici, che in questa santa notte sono poste al di sotto di esseri indegni dei tuoi doni, o Mitra.»
Capii che gli esseri indegni eravamo noi, e che probabilmente sarebbe finita male.
«Addio ragazzi» dissi.
Mentre il “portatore di luce” avanzava sentimmo un forte boato, e tutti si voltarono.
Vidi, a diverse decine di metri, una serie di uomini vestiti in abiti militari. Si misero ad urlare: «Avete rotto le palle con queste stronzate, brutti rincoglioniti!»
Sentii una botta in testa, ed è l’ultima cosa che ricordo.

Odio il Natale

Dall’incipit di un utente Instagram

“Odio il Natale, le sue luci, lo sghignazzare della gente, l’eccesso. Che festa del cazzo.”
Questo fu il pensiero di Don Enrico mentre passava davanti ai proiettori da cinquantamila euro che illuminavano la facciata della chiesa con fiocchi di neve e babbi natali. Che poi quella chiesa era la sua, e lui non voleva assolutamente tutta quella roba, ma il comune e la diocesi si erano fatti dei piaceri a vicenda, ed adesso ‘stammerda bisognava tenersela.
Era piuttosto giovane Don Enrico, aveva appena quarant’anni. Era entrato in seminario a ventuno con grandi speranze. Voleva cambiare la percezione che la gente aveva del cattolicesimo. Non più una buffonata per alcuni poveri rincoglioniti, ma una fede complessa, un sistema che era coerente con se stesso, ma comunque aperto all’anno duemilaventuno.
Don Enrico non era del tutto d’accordo con l’impostazione moderna della chiesa, ma si rendeva conto che per sopravvivere nei tempi moderni essa doveva cedere un po’ di terreno, se ai tempi moderni voleva sopravvivere. Quindi era contrario ai matrimoni tra i gay in chiesa, ma se proprio si volevano sposare da un’altra parte, cavoli loro.
Don Enrico aveva un aspetto mite, ed era un uomo mite. Un pover’uomo che aveva donato la sua vita a servire la comunità che gli era stata affidata. Una vecchietta passò di lì. “Buona sera Don Enrico!”. “Buona sera Ida”, rispose lui, bonario. “Dove va?”. “Vado a comprare un regalo, per i nipotini!”. “Ah, bene, bene”. Commentò lui sorridente. I più attenti avrebbero notato un microscopico turbamento nella sua serenità, un’increspatura tra le placide acque della sua anima all’udire la parola “regali”. Regali. ‘Sti cazzo di regali. La nascita del messia era diventata ormai una scusa per regalare un Biotruck 3000. Che poi la maggior parte della gente manco ci faceva più caso alla nascita del messia. Anzi, non gliene fregava proprio niente. A dirla tutta avrebbero preferito che tutti si scordassero improvvisamente di questo messia. Atei bastardi. Che il demonio li prendesse tutti.

Don Enrico si ricordò di quelle decine di passi della bibbia che, in un modo o nell’altro suggerivano di mantenere la calma. Recitò una breve preghiera di scuse; il suo sguardo tornò sui proiettori, e sulle immagini proiettate.
“Belli questi proiettori, eh Don Enrico?”. Era Antonio. Antonio era un grande fan dei proiettori. Così come il figlio, Jonata. Jonata. Cinquantamila euro di proiettori. Babbo Natale sulla facciata.
Gli occhi di Don Enrico si spalancarono. Per un attimo si vide il bianco.
“Belli. Già.”, riuscì a malapena a rispondere il prelato. “Proprio un bel regalo”. “Jonata, fai vedere a Don Enrico cosa abbiamo comprato”. Un Biotruck 3000. Un altro. Sti bambini tutti fissati con sto cazzo di Biotruck 3000.
“Ah, bene, bene” disse Don Enrico sorridente. “Ma allora vi vedrò alla messa di Natale?”.
“Ah, Don Enrico, ci dispiace ma in quei giorni per fortuna saremo in settimana bianca”.
“Eh. In settimana bianca. Eccerto.”
“La salutiamo Don Enrico. Buon Natale”
“Buon natale!” disse Don Enrico, esausto.
Si avviò verso la sua abitazione. Evitò volontariamente gli sguardi dei fedeli, si divincolò tra la folla con ampie falcate. Gli mancava l’aria.
Entrò nella sua stanza. Respirava rumorosamente, aveva le mani nei capelli. Non ce la faceva più. Erano le sette e mezza di sera, ed era già sfinito.
Era stato tutto il giorno a vedere i suoi fedeli, il suo piccolo gregge, spendere i loro soldi in puttanate. In chiesa ultimamente non si vedeva più nessuno. Tutti a casa a fare l’albero, il presepe, mettere gli addobbi. Era ancora fine novembre, Cristo!
Si gettò sul letto con un fortissimo mal di testa. Pregò per cercare di addormentarsi. Alla fine la stanchezza ed il desiderio di affrancarsi da tutto ebbero il sopravvento.

Si svegliò alle tre di notte. Si sentiva riposato. Calmo, rilassato.
Aveva preso una decisione.
Scese le scale, andò nel garage. Frugò tra le scatole della Caritas, alla fine trovò le calze destinate alle mamme povere. Sbranò la confezione, prese in mano una calza. Se la mise in testa.
Poi si guardò intorno e cominciò a spostare tutte le zappe e le pale. Afferrò un piccone.
Premette un pulsante sul muro, la porta del garage cominciò ad aprirsi lentamente, con un rumore elettrico. Mentre si apriva, la luce dipinse la silhouette di un uomo ben piantato sulle gambe, con un piccone in mano. Diligentemente, Don Enrico premette il bottone e il portone cominciò a chiudersi.
Si voltò e cominciò a camminare a passo svelto, deciso, in direzione della chiesa. Erano le tre di notte. “L’ora del diavolo”, sogghignò. Si posizionò accanto ai proiettori, alzò alto il piccone, inarcando la schiena, piegando molto all’indietro le braccia e con un grugnito lo lasciò cadere, spaccando una macchina da decine di migliaia di euro, facendo volare pezzi di vero e plastica ovunque. Un altro colpo, caricatissimo, cadde impietoso sulle apparecchiature elettroniche. Poi un altro ed un altro.

Si aprì una finestra. “Ma chi è!?” -Urlò una voce-
Per tutta risposta Don Enrico si arrampicò sull’impalcatura, nel tentativo di distruggere pure i proiettori più in alto.
Dopo pochi secondi si sentì il suono di una sirena. I carabinieri passavano sempre da quella piazza, probabilmente nemmeno era stato necessario avvertirli, avevano visto la scena da lontano.
Quando arrivarono lì non seppero cosa fare di preciso. Cercarono di chiamare Don Enrico per farlo scendere dall’impalcatura, ma egli continuava a menare picconate a quello che rimaneva dei proiettori. Alla fine ad un carabiniere toccò scalare l’impalcatura e tirarlo giù, con sommo imbarazzo suo e del collega.
Il tragitto verso la caserma fu in silenzio. Sui sedili posteriori, Don Enrico sfoggiava un ampio sorriso soddisfatto.

La ragazza del ristorante

[Scritto a partire dalla prima frase di un utente Instagram]
[Mi sto allenando con questi racconti per scrivere il prossimo romanzo]

La ragazza del ristorante cinese conosceva il mio nome ed anche la mia professione. Mi aveva visto mangiare lì diverse volte, prendere quattro bastoncini primavera e quattro ravioli al vapore, ogni volta, tutte le volte. Se glielo avessero chiesto, non avrebbe sicuramente avuto problemi ad indicarmi in mezzo ad una folla. O in un’aula di un processo.

Ero nella merda. Mai avrei detto che sarebbe andata così. Una serata finita davvero male. Un coacervo di bassi istinti da sedare e ripugnanza verso se stessi, in primis.
La sua connazionale, che probabilmente lei conosceva, era al piano di sopra. Era di sopra quando io ho suonato il campanello all’ingresso, al piano sotto, e lei mi ha fatto salire. Delle scale scalcinate, addobbate con rampicanti fioriti, di plastica. Una cosa molto triste e kitsch. Nemmeno mi piacevano le asiatiche, ma ero arrapato come un bonobo, avevo trovato il numero su un giornale di annunci di roba usata che avevo comprato apposta. Tutto questo faceva parte di un’altra era, ed un po’ mi piaceva.
Salii le scale. Mi aprì una cinese, trucco pesantissimo, bassina, esile, con un appariscente vestito da notte che non trovai sexy, ma triste. Mi disse a malapena “ciao”. Mi accompagnò in un stanza. Lì accanto sentivo una collega che stava lavorando con un altro cliente. Mi sentii un po’ una merda. Mi fece entrare nella nostra stanza. C’era una luce debole, rossa, che illuminava appena un letto senza testata, con una coperta di un colore non identificabile per via della luce.
Sentii le mie pulsazioni che cominciavano a salire di colpo. Non era tanto eccitazione sessuale quanto un generico senso di pericolo legato al fare qualcosa di sbagliato. Cominciò a spogliarsi: seno quasi inesistente, gambe grosse quanto le mie braccia, niente fianchi. Come risposta automatica cominciai a sentirmi i pantaloni tesi. Dopo poco ero sul letto. Mi sentivo sempre più gretto e colpevole, sembrava di scopare una bambina.

Vedevo chiaramente che lei stava fingendo. Mi incitava con un italiano stentoreo. Il problema con certe fregature è che sai che sono fregature ma ci caschi lo stesso.
Lei che recitava, le scale coi fiori, lei che sembrava una bambina. Io che a quarant’anni pagavo perché non riuscivo a trovare una donna. Cominciai ad essere sopraffatto dallo schifo, dalla mia dignità da trenta euro. Avrei voluto sputarmi in faccia, prendermi a ceffoni. Presi invece per il collo lei e cominciai a batterle la testa nel muro. Lei all’inizio cercò di dimenarsi, o di urlare, ma aveva le mie mani al collo. Dopo poco smise di muoversi. Io venni, mi alzai in piedi e la guardai. C’era una macchia di sangue sul muro, dove le stavo sbattendo la testa. Lei era sul letto con gli occhi chiusi e non respirava. La fissai per due secondi, poi cominciai a rivestirmi con le mani che tremavano. Mi guardavo intorno con gli occhi da pazzo, il sudore che mi colava dalle tempie e il mio cuore che suonava come una grancassa.
Ero convinto che accanto mi avessero sentito, ma non venne nessuno e udivo ancora l’altro cliente che si dava da fare.

Scappai giù dalle scale facendo tanto rumore che sembrava le avessi ruzzolate tutte. Uscii in strada. Alla luce dei lampioni mi accorsi che la mia camicia era sporca di sangue. Alzai gli occhi e vidi la ragazza del ristorante cinese di fronte che mi guardava con gli occhi sbarrati, un sacchetto della spazzatura tra le braccia. Mi misi a correre, senza meta. Ero pazzo. Ero impazzito e tutto questo era un delirio. Arrivai al ponte. Salii sul corrimano. Delle auto mi suonarono. Mi lanciai di sotto. Vento. Buio.

Il giorno dopo uscì sul giornale locale l’articolo di una violenza su una prostituta cinese che era stata percossa e lasciata senza conoscenza sul suo letto. Il colpevole non era stato identificato.